Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

Profilo Biografico

Edith Stein

Ebrea di origine, nacque a Breslavia, l’odierna Wroclaw, nella Slesia, il 12 ottobre 1891. La data, che corrisponde alla festa ebraica più importante, Yom Kippùr (ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione), contiene in sé qualcosa di caratteristico e simbolico. Yom Kippùr è il giorno considerato come il giorno ebraico più santo e solenne dell’anno. Era infatti per gli ebrei l’unico giorno dell’anno in cui al Sommo Sacerdote era consentito di entrare nel Santo dei Santi, all’interno del Tempio di Gerusalemme, per implorare la misericordia di Dio per l’anno nuovo, la confessione dei peccati e la riconciliazione fraterna.

Edith, ultima di una numerosa nidiata, era figlia di Siegfried Stein e di Augusta Courant, entrambi ebrei da molte generazioni.

La piccola non aveva tre anni, quando le morì improvvisamente il padre. La madre, rimasta vedova ancora giovane, si trovò di colpo sulle spalle, gravata di debiti, il peso dell’azienda avviata dal marito, commerciante di legnami, e quello dell’educazione dei figli. Era una donna forte, di grande senso pratico, di una religione profondamente vissuta, di una morale che inculcava ai figli più con l’esempio che con la parola. Edith, la sua figlia prediletta, era una bambina molto intelligente e perspicace; terminate le medie inferiori tutti si aspettavano che si sarebbe iscritta al liceo. Fra lo stupore generale invece, Edith lasciò la scuola. La madre non le si oppose in questo e, trovandola forse un po’ gracile, le fece cambiare aria e ambiente e la mandò a dare una mano nelle faccende dalla sorella Elsa, sposata ad Amburgo e madre di due piccole.

Con la sorella Edith si trovò bene: ripensò seriamente al suo avvenire e confidò alla mamma, con grandissima gioia di quest’ultima, di voler riprendere gli studi per poi frequentare anche l’Università. Frequentò il liceo in modo brillante, emergendo sempre come la migliore nella classe, stimata da tutti i professori per la “profondità delle sue cognizioni”.

Scrive una sua compagna, alle soglie dell’Università: “Edith passava in mezzo a noi assolutamente inosservata, malgrado la reputazione della sua intelligenza superiore… Personcina sottile e fragile, insignificante e come incantata dalla profondità della sua riflessione…”.

All’Università ella si iscrisse alla facoltà di filosofia: era proprio lo studio a lei più congeniale, la via più giusta per raggiungere la verità. Di fatto, fin dall’adolescenza, Edith si era allontanata dalla fede ebraica: a ventun anni si dichiarava incapace di credere nell’esistenza di un Dio personale. L’ambiente nel quale Edith venne a trovarsi fin dall’inizio della sua vita universitaria, i maestri che v’insegnavano, offrivano quanto di meglio si potesse desiderare per un vero successo negli studi. Ella, con tutto il suo ardore, si diede allo studio e vi s’immerse: ma quale tipo di pensiero seguire? I risvolti del positivismo non riuscivano ad appagarla: le venne in aiuto la lettura di Ricerche logiche di Edmund Husserl.

Egli era il fondatore della corrente filosofica detta fenomenologia, metodo in cui si toglie ogni pregiudizio all’indagine del pensiero e si arriva alle cose stesse. La Stein, amante di certezze, si sentì attratta verso questo modo di vedere le cose. Abbandonò per questo l’Università di Breslavia, per vivere a Gottinga, dove insegnava Husserl.

Questi, come la conobbe, l’ammirò e la stimò. Si trattò di una reciproca stima: Husserl era un ricercatore sincero della verità, di nobiltà d’animo e di una radicale onestà intellettuale.

Quando Husserl nel 1916 si trasferì a Friburgo, prese la Stein come assistente privata: per lui fu un vero aiuto, per lei fu un lavoro molto faticoso. Edith intuì che non poteva proseguire e lo lasciò gradatamente e poi del tutto nel 1918.

In questo periodo ci fu nella vita di Edith una parentesi sentimentale: un sincero amore per un giovane filosofo. A questo se ne aggiunse, più tardi, un secondo. Ma entrambe le volte non fu ricambiata nel suo amore e, per questo, ebbe molto a soffrire e quasi rasentò un esaurimento. Non erano questi evidentemente i disegni di Dio su di lei.

Al primo entusiasmo per la fenomenologia, seguì una certa delusione: ella cercava non solo un metodo di ricerca di verità, ma la verità stessa. La grazia di Dio, a poco a poco, scavò in profondità nella sua anima. Un primo incontro col cristianesimo avvenne con lo studio del Padre nostro; testo ordinario degli studenti tedeschi.

Ebbe un secondo incontro con la religione cristiana in alcune conversazioni religiose tenute da Max Scheler, studioso convertito alla fede cattolica: contatti questi con un mondo a lei del tutto sconosciuto.

Il primo colpo di grazia però avvenne imprevedibilmente: fu la rivelazione della Croce, dopo l’incontro con la signora Reinach. Era infatti stata pregata da lei, rimasta vedova dopo la morte in guerra del marito, di riordinare le opere da lui lasciate.

Edith si aspettava di trovare nella vedova del suo antico maestro una vita spezzata dalla sventura: le apparve invece una persona perfettamente rassegnata alla divina volontà, dal cui volto emanava quasi una luce misteriosa. La Stein comprese da allora il valore e il significato della Croce e della passione salvifica di Cristo.

Nascita di una vocazione

Il colpo di grazia definitivo però lo ebbe alla lettura dell’Autobiografia di Santa Teresa di Gesù, che già conosceva. Mentre si trovava da sola una sera in casa dei suoi amici Conrad-Martius, le capitò tra le mani la Vita di S. Teresa scritta da lei stessa. Ne cominciò la lettura e ne rimase talmente presa che non l’interruppe finché non fu arrivata alla fine. Concluse poi: “Questa è la verità!” E fu il vero principio della sua conversione.

Nella mattinata seguente andò in città a comprare un catechismo e un messale. Si recò presso la sacrestia della chiesa e chiese subito al sacerdote celebrante di poter ricevere il Battesimo.

Questi rimase perplesso e le disse che ci voleva prima una preparazione. Edith allora gli chiese di esaminarla: il sacerdote lo fece e ne rimase disarmato. Così il 1° gennaio del 1922, all’età di trent’anni, dopo una notte passata in preghiera, Edith Stein ricevette il Battesimo, con il nome di Teresa Edvige, e l’Eucaristia.

Quando la famiglia venne a saperlo, ne rimase profondamente colpita: in particolar modo la madre.

Edith affrontò direttamente la situazione e un giorno, in ginocchio davanti a lei, le disse: “Mamma, sono cattolica”. Il dolore della madre non ebbe reazioni violente: si sciolse in pianto. Restarono a lungo abbracciate, confondendo le loro lacrime.

L’anno seguente, il 2 febbraio 1923, ella ricevette la Cresima; conobbe anche Mons. Schwind, che divenne il suo primo padre spirituale. Edith avrebbe voluto consacrarsi fin d’allora a Dio nella vita monastica, ma Mons. Schwind non glielo permise. Le trovò invece un posto da insegnante presso l’Istituto Santa Maddalena a Spira, diretto dalle Suore Domenicane: vi avrebbe potuto insegnare, continuare a studiare filosofia e conoscere meglio la volontà di Dio.

Fu difatti assunta all’Istituto Santa Maddalena come insegnante di lingua e letteratura tedesca. Adempì molto bene a questo compito, conquistandosi la stima e l’affetto delle sue scolare, testimoniando loro la sua completa personalità di donna autentica, per le sue facoltà di intelligenza e di spirito.

“Era una donna perfettamente equilibrata” disse a buon diritto una delle sue allieve.

Edith si diede nel frattempo alla lettura delle opere di S. Tommaso e giunse a conoscerne il pensiero, di cui le piaceva il rigore e la sistematicità dottrinale. Ella notava però alcuni contrasti con il metodo di Husserl: di qui la necessità per la neo convertita di ripensare filosoficamente; scriverà: “La fenomenologia di Husserl e la filosofia di S. Tommaso”, testo in cui, chiaramente, contatti e differenze emergono.

L’orario delle Suore Domenicane era diventato il suo orario e suoi erano diventati i loro momenti di preghiera: si esercitò nell’umiltà e nel distacco da se stessa e da ogni cosa che non portasse a Dio.

L’interesse suscitato intorno al suo nome, l’inaspettata conversione e la sua fama nella ricerca filosofica, le sue numerose amicizie fecero sì che ella fosse spesso invitata a tenere conferenze culturali, filosofiche e di ordine sociale.

Ella però sperimentava l’insufficienza dell’apostolato diretto e sentiva l’urgenza viva dell’olocausto di se stessa… L’attrazione per la vita carmelitana, nata con la sua stessa conversione, cresceva in lei di giorno in giorno.

Mons. Schwind era morto improvvisamente: grande perdita per Edith. Alcuni mesi dopo la sua morte si era recata alla celebre Abbazia di Beuron per passarvi la Settimana Santa. Qui trovò il nuovo direttore spirituale nella persona dello stesso abate Walzer.

Di lei egli dirà: “Raramente ho incontrato un’anima che riunisse in sé tante eminenti qualità, e tuttavia era la semplicità e la naturalezza in persona… Arricchita di numerose grazie mistiche, nel vero senso della parola, non vi era in lei nemmeno l’ombra di un atteggiamento di superiorità o ricercatezza: semplice con i semplici, dotta con i dotti, ma senza nessuna presunzione…”.

L’Abate di Beuron non solo non acconsentì a che ella abbracciasse la vita religiosa, ma, almeno per il momento, la distolse. Avrebbe potuto fare molto bene anche nel mondo.

La consigliò di lasciare l’insegnamento e di dedicarsi alle numerose conferenze e allo studio delle ricerche filosofiche su S. Tommaso. Ella, in seguito, dopo ripetuti scacchi per ottenere la libera docenza, accettò di far parte del corpo insegnante dell’Istituto di Pedagogia Scientifica a Münster, dimorando presso il Marianum, dove rimase poco più di un anno.

La notarono tutti, quale persona che irradiava un’energia raccolta, caratteristica di chi possiede una grande vita interiore. “Era la docente – scrive una delle sue allieve – che difendeva più di tutti, senza compromessi, il punto di vista cattolico”.

Il nazionalsocialismo le tagliò bruscamente la strada. Tra le leggi emanate dai nuovi detentori del potere in Germania, vi fu l’esclusione degli ebrei dai pubblici impegni. Anche la Stein ne fu colpita: nel 1933 tenne la sua ultima lezione.

Volendo fare tutto il possibile in favore dei perseguitati, pensò di recarsi a Roma, a chiedere un’udienza al Papa: impossibilitata, raggiunse il Sommo Pontefice con un suo scritto, perché facesse un’enciclica in proposito. Ma non fu apparentemente ascoltata.

Qualche tempo dopo, in viaggio verso l’Abbazia di Beuron, si fermò a Colonia. Alle otto di sera si trovò al Carmelo della città, per passarvi l’Ora Santa. “Mi rivolsi al Redentore – ella ricorda – e gli dissi che sapevo bene come fosse la sua Croce che veniva posta in quel momento sulle spalle del popolo ebraico… quelli che avevano la grazia di intenderlo avrebbero dovuto accettarla a nome di tutti… Mi sentivo pronta, e domandavo soltanto al Signore che mi facesse vedere come dovevo farlo. Terminata l’Ora Santa, ebbi l’intima certezza di essere stata esaudita…”.

Falliti dunque i tentativi per la libera docenza, stroncata la carriera scientifica, pensò più che mai al suo vivo desiderio di consacrarsi tutta a Dio. Col permesso dell’Abate Walzer, si presentò alla grata del Carmelo e disse alle Madri: “Non è l’attività umana che ci può salvare, ma soltanto la Passione di Cristo: partecipare ad essa, ecco la mia aspirazione”. Le Madri furono soddisfatte.

Soggiornò per un mese nella foresteria del Monastero di Colonia e ne fu felice. Si portò poi a Breslavia, per avvisare i suoi: la separazione da loro fu molto dolorosa, specialmente quella dalla mamma. Fu per entrambe un vero martirio: Edith ne uscì vittoriosa. Il 14 ottobre 1933 varcò la soglia del Carmelo “in profonda pace”.

Si trovò nel Carmelo pienamente a suo agio, anche se l’adattarsi alle consuetudini della vita claustrale le costò fatica. Non aveva pratica di faccende domestiche, non sapeva cucire, né cucinare. Questo le fu causa di molte umiliazioni.

Il 15 aprile 1934 fece la sua Vestizione, che riuscì oltremodo solenne: prese il nome di Teresa Benedetta della Croce. Molti tra gli invitati erano docenti universitari, compagni di studio, studenti e donne cattoliche. Furono pubblicati anche articoli sui giornali.

Dopo l’anno di noviziato fu esonerata da altri incarichi dal Padre Provinciale, perché portasse a termine il suo lavoro filosofico Essere finito ed Essere eterno ed altri articoli, biografie e opuscoli.

Il 21 aprile 1935, domenica di Pasqua, pronunciò i suoi voti religiosi. Il tempo trascorso da Teresa Benedetta dopo la professione religiosa fu caratterizzato da una profonda pace.

Il giorno in cui rinnovò i suoi voti, morì sua madre e il Natale dopo la sorella Rosa ricevette il Battesimo.

Le notizie sulla persecuzione degli ebrei diventavano sempre più allarmanti: fu in questo clima che Teresa Benedetta pronunciò i suoi voti perpetui, il 21 aprile 1938 che cadeva di Venerdì Santo.

Ricevette il velo nero, da professa solenne, il giorno del Buon Pastore. La violenza antigiudaica nel Reich si era scatenata in maniera impressionante. Nessun ebreo era più sicuro: si cercava scampo all’estero.

L’origine ebraica di Teresa Benedetta era nota alla polizia germanica fin dalle elezioni politiche. S’imponeva a lei ormai la fuga. Dove? Si pensò ad una località più accessibile della Terra Santa: l’Olanda.

Accompagnata dal medico della comunità, Edith varcò il confine tedesco per raggiungere Echt, in Olanda. La nuova comunità l’accolse con affettuosa simpatia. Qui continuò la sua attività letteraria: scrisse l’opera Scientia Crucis, senza poterla rivedere completamente.

Quando ci fu l’illegittima occupazione germanica della neutrale Olanda, anche ad Echt, Teresa Benedetta non si sentì più al sicuro. Alcuni amici svizzeri si presero allora a cuore la sua sorte e quella della sorella Rosa, che, nel frattempo, l’aveva raggiunta.

Ricevettero dalle autorità tedesche un trattamento molto villano. In seguito, per rappresaglia alla lettera dei vescovi olandesi, in difesa degli ebrei, il 2 agosto, tutti gli ebrei cattolici furono arrestati. Al Carmelo di Echt si era ben lontani dal prevedere una simile catastrofe: alle 17.00, mentre le religiose si trovavano in coro, due SS si presentarono al Carmelo: cercavano suor Stein.

Dissero: “Entro cinque minuti la suora deve essere con noi”. Poterono darle solo una coperta, un bicchiere, un cucchiaio e viveri per tre giorni. Inutili le proteste. La sorella Rosa l’aspettava già alla porta. Furono entrambe fatte salire su una camionetta, dove già si trovavano altre vittime.

Teresa Benedetta non pronunciò quasi più parola: appariva come spiritualmente assorta. Arrivarono a Westerbork, dove i cattolici di stirpe ebraica furono isolati dagli altri.

Un certo ebreo, poi sfuggito alla deportazione, scrisse di lei: “Fra i prigionieri che mi furono consegnati il 5 agosto, mi colpì Teresa Benedetta per la sua grande calma e per la pace che diffondeva intorno a sé… l’angoscia dei nuovi arrivati nel campo era indescrivibile… Molte mamme erano vicine ad impazzire… Teresa Benedetta si interessava dei loro poveri bambini, li lavava, li pettinava, cercava il cibo per loro… Durante il tempo della sua permanenza nel campo si dedicò a lavare e a fare pulizia, occupandosi continuamente in opere di carità…”.

La notte tra il 6 e 7 agosto dovette partire per Auschwitz dove, stando alla prassi nazista e alle sue documentazioni, lei e la sorella morirono il 9 agosto, portate alle famose docce che emanavano gas.

Teresa Benedetta aveva scritto nella Scientia Crucis, ultima sua opera, che per parlare della Croce bisognava sperimentarla. Ella l’abbracciò e la sperimentò fino in fondo per amore del suo popolo!

Della illustre fenomenologa Edith Stein pochi studiosi avrebbero saputo; della cristiana ebrea deportata, Teresa Benedetta della Croce, molti di più sanno con ammirazione, e ancor più sapranno.

Opere, pensiero, dottrina di S. Teresa Benedetta della Croce

Bibliografia

Scritti filosofici e teologici

Traduzione delle Quaestiones disputatae de veritate di San Tommaso d’Aquino.
Traduzione del “De ente et essentia” di San Tommaso d’Aquino.
Traduzione delle Lettere e dei Diari di Newman.
Studio su “La fenomenologia di Husserl e la filosofia di San Tommaso”.
Sull’essenza del movimento.
Contributi per la fondazione filosofica della psicologia e delle scienze dello spirito.
Una ricerca sullo stato.
Intelletto e intellettuali.
La fenomenologia come visione del mondo.
La donna e il suo compito secondo natura e grazia.
Il Mistero del Natale. Incarnazione e umanità.
La preghiera della Chiesa.
Le vie della conoscenza di Dio.
Risposta al prelato Schwind.
La vocazione della donna.
La struttura ontica della persona.
Natura e soprannatura nel Faust di Goethe.
Il castello dell’anima.
Che cos’è la fenomenologia.
Il significato della fenomenologia come visione del mondo.
La fenomenologia trascendentale di Husserl.
Edmund Husserl, la crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale.

Scritti concernenti il problema dell’educazione

Educazione eucaristica.
Una maestra dell’educazione e della formazione: la Santa Madre Teresa.
Formazione femminile e i lavori femminili.
Momento critico e formazione.
Sull’idea di formazione.
Verità e chiarezza nell’insegnamento e nell’educazione.
I tipi di psicologia e il loro significato per la pedagogia.
Fondamenti teorici di una educazione sociale costruttiva.
Lottare per la salvaguardia, nell’insegnamento, dell’elemento confessionale cattolico.
Il contributo reso dagli istituti per l’istruzione di tipo monastico alla formazione religiosa della gioventù.
Insegnanti di formazione universitaria e insegnanti di formazione magistrale.
Dell’arte materna di educare.
Formare la gioventù alla luce della fede cattolica.
Riprende Atto e Potenza che diviene: Essere finito ed Essere eterno.
La filosofia esistenziale di Martin Heidegger.
Scientia Crucis.

Scritti di carattere liturgico e spirituale

Il matrimonio dell’Agnello.
Triduo della Santa Eucaristia in collaborazione con padre Keller.
Appunti: Triduo di Pentecoste in collaborazione con padre Stocks.
Esercizi di padre Hirschmann.
Messa e Ufficio per la Beata Vergine Maria Regina della pace.
Ore minori dell’ufficio della Madonna, Regina della pace.
Inno in onore dell’Immacolata Concezione.
Canto festivo per il noviziato.
Discorso alla festa dell’esaltazione della Croce del 1939.
Discorso per la professione di suor Miryam.
Sancta discretio e direzione spirituale.

Scritti di carattere storico – biografico

L’autobiografia.
Una donna tedesca, una grande carmelitana: Madre Franziska dei Meriti di Gesù Cristo, OCD.
Giovanni di San Sansone.
Contributi per la cronaca dell’Ordine di Colonia.
Ritratto di suor Maria Erzberger.
Ritratto di suor Agnese Perciosa.
Ritratto di suor Maria Amata di Gesù: un’anfora eletta della Grazia divina.
Cronogramma del terzo centenario del Carmelo di Colonia.
Saluto pasquale per madre A. Hessler.
La Beata Maria Acarie e il Carmelo teresiano.
Elisabetta di Turingia.
Teresa d’Avila.

Scritti poetici

Rappresentazione per il sessantesimo anniversario dell’ordine.
Rappresentazione per le orsoline.
Te Deum: rappresentazione per l’onomastico della priora.
Rappresentazione: Dialogo Notturno.
Rappresentazione: San Michele.
Canto per San Giuseppe.
Santa Notte: poesia per il battesimo di Rosa Stein.
Iuxta Crucem: poesia sul Venerdì Santo.
Rimango con voi (probabile commiato dal Carmelo di Colonia).
San Giuseppe aiutaci.
Poesia per l’onomastico di madre Ottilia.
Poesia per la Prima Comunione.
A Dio Padre.
Sentenze giugno 1940.
Poesia per la Trasverberazione della Santa Madre Teresa di Gesù.
Pax Vobis.
Poesia per la professione di Rosa Stein, terzo ordine del Carmelo.
Al timone.
Poesia per la professione del Vescovo Lemmens von Roeimond, terzo ordine.
Sette raggi, novena di Pentecoste.
O Grande Madre.
Poesia olandese.
Sul prato del bosco.
Notte di Natale.

Traduzioni

Il cosiddetto problema ebreo traduzione dell’opera di padre Closen.
Traduzione di “Le cinque feste della giovinezza di Gesù” di San Bonaventura.
Traduzione del Cerimoniale della solennità per il giubileo d’oro.
Traduzione dell’inno della vigilia della Festa dell’Immacolata Concezione.
Traduzione dell’inno natalizio di Prudentius.
Traduzione dell’inno Jesu dulcis memoria.
Traduzione dell’inno per la Festa dell’Annunciazione.
Traduzione dell’inno in onore a Santa Agnese.
Traduzione dell’inno del Mattutino di Quaresima.
Traduzione dell’inno dei Vespri della Settimana Santa.
Traduzione dell’inno del Mattutino di Pentecoste.
Traduzione dell’inno Veni Creator Spiritus.
Traduzione dell’inno delle Lodi di Pentecoste.
Traduzione della sequenza pentecostale Veni Sancte Spiritus.
Traduzione della sequenza Lauda Sion.
Traduzione dell’inno Sacri Solemnis.
Traduzione dell’inno Verbum supernum prodiens.
Traduzione dell’inno Pange Lingua.
Traduzione dell’inno Adoro Te Devote.
Traduzione dell’ufficio festivo della Trasverberazione della Santa Madre Teresa di Gesù.
Traduzione dell’inno per la festa della corona di Spine.
Traduzione dell’inno delle Lodi di Avvento.
Traduzione dell’inno della Festa della Madre di Dio: Odierna lux diei.
Libera composizione poetica del Salmo 44.
Libera composizione poetica del Salmo 60.
Libera composizione poetica del Salmo 45.
Libera composizione poetica del Salmo 46.
La carmelitana (trad. dal francese).
Grandmaison: Sub tutela matris (traduzione).

Antologia Testi

Dagli scritti di Edith Stein

“Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che – visto dal lato di Dio – non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta”.

“Il mio anelito per la verità era un’unica preghiera”.

“Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione… credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi… io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve “uscire da se stesso”, nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere”.

“Chi viene da me desidero condurlo a Lui”.

“Non l’attività umana ci può aiutare ma solamente la passione di Cristo. Il mio desiderio è quello di parteciparvi”.

“Sotto la Croce capii il destino del popolo di Dio che allora (1933) cominciava ad annunciarsi. Pensavo che capissero che si trattava della Croce di Cristo, che dovevano accettarla a nome di tutti gli altri. Certo, oggi comprendo di più su queste cose, che cosa significa essere sposa del Signore sotto il segno della Croce. Certo, non sarà mai possibile di comprendere tutto questo, poiché è un segreto”.

“Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola e debole Ester ma il Re che mi ha eletto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione” (31-10-1938).

Il 9 giugno 1939 nel suo testamento: “Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato. Io prego il Signore che accetti la mia vita e la mia morte… in modo che il Signore venga riconosciuto dai Suoi e che il Suo regno venga in tutta la sua magnificenza per la salvezza della Germania e la pace del mondo…”.

“Ave Crux, Spes unica”

“Ti salutiamo, Croce santa, nostra unica speranza!” Così la Chiesa ci fa dire nel tempo di passione dedicato alla contemplazione delle amare sofferenze di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il mondo è in fiamme: la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, perciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita.

Contempla il Signore che pende davanti a te sul legno, perché è stato obbediente fino alla morte di Croce. Egli venne nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre. Se vuoi essere la sposa del Crocifisso devi rinunciare totalmente alla tua volontà e non avere altra aspirazione che quella di adempiere la volontà di Dio.

Di fronte a te il Redentore pende dalla Croce spogliato e nudo, perché ha scelto la povertà. Chi vuole seguirlo deve rinunciare ad ogni possesso terreno. Stai davanti al Signore che pende dalla Croce con il cuore squarciato: Egli ha versato il sangue del suo Cuore per guadagnare il tuo cuore. Per poterlo seguire in santa castità, il tuo cuore deve essere libero da ogni aspirazione terrena; Gesù Crocifisso deve essere l’oggetto di ogni tua brama, di ogni tuo desiderio, di ogni tuo pensiero.

Il mondo è in fiamme: l’incendio potrebbe appiccarsi anche alla nostra casa, ma al di sopra di tutte le fiamme si erge la Croce che non può essere bruciata. La Croce è la via che dalla terra conduce al cielo. Chi l’abbraccia con fede, amore, speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità.

Il mondo è in fiamme: desideri spegnerle? Contempla la Croce: dal Cuore aperto sgorga il sangue del Redentore, sangue capace di spegnere anche le fiamme dell’inferno. Attraverso la fedele osservanza dei voti rendi il tuo cuore libero e aperto; allora si potranno riversare in esso i flutti dell’amore divino, sì da farlo traboccare e renderlo fecondo fino ai confini della terra.

Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente su tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo sangue per lenire, salvare, redimere.

Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l’alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? “Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita”.

Ave Crux, spes unica!

Cronologia

Tappe di una esistenza

“Siamo al mondo per servire l’umanità”

Famiglia, infanzia, adolescenza e giovinezza

La vita di Edith Stein – al Carmelo suor Teresa Benedetta della Croce – si può idealmente racchiudere tra due centenari significativi: nasce al mondo mentre è in corso il III Centenario della morte di San Giovanni della Croce (1591-1891), e chiude la sua parabola terrena mentre si svolge il IV Centenario della nascita del grande Mistico e Dottore del Carmelo (1542-1942).

Figlia di Siegfried Stein (nato a Langendorf, OS nel 1843 e morto a Frauenwaldau, Goschütz nel 1893) e di Augusta Courant (nata a Lublinitz, OS nel 1849 e morta a Breslau nel 1936). Edith cresce in una famiglia di stretta osservanza ebraica, è l’ultima di undici fratelli, di cui quattro morti in tenera età:

Fratelli di Edith

Paul nato a Gleiwitz nel 1872, morto nel Lager di Theresienstadt nel 1942
Selma nata nel 1873, deceduta nel 1874
Else nata a Gleiwitz nel 1874, morta a Bogotà, Colombia nel 1954
Hedwig, date sconosciute
Arno nato a Gleiwitz nel 1879, morto a San Francisco, USA, nel 1948
Ernest nato nel 1880, deceduto nel 1882
Elfriede nata a Lublinitz nel 1881, morta nel Lager di Theresienstadt nel 1942
Rose nata a Lublinitz nel 1882, morta nel Lager di Auschwitz-Birkenau nel 1942
Richard nato nel 1884, deceduto nel 1887
Erna nata a Lublinitz nel 1890, morta a Langhorne, Usa, nel 1978

1893

10 luglio – muore il papà a seguito di un colpo d sole; la mamma, donna forte ed energica, prende le redini della famiglia e dell’azienda di commercio di legname.

1897

12 ottobre – Edith inizia la scuola (Volksschule – quattro anni), si distingue subito per la precoce intelligenza. Al termine di ogni anno scolare riceve il premio come migliore alunna.

1901

Passa all’Orientierungsstufe.

1906-1907

maggio 1906 sino a marzo 1907 – sospende gli studi e trascorre dieci mesi ad Hamburg presso la famiglia della sorella maggiore Else.

1908

Riprende l’attività scolastica con il Realgymnasium (ginnasio) alla Viktoria Schule frequentando il corso alla Höhere Mädchenschule (ginnasio per ragazze).

1911

3 marzo – esame di Maturità a Breslau: gli scritti sono ottimi ed è dispensata da quelli orali. Emerge specialmente in Tedesco, Latino e Storia.

28 aprile – s’iscrive all’Università di Breslau. Facoltà di germanistica, storia e psicologia del pensiero.

1913

17 aprile – si trasferisce all’Università di Göttingen per continuare gli studi e per seguire i corsi di Edmund Husserl.

1914

1° agosto – scoppia la prima guerra mondiale.

1915

14-15 gennaio – termina gli studi a Göttingen. Esame di Stato per l’abilitazione all’insegnamento. Menzione, Auszeichung = cum laude.

7 aprile – presta servizio come crocerossina volontaria all’ospedale di malattie infettive di Mährisch-Weisskirchen.

Autunno – tornata dal servizio di crocerossina; inizia lo studio della lingua greca, a Göttingen, necessario per conseguire il Dottorato.

1916

Si trasferisce all’Università di Freiburg per seguire le lezioni di Husserl.

3 agosto – discute la tesi di laurea, all’Albert Ludwig Universität di Freiburg; soggetto della Tesi: il problema dell’Einfühlung (empatia).

1917

30 marzo – le è conferito il titolo di Dottore in filosofia, “summa cum laude”. Nella valutazione tedesca è il massimo titolo accademico.

Visita l’amica protestante, Anna, vedova di Adolf Reinach, caduto in guerra, la trova così serena nel suo cristianesimo vissuto, che ha la prima esperienza di fede.

Pubblica parte della Tesi a Freiburg.

1916-1918

Assistente di Edmund Husserl a Freiburg.

1921

Estate – soggiorno presso i coniugi Conrad-Martius, legge la Vita di Santa Teresa di Gesù (d’Avila). È l’incontro con la verità.

1922

1° gennaio – riceve, nella Parrocchia di San Martino in Bad-Bergzabern, il Battesimo e la prima Comunione, da don Eugen Breitling (1851-1931).

1923

2 febbraio – nella cappella dell’Episcopio di Speyer riceve il Sacramento della Cresima da Mons. Ludwig Sebastian Frankenstein.

1922-1932

Insegna all’Istituto Liceale e Magistrale Santa Maria Maddalena, tenuto dalle Domenicane a Speyer. Insegna lingua e letteratura tedesca.

1928

Pasqua – affida la direzione della sua vita a Dom Raphael Walzer, Arciabate di Beuron (1886-1966). Le fu sapiente guida fino alla sua entrata al Carmelo.

1928-1932

Conferenziera a giornate di studio pedagogiche come a diversi congressi in Germania e all’estero (Praga, Berlin, Wien, Zürich, Salzburg, Basilea, Parigi…).

1929

Cicli di conferenze per la promozione della donna.

Studia San Tommaso e traduce le Quaestiones disputatae de veritate. Appronta lo studio su La fenomenologia di Husserl e la filosofia di San Tommaso, dedicato a Husserl per il suo 70°. Traduce anche le Lettere e i Diari di Newman.

1932

27 marzo – abbozza il grande studio Atto e Potenza e lascia Speyer per dedicarsi più liberamente agli studi filosofici.

Primavera – insegna all’Istituto Superiore di Pedagogia Scientifica di Münster.

1933

10 gennaio – Hitler ottiene il mandato di formare il governo dal presidente Hindenburg.

25 febbraio – tiene la sua ultima lezione presso l’Accademia di Münster. È sospesa dall’insegnamento per le leggi del NSDAP.

27 febbraio – incendio del Reichstag. Inizia la scalata al potere di Hitler.

5 marzo – Hitler vince le elezioni con oltre 17 milioni di voti!

Quaresima – intuisce che il destino del suo popolo è anche il suo.

Venerdì di Passione – di passaggio a Colonia, presso la Chiesa del Carmelo riceve la grazia di accogliere la Croce a nome di tutti.

1° aprile – a Münster, nella chiesa di San Ludgero, ha la certezza che Dio la chiama a realizzare questa vocazione al Carmelo, vocazione che porta in cuore dal giorno del battesimo.

20 luglio – è siglato un Concordato con la Chiesa Cattolica e poco dopo si definiscono rapporti simili con le Chiese protestanti.

12 ottobre – ultimo compleanno in famiglia; comunica il suo desiderio di entrare al Carmelo.

14 ottobre 1933 – ingresso al Carmelo di Köln-Lindenthal.

1934

15 aprile – Domenica del Buon Pastore, Edith Stein veste l’abito carmelitano e riceve il nome di Teresa Benedetta della Croce.

Agosto – dopo la morte di Hindenburg, Hitler assume anche la carica di capo, Führer, della repubblica.

1935

21 aprile – all’aurora del giorno di Pasqua emette la Professione temporanea.

Riprende per ordine del Padre Provinciale OCD la preparazione e la pubblicazione dell’opera Essere finito e Essere eterno.

1936

14 settembre – a Breslau muore la mamma, Augusta Courant.

24 dicembre – nella chiesa del monastero di Köln-Lindenthal, Battesimo della sorella Rosa.

1937

14 marzo – Pio XI pubblica l’Enciclica Mit brennender Sorge.

1938

21 aprile – emette la Professione perpetua.

27 aprile – muore a Freiburg Edmund Husserl.

1° maggio – velazione monastica celebrata dal Vescovo ausiliare Stockums.

14 ottobre – il fratello Arno, con la moglie Martha e quattro figli, lascia la Germania e parte per gli Usa.

9 novembre – notte dei cristalli: incendio delle sinagoghe, scoppio delle manifestazioni antisemite in tutta la Germania.

31 dicembre – è trasferita al Carmelo di Echt in Olanda.

1939

16 febbraio – la sorella Erna coi bambini parte dal porto di Brema per gli Usa.

26 marzo – chiede di offrirsi, vittima di espiazione, al Sacro Cuore di Gesù.

9 giugno – stende il Testamento spirituale.

4 agosto – si offre come vittima di espiazione al Sacro Cuore.

1° settembre – scoppia la seconda Guerra Mondiale.

1940

10 maggio – senza dichiarazione di guerra la Germania invade l’Olanda.

Estate – la sorella Rosa riesce a raggiungere anche lei Echt, traversando il Belgio.

1941

25 luglio – i Vescovi esprimono la loro indignazione e chiedono ai fedeli di non aderire o iscriversi alle associazioni cattoliche perché asservite all’ideologia nazionalsocialista.

8 settembre – Lettera Pastorale dei Vescovi: si dichiara l’ideologia nazista diametralmente opposta alla concezione cattolica della vita.

Stende un libro sulla vita e sull’Opera di San Giovanni della Croce in preparazione al IV Centenario della nascita: Scientia Crucis, rimasta incompiuta per la deportazione.

Settembre – la sorella Elfriede e il fratello Paul, con la moglie e la figlia Eva, sono deportati nel Lager di Theresienstadt: vi moriranno nel 1942.
1942

9 giugno – porta sul cuore un biglietto con la citazione di Matteo 10, 23: “Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra”.

11 luglio – l’Episcopato olandese, in Unione con le Chiese dei Paesi Bassi, invia un telegramma al Generale Christiansen, deplora la deportazione degli ebrei olandesi. Il Primo Commissario Generale del Reich, Seyss-Inquart, fa sapere che queste norme non riguardano gli ebrei cristiani (sic!).

20 luglio – l’Episcopato olandese data la gravità dei provvedimenti stende un’ennesima Lettera Pastorale.

26 luglio – l’Arcivescovo Metropolita di Utrecht, Mons. Joannes de Jong, dispone la lettura dai pulpiti delle chiese della Lettera Pastorale con cui i Vescovi protestano per la persecuzione e la deportazione degli ebrei. Il Vangelo di quella domenica è Gesù che piange su Gerusalemme!

27 luglio – il Primo Commissario Seyss-Inquart ordina di deportare entro la settimana in corso tutti gli ebrei cattolici.

2 agosto – per rappresaglia è catturata dalle SS e deportata ad Amersfoort, insieme alla sorella Rosa. Nello stesso trasporto si trovano sei religiose, tre trappisti e una laica. Furono arrestati in quei giorni 244 ebrei cattolici.

7 agosto – un convoglio di 987 prigionieri, tra cui suor Teresa Benedetta e la sorella Rosa, lascia il Lager di Westerbork, in Olanda, per il Lager di Auschwitz-Birkenau.

9 agosto – è asfissiata con la sorella Rosa ad Auschwitz-Birkenau e il suo corpo bruciato.

1943

Il nazismo entra in crisi. Il regista C. Th. Dreyer realizza il film: Dies irae.

1945

7 maggio – resa incondizionata della Germania. Termina la seconda Guerra Mondiale.

1950

16 febbraio – il Ministro di Grazia e Giustizia dell’Aia pubblica gli elenchi coi nomi dei deportati. Tra i nomi, con il n° 44074, è menzionata Edith Stein.

1958

2 giugno – la Croce Rossa olandese pubblica il documento che registra la morte di Edith Stein avvenuta il 9 Agosto 1942.

1962

4 gennaio – a Colonia l’allora Cardinale Frings apre la procedura per la Beatificazione di suor Teresa Benedetta della Croce.

1972

2 agosto – si chiude, dieci anni dopo, sempre a Colonia, il processo di Beatificazione i cui Atti sono inviati a Roma.
1980

La Conferenza Episcopale della Germania chiede alla Sede Apostolica che s’inizi la procedura in vista della Beatificazione di Edith Stein a Roma.

1986

15 febbraio – la commissione cardinalizia, incaricata del processo, presenta al Papa la richiesta di procedere alla Beatificazione della Serva di Dio come martire.

1987

1° maggio – Edith Stein viene Beatificata a Colonia dal Servo di Dio Giovanni Paolo II. La memoria liturgica del martirio della Beata Teresa Benedetta della Croce è fissata ogni anno il 9 agosto.

1991

12 ottobre – 1° Centenario della nascita di Edith Stein.

1996

La Regista ungherese Marta Meszaros realizza il Film LA SETTIMA STANZA, in memoria di Edith Stein. Il Film vince il Premio Internazionale O.C.I.C. e il Premio alla LII Mostra di Venezia.

1997

22 maggio – nel Palazzo Apostolico Vaticano, durante il Concistoro Pubblico per il voto sulle cause di Canonizzazione, il Papa annuncia che la Beata Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) sarà iscritta nell’Albo dei Santi.

1998

21 aprile – 60° anniversario della Professione Religiosa di suor Teresa Benedetta della Croce (21 Aprile 1938).

11 ottobre – il Servo di Dio Giovanni Paolo II procede alla solenne Canonizzazione della Beata Teresa Benedetta della Croce, in Piazza San Pietro a Roma.
1999

1° ottobre – durante la Concelebrazione per l’apertura del Sinodo dei Vescovi d’Europa, il Santo Padre proclama Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, Compatrona d’Europa a eguale titolo con Benedetto da Norcia, i fratelli slavi Cirillo e Metodio, Caterina da Siena e Brigida di Svezia.

“Sono solo uno strumento del Signore. Devo condurre a Lui chiunque viene a me” (Lettera 54).

Condusse a Cristo e accompagnò al Battesimo, la sorella Rosa, alcune amiche e allieve di origine ebraica. Fu madrina di battesimo di Ruth Kantorowicz, Maria Alice Reis, Heide Hess e Caterina Ruben.

Beato transito

Introduzione

L’anno dell’Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo 1942, il 9 agosto, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), insieme alla sorella Rosa, entra nella vita. È domenica, il più bel giorno per morire in Cristo. Il beato transito avviene nel lager di sterminio di Auschwitz-Birkenau in Germania, oggi Polonia.

Benedetto XVI in visita ad Auschwitz-Birkenau il 28 maggio 2006 disse: “Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell’orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato”.

“Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio”

Edith Stein nasce a Breslavia (Wroclaw, allora Germania, oggi Polonia) il 12 ottobre 1891 nel giorno del Kippùr, dell’Espiazione. Ultima di una famiglia numerosa. Prussiana, ebrea di stirpe e religione, poi atea e quindi cattolica e monaca carmelitana scalza.

Dopo i primi studi universitari a Breslavia, segue le lezioni di Husserl a Gottinga e a Friburgo e rimane affascinata dalla figura di Max Scheler. Allieva prediletta di Husserl e quindi sua assistente a Gottinga e poi a Friburgo. Nell’estate del 1921 si converte al cattolicesimo e il 1° gennaio dell’anno successivo riceve il battesimo. Insegna a Spira (1923-1931) e poi a Münster all’Istituto Tedesco di Pedagogia Scientifica. Nel 1931 le viene rifiutata una cattedra alla Facoltà di Filosofia di Friburgo; Heidegger, successore di Husserl, la ritiene troppo cattolica. La sua carriera accademica viene bruscamente e definitivamente interrotta nel 1933 con le prime leggi razziali promulgate da Hitler. Il 14 ottobre dello stesso anno, realizza la sua vocazione entrando al Carmelo di Colonia.

Perseguitata… perché ebrea e cattolica

“Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che – visto dal lato di Dio – non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta”.

Riguardo alla sua conversione suor Teresa Benedetta scrive: “Non si può neanche immaginare quanto sia importante, ogni mattina quando mi reco in cappella, ripetermi, alzando lo sguardo al crocifisso e all’effigie della Madonna: erano del mio stesso sangue”; al padre gesuita Hirschmann scrive: “Non può immaginare che cosa significhi per me essere figlia del popolo eletto, significa appartenere a Cristo non solo con lo spirito, ma con il sangue”, e suggella la sua radicale sequela di Cristo affermando: “Ho ricevuto il nome che avevo chiesto (Theresia Benedicta a Cruce). Sotto la croce ho capito il destino del popolo di Dio… oggi so meglio cosa voglia dire essere sposa del Signore nel segno della croce”. Ed aggiungeva: “Alla fine della vita ci sarà una sola tristezza: quella di non essere santi”.

La lunga “notte oscura” di Edith Stein

La chiaroveggenza con cui Edith Stein testimonia la crudeltà del regime nazista è pari al coraggio del suo intervento, quando al papa Pio XI in una lettera personale del 1933 predice la Shoah: “Si tratta di un fenomeno che provocherà molte vittime. Si può pensare che gli sventurati che ne saranno colpiti non avranno abbastanza forza morale per sopportare il loro destino. Ma la responsabilità di tutto ciò ricade tanto su coloro che li spingono verso questa tragedia, tanto su coloro che tacciono. Non solo gli ebrei, ma anche i fedeli cattolici attendono da settimane che la Chiesa faccia sentire la sua voce contro un tale abuso del Nome di Cristo da parte di un regime che si dice cristiano”. E aggiunge: “L’idolatria della razza, con la quale la radio martella le masse, non è di fatto un’eresia esplicita? (…) Noi temiamo il peggio per l’immagine mondiale della Chiesa se il silenzio si prolungherà ulteriormente”.

Ancor prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (1939-1945) giudica senza esitazioni gli avvenimenti politici e interviene in essi, seguendo la logica di Dio, quella della croce. In una lettera a madre Giovanna van Weersth, del Carmelo di Beek, in Olanda scrive: “Bisogna dire alla povera gente la verità così com’è: prima è venuto dall’oriente il Bolscevismo, con la lotta contro Dio, poi il Nazionalsocialismo, con la lotta contro la Chiesa. Ma né l’uno né l’altro vincerà. Vincerà alla fine Cristo”.

Reichskristallnacht… la notte dei cristalli

Con la “notte dei cristalli”, dal 9 al 10 novembre 1938, inizia il genocidio degli ebrei europei, pianificato dai nazisti in modo industriale. Complessivamente quella notte sono uccise quasi 200 persone, rase al suolo dal fuoco 267 sinagoghe e devastati 7500 edifici tra negozi, uffici e abitazioni di ebrei. Circa 20-30 mila ebrei sono deportati nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen. La polizia ha l’ordine di non intervenire e i vigili del fuoco badano soltanto che il fuoco non si propaghi ad altri edifici. Nessuno tra i vandali, assassini e incendiari viene processato.

Fino ad ora gli ebrei possono ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, ma – dopo “la notte dei cristalli” – occorrono inviti, permessi, tutte le carte in regola; è molto difficile andare via. In Germania comincia la caccia aperta al giudeo.

La presenza di suor Teresa Benedetta al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l’intera comunità: nei registri della famigerata polizia hitleriana, infatti, è registrata come “non ariana”.

Nessuno desidera che parta. È lei a prendere l’ultima decisione. Il suo primo obiettivo, andare in Palestina, si rivela impossibile. C’è, invece, molto vicino, il Carmelo olandese di Echt. Là potrà rimanere al sicuro e ritornare al normalizzarsi della situazione.

Avverte però con lucidità profetica che la partenza è definitiva: “Se non posso continuare qui, non c’è più nessuna possibilità per me in tutta la Germania. Provai quasi un senso di sollievo al pensiero di essere colpita anch’io dalla sorte comune”.

La notte di capodanno del 1938

Al mattino del 31 dicembre 1938, giorno di San Silvestro, giunge il visto per trasferirsi in Olanda. Si parte nel tardo pomeriggio dello stesso giorno. Il viaggio avviene in macchina. Il Dott. Strerath, contattato dalla Priora, attraversa il confine dei Paesi Bassi e conduce suor Teresa Benedetta al monastero delle Carmelitane di Echt.

Prima di lasciare la Germania chiede di fare una sosta nella Chiesa del primitivo Carmelo di Colonia: “Un fedele amico del Carmelo mi ha condotto ad Echt la sera di San Silvestro… Con la macchina siamo passati dalla Schnurgasse, così ho potuto ricevere la benedizione della Regina della pace per il viaggio… sono salita nel vecchio Coro delle monache, cosicché mi sono trovata vicinissima all’immagine venerata; poi sono andata nella cripta dove sono sepolte le prime carmelitane…” (Da varie Lettere).

Sopra l’altare spicca la scritta latina: “Regina Pacis in his diebus atris pacat Ecclesiam”, Regina della Pace in questi giorni oscuri pacifica la Chiesa. “Maria – scrive la Stein – può formare a propria immagine coloro che le appartengono”. “E chi sta sotto la protezione di Maria – conclude -, è ben custodito”.

Al Carmelo di Echt

Il Carmelo di Echt fondato da quello di Colonia rappresenta una certa continuità e comunione di vita e di abitudini fra i due Carmeli. Quando suor Teresa Benedetta vi giunge, trova una comunità composta da 17 monache. Eccetto tre olandesi, tutte le altre sono di nazionalità tedesca. Più tardi la raggiunge anche la sorella Rosa che nel frattempo dopo la morte della madre si è fatta battezzare e come Terziaria svolge la mansione di portinaia del Carmelo.

Il 26 marzo 1939, Domenica di Passione, chiede il permesso alla Priora di offrire la propria vita per la pace: “Cara madre, mi permetta di offrire me stessa al Cuore di Gesù quale vittima d’espiazione per la vera pace: affinché cessi il dominio dell’anticristo, possibilmente senza una seconda guerra mondiale e possa venire instaurato un nuovo ordine. Vorrei farlo ancor oggi, poiché è l’ora X. So di essere un nulla, ma Gesù lo vuole, ed egli chiamerà molti altri in questi giorni a fare lo stesso”.

Prevedendo la sua imminente fine stende il suo testamento spirituale il 9 giugno 1939: “Già da ora accolgo la morte che Dio mi ha riservato, sottomettendomi pienamente con gioia alla Sua santissima volontà. Prego il Signore che voglia accogliere la mia vita e la mia morte a Suo onore e gloria, per tutte le intenzioni dei Santissimi Cuori di Gesù e Maria e della Santa Chiesa; in particolare per la conservazione, la santificazione e il perfezionamento del nostro santo ordine, soprattutto del Carmelo di Colonia e di Echt, in espiazione dell’incredulità del popolo ebreo e perché il Signore venga accolto dai suoi e venga il Suo regno nella Gloria, per la salvezza della Germania e la pace nel mondo, infine per i miei familiari vivi e defunti e tutti quelli che Dio mi ha donato: che nessuno di loro vada perduto”.

1° settembre 1939: scoppia la II Guerra Mondiale

La Priora, conoscendo le capacità di suor Teresa Benedetta e la sua competenza, le chiede di scrivere un’opera per commemorare il IV centenario della nascita di Juan de la Cruz (1542-1591). Inizia a scrivere il saggio Scientia Crucis.

Nel 1941 scrive ad una religiosa: “Sono contenta di tutto. Una Scientia Crucis (la Scienza della Croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Di ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza)”.

Il testo è pronto, anche se non sottoposto a revisione, nell’agosto del 1942: ossia dopo circa un anno di duro lavoro, condotto di giorno ed in parte anche la notte, a causa dell’esiguità del tempo libero che l’osservanza della vita carmelitana le concede.

La Germania invade i Paesi Bassi

L’invasione dell’Olanda ha inizio poco dopo la mezzanotte del 9-10 maggio 1940. Cinque giorni dopo, l’Olanda si arrende alla Germania. L’occupazione nazista segna automaticamente la sorte per gli ebrei olandesi. Su tutti gli edifici risalta la scritta: “Voor Joden Verboten” (proibito ai giudei). La macchina di sterminio nazista si dimostra, in Olanda, più efficiente, spietata e metodica.

Anche il Carmelo smette di rappresentare un rifugio sicuro per le sorelle Stein. Suor Teresa Benedetta sente che la rete si stringe e avvia le pratiche per tentare un trasferimento in Svizzera.

Il 4 agosto dello stesso anno realizza il suo desiderio e si offre al Cuore di Gesù: “O divino Cuore del mio Salvatore! Ti prometto solennemente di usare tutte le possibilità a mia disposizione per farti piacere; e là dove io mi trovassi di fronte a una scelta voglio fare ciò che maggiormente ti rallegra. Io ti prometto tutto questo per testimoniarti il mio amore e per raggiungere la pienezza della mia professione, cioè diventare una vera carmelitana, vera tua sposa. Ti prego di darmi la forza di realizzare il mio voto. Tua Madre e il mio santo angelo possano aiutarmi”.

Ma intuisce che tutto fa parte del disegno di Dio: “Il Signore guida ciascuno per la propria strada, e ciò che chiamiamo destino è l’opera sua d’artista, Artista divino che si prepara la materia e la forma in diversi modi: con lievi tocchi delle dita, ma anche a colpi di scalpello. Non è materia inerte quella che Dio lavora. La sua più grande gioia di Creatore è che nasce vita sotto la sua mano, che vita gli sgorga incontro, vita che risponde ai tocchi lievi delle dita, ai colpi di scalpello. È così che collaboriamo alla sua opera d’artista”.

Intanto le SS moltiplicano i centri per la registrazione dei non ariani. Le sorelle Stein nell’ottobre del 1941 sono chiamate a Maastricht e devono fornire informazioni sul loro conto. Le SS esigono anche che portino la stella gialla sull’abito religioso. In quell’occasione suor Teresa Benedetta entrando nell’ufficio della Gestapo saluta i presenti con le parole: “Sia lodato Gesù Cristo!” mostrando coraggio nel professare la sua fede.

La protesta delle Chiese d’Olanda

I gravi soprusi delle forze d’occupazione tedesca nei confronti dei cittadini ebrei residenti in Olanda hanno collegato fra loro le Chiese Protestanti, già dalla fine del 1940. La chiesa Cattolica si unisce a loro alla fine del 1941. All’inizio del 1942, nasce un nuovo comitato denominato Commissione Interconfessionale. Il 17 febbraio 1942, alcuni rappresentanti di questa Commissione vengono ricevuti dal Commissario Generale del Reich Arthur Seyss-Inquart. In quell’occasione espongono la loro protesta contro gli arresti arbitrari, le deportazioni a Mathausen e l’imposizione dell’ideologia nazionalsocialista. Quando il 10 luglio 1942 si giunge a conoscenza di nuove deportazioni, la Commissione Interconfessionale presenta un’istanza al Commissario Generale Seyss-Inquart, che è spedita via telex l’11 luglio ai Commissari Generali Rauter e Schmidt e al Generale Christiansen, comandante supremo dell’esercito.

Il telegramma della protesta delle Chiese

Le Chiese d’Olanda qui sottoscritte, profondamente scosse dai provvedimenti contro gli ebrei olandesi, con i quali essi sono esclusi dalla partecipazione alla vita normale, profondamente addolorate, sono venute a conoscenza delle nuove disposizioni in forza delle quali uomini, donne, bambini e intere famiglie devono essere deportate nel Reich tedesco e nei territori occupati. La sofferenza, che colpisce più di diecimila persone, la consapevolezza che tali disposizioni sono contro il profondo sentimento morale del popolo olandese, e soprattutto il contrasto di tali disposizioni con l’esigenza di giustizia e di misericordia voluta da Dio, costringe le Chiese a rivolgere a Lei la pressante richiesta di non mettere in atto tali disposizioni. Formuliamo questa pressante richiesta soprattutto in nome e per conto degli ebrei che si professano cristiani, visto che, con tali disposizioni, viene loro vietata la partecipazione alla vita della Chiesa.

Firmato: Chiesa protestante d’Olanda; Arcivescovi e Vescovi della Chiesa Cattolica in Olanda; Le Chiese Calviniste in Olanda; La Chiesa Calvinista Cristiana in Olanda; La Società Mennonita Popolare; La Fraternità Remontstrantese; Le Chiese Calviniste Olandesi nell’Unione di Hersteld; Le Comunità Calviniste in Olanda; La Chiesa Evangelico Luterana nel Regno d’Olanda; La Chiesa Evangelico Luterana Rinnovata nel Regno d’Olanda.

Inaspettatamente, un rappresentante delle Chiese riceve il 14 luglio un invito ad un colloquio con il Commissario Generale Schmidt. Dove viene informato della decisione del Commissario del Reich Seyss-Inquart di escludere dalla deportazione tutti gli ebrei battezzati prima del 1° gennaio 1941. Questa eccezione non è mai stata richiesta dalle Chiese. Esse si sono, invece, impegnate in favore di tutti gli ebrei. Seyss-Inquart, a dire il vero, intende ingannare le Chiese, per poter eseguire la deportazione ormai programmata per il 15 luglio, senza essere intralciato da grandi proteste pubbliche.

La Commissione Interconfessionale non si accontenta del telegramma dell’11 luglio. Tanto meno accetta l’odiosa e inaspettata rassicurazione che gli ebrei cristiani saranno risparmiati e decide di rendere noto il testo del telegramma attraverso l’annuncio dai pulpiti delle chiese e cappelle. Il progetto viene a conoscenza del Commissario del Reich Seyss-Inquart che convoca il 24 luglio il rappresentante della Chiesa protestante olandese minacciandolo. Di fronte a questo ricatto la Chiesa protestante olandese accetta le condizioni. Le altre Chiese Protestanti insieme all’Episcopato Cattolico, che aveva già inserito il testo del telegramma all’interno della Lettera Pastorale il 20 luglio, le respingono e condannano apertamente e ufficialmente la persecuzione.

La protesta pubblica delle Chiese

La domenica 26 luglio 1942 dai pulpiti delle chiese del paese si dà pubblica lettura della protesta contro il razzismo nazista in cui si dice:

“Viviamo in un’epoca di grande miseria, sia nel campo spirituale che materiale. Ma due fatti molto dolorosi attirano soprattutto la nostra attenzione: il triste destino degli ebrei e la sorte di quelli che sono stati addetti ai lavori forzati all’estero. (…) Le inaudite sofferenze con questo mezzo inflitte a più di diecimila persone, la consapevolezza che un modo tale di procedere ripugna profondamente al sentimento morale del popolo olandese, e soprattutto è in contrasto assoluto con il comandamento divino di giustizia e di carità, costringono le sottoscritte comunità delle Chiese a rivolgere la più viva preghiera di non voler mettere in esecuzione i suddetti provvedimenti. (…) Questa nostra Lettera Pastorale collegiale verrà letta domenica prossima, il 26 luglio, in tutte le chiese della nostra Diocesi e in tutte le rettorie durante tutte le Sante Messe in programma e secondo le consuetudini”.

Scritto a Utrecht, il 20 luglio nell’anno del Signore 1942.

Dottor J. de Jong, Arcivescovo di Utrecht, P.A.W. Hopmans, Vescovo di Breda, Dottor J.H.G. Lemmens, Vescovo di Roermond, J.P. Huibers, Vescovo di Haarlem, W.P.A.M. Mutsaerts, Coadiutore del Vescovo di ‘s-Hertogenbosch.

Ebrei cattolici kaputt

La risposta non si fa attendere; Adolf Hitler ordina l’arresto degli ebrei battezzati (che fino a quel momento sono stati risparmiati) e viene accelerata la deportazione degli ebrei di sangue e religione. Le forze d’occupazione reagiscono con violenza. La Gestapo, la polizia segreta del Terzo Reich, arresta tutti gli ebrei cattolici dei Paesi Bassi, inclusi i sacerdoti, i frati e le suore. Il rappresentante di Hitler, il Commissario Seyss-Inquart, non lascia sussistere nessun dubbio sul fatto che si tratta di una misura di repressione: “Essendosi i vescovi cattolici occupati di una questione che non li riguardava, tutti gli ebrei cattolici saranno espulsi fin dalla corrente settimana. Qualsiasi protesta sarà inutile”. Anche il Commissario aggiunto Schmidt rilascia una dichiarazione ufficiale secondo la quale, avendo l’episcopato cattolico rifiutato di rispettare il segreto dei negoziati, le autorità tedesche si vedono costrette a “perseguire i cattolici ebrei, come i loro peggiori nemici, assicurandone il più presto possibile la deportazione verso l’Est”.

Protesta contro la barbarie

Racconta suor Pascalina Lehnert, assistente di Pio XII, che quando il Papa fu avvertito della tragedia olandese e “i giornali del mattino vennero recapitati nello studio del Santo Padre, mentre egli era sul punto di recarsi all’udienza. Lesse solo i titoli e divenne pallido come un morto. Tornato dall’udienza, prima ancora di andare nella sala da pranzo, venne in cucina con due grandi fogli scritti molto fitti e disse: “Voglio bruciare questi fogli. È la mia protesta contro la spaventosa persecuzione antiebraica. Stasera sarebbe dovuta comparire su L’Osservatore Romano. Ma se la lettera dei Vescovi olandesi è costata l’uccisione di quarantamila vite umane, la mia protesta ne costerebbe forse duecentomila. Perciò è meglio non parlare in forma ufficiale e fare in silenzio, come ho fatto finora, tutto ciò che è umanamente possibile per questa gente”” (Pascalina Lehnert, Pio XII, il privilegio di servirlo Rusconi Editore, Milano 1984, pp. 148-149).

Proprio alla protesta della Chiesa olandese si riferisce ancora Pio XII quando scrive – il 30 aprile del 1943 – al vescovo di Berlino Von Preysing: “Per quanto riguarda le dichiarazioni episcopali, lasciamo ai vescovi del luogo la responsabilità di decidere che cosa pubblicare dei nostri documenti. Il pericolo di rappresaglie e di repressioni – come forse anche di altre misure dovute al protrarsi e alla psicologia della guerra – consigliano riserbo. Nonostante le buone ragioni a favore di un Nostro aperto intervento ve ne sono altre di pari peso per evitare mali maggiori, non interferendo. La Nostra esperienza del 1942, quando abbiamo permesso la libera pubblicazione di certi documenti pontifici rivolti ai fedeli giustifica un tale atteggiamento”.

Il prezzo da pagare per ogni pubblica protesta contro la barbarie nazista è terribile. “Ogni parola da Noi rivolta a questo scopo alle competenti autorità, e ogni Nostro pubblico accenno – dice Pio XII nel discorso ai cardinali del 2 giugno 1943 – dovevano essere da Noi seriamente ponderati e misurati nell’interesse dei sofferenti stessi, per non rendere, pur senza volerlo, più grave e insopportabile la loro situazione”.

In Olanda vivono più di 140.000 ebrei e di questi solo una minoranza, circa 700, è costituita da ebrei battezzati. Con circa 102.000 persone uccise la Comunità Ebraica olandese è stata annientata per più dei due terzi.

Il blitz del 2 agosto 1942

Al Carmelo di Echt si è ben lontani dal prevedere una simile catastrofe. Con un blitz, la Gestapo arresta gli ebrei cattolici, rastrella i monasteri, arresta i religiosi, incluse le persone che hanno trovato rifugio presso di loro nei monasteri o conventi.

Madre Antonia, priora del Carmelo di Echt racconta: la “domenica 2 agosto le monache erano tutte in Coro davanti al SS. Sacramento esposto, quando, poco dopo le cinque di sera, fui chiamata in parlatorio. Suor Teresa Benedetta aveva appena letto il brano per la meditazione. (…) Andai subito alla ruota per sapere chi volesse parlarmi. Quando sentii che erano due ufficiali tedeschi, venuti per suor Teresa Benedetta e la signorina Rosa, pensai che la visita riguardasse il visto d’ingresso in Svizzera, tanto atteso dalle due sorelle. Ritenendo che potessero sbrigarsela da sole chiamai suor Teresa Benedetta dal Coro in parlatorio mentre Rosa era già presente. Stando fuori, vicino alla finestra del Coro, dissi alla Comunità: “Sorelle, pregate per carità, temo che ci sia la Gestapo!” Poi mi fermai dietro la porta del parlatorio per seguire, non vista, lo sviluppo del colloquio. Mi spaventai quando capii che si trattava di una cosa molto seria. Erano davvero le SS! Uno dei due, il portavoce intimò a suor Teresa Benedetta di lasciare il Monastero entro cinque minuti. Lei ribatté dicendo: “Non è possibile, qui la clausura è rigorosissima”. “Tolga questa cosa (intendeva la grata del parlatorio) ed esca subito!” “Lei mi deve dare prima le ragioni.” “Chiami la superiora!”.

“Per favore, sorelle, pregate!”

“Avendo sentito tutto, feci un giro un po’ più lungo per tornare in parlatorio, mentre suor Teresa Benedetta ritornò in Coro. Fece la genuflessione davanti al SS. Sacramento con devozione, poi, lasciò il Coro dicendo: “Per favore, Sorelle, pregate!” Alcune la seguirono fino in cella, dove prepararono rapidamente alcuni indumenti, mentre lei nel frattempo infilava un paio di scarpe di cuoio. Io intanto discutevo con l’uomo delle SS. Mi chiese: “Siete la Superiora?” “Sì.” “Suor Stein deve lasciare il Monastero entro cinque minuti.” “Non è possibile.” “Allora fra dieci minuti. Non abbiamo tempo!” “Ma noi abbiamo in corso una pratica per permettere alle sorelle Stein di essere accolte in Monasteri in Svizzera e aspettiamo solo il visto d’espatrio tedesco. Da parte della Svizzera tutto è a posto.” “Questo si potrà vedere più tardi; ora suor Stein deve venire fuori. Può cambiarsi o seguirci con abiti religiosi. Le dia una coperta, un bicchiere, un cucchiaio e viveri per tre giorni.” Allora protestai di nuovo. L’uomo delle SS rispose: “Lei può ben immaginare a quali rischi va incontro la sua casa e a quali pericoli lei si espone, se si rifiutasse di lasciar uscire suor Stein”. Pensando che si trattasse solo di false intimidazioni dissi: “Lasciateci almeno un’ora di tempo!” “Non è possibile. Non abbiamo tempo!” Quando compresi che non avrei ottenuto più nulla, dissi solo: “Se dobbiamo cedere alla forza, allora facciamolo nel nome di Dio”. Lasciai il parlatorio e andai sopra nella cella di suor Teresa Benedetta. Lei stessa immediatamente mi disse: “Per favore scrivete subito al Console svizzero a L’Aia per il permesso”. Era molto sicura di potersi trasferire al Carmelo di Le Pâquier. Dalla cella mi diressi verso la porta della clausura, dove la signorina Rosa era inginocchiata per ricevere la benedizione. Una nostra conoscente le stava accanto con tanto amore. Poco dopo arrivò anche suor Teresa Benedetta. Le altre consorelle correvano avanti e indietro, per prendere dalla cucina ancora qualcosa da mangiare. Ma suor Teresa Benedetta riuscì soltanto a prendere qualche boccone. Il tempo era ormai scaduto.”

Settimana di Passione 2 – 9 Agosto

“Quando entrambe uscirono dalla clausura, sentii suor Teresa Benedetta parlare al portavoce dei suoi progetti di espatrio. Il secondo ufficiale non l’ho sentito parlare. I due uomini in parlatorio attendevano in silenzio. Anche noi eravamo rimaste in silenzio per quanto fosse possibile tanto era dolorosa la reciproca separazione” (Antonia Engelmann, Priora).

Davanti alla porta del Monastero, sulla via si sono riuniti molti olandesi indignati. Una testimone sente suor Teresa Benedetta mormorare alla sorella Rosa: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”. Ed intende il popolo ebraico. Sono le sue ultime parole dette al Carmelo. Un’amica del Monastero, Maria Delsing, avvertita telefonicamente dell’arresto delle Stein, si precipita in Bovenstestraat appena in tempo per vedere le sorelle Stein che vengono portate via da due tedeschi in divisa. “Per congedarmi mi diressi velocemente verso di loro, ma fui aggredita verbalmente da uno dei tedeschi: “Deve venire anche lei con noi?” Dopo di che le due sorelle mi strinsero le mani per salutarmi…”.

A un angolo della strada attende un Überfallswagen (carro d’assalto) che aveva già prelevato altre vittime, le due sorelle sono costrette ad entrarvi (Processo Ordinario).

Il “bottino” di quella domenica, secondo le dichiarazioni della direzione del dipartimento ebreo per il distretto dell’Aia, è di 212 arrestati. A questi si aggiungono altri 32 ebrei, agli arresti presso la succursale di Amsterdam.

Lager di Amersfoort

Le sorelle Stein sono condotte dapprima all’ufficio distrettuale di Maastricht e di lì, nella notte tra il 2 e il 3 agosto, con molti altri arrestati vengono trasferite nel lager della polizia di Amersfoort. Il campo di concentramento è situato lungo la strada principale Utrecht-Amersfoort, nella provincia di Utrecht.

“L’autista del carro in cui si trovava suor Teresa Benedetta sbagliò strada, così arrivò al campo per ultimo, a notte già inoltrata. La Baracca assegnata a questo trasporto era stracolma di prigionieri. Non era possibile pensare ad un riposo perché gli agenti della polizia tedesca facevano continuamente l’appello… Le sette religiose formavano un gruppo a sé, una piccola comunità: pregavano insieme, dicendo il Breviario e recitando il Rosario… suor Teresa Benedetta era spontaneamente considerata da loro come superiora, perché traspariva in lei una forza soprannaturale” (Processo Ordinario).

“Fu in quest’occasione – afferma un testimone – che uno degli agenti domandò a suor Teresa Benedetta, che già era stata spintonata col calcio del fucile, a quale religione appartenesse, rispose fiera: Sono cattolica. L’ufficiale replicò: Niente affatto, tu sei una maledetta ebrea. Poi gli uomini furono divisi dalle donne, i mariti dalle mogli, le madri dai propri figli, con proibizione di qualsiasi comunicazione tra loro”. Le urla e la confusione nel campo sono indescrivibili. Lei si muove qua e là tra le donne consolando, aiutando e calmando come un angelo. Julius Markan, un sopravvissuto, testimonia che: “la Stein era perfettamente calma e in perfetto auto-controllo e che questo la distingueva dagli altri prigionieri”.

Un testimone oculare c’informa che ha fatto molto per prendersi cura dei bambini. “Molte madri, vicine ormai alla follia, non si occupavano più dei loro bambini e guardavano davanti a sé con ottusa disperazione. Lei li lavava, li pettinava, e curava”.

Lager di Westerbork

Poi, nella notte tra il 3 e il 4 agosto, con altri prigionieri vengono portate al lager di transito di Westerbork (nella provincia di Drente al confine con la Germania). Posto in una zona completamente disabitata al nord dell’Olanda, il lager è situato a circa 15 chilometri dal villaggio di Westerbork. In questo lager i prigionieri hanno ancora diversi contatti personali ed epistolari con il mondo esterno.

Abbiamo una testimone d’eccezione di quei giorni, Etty Hillesum. Scrive in una lettera: “Fu uno strano giorno quando arrivarono degli ebrei cattolici – o se si preferisce dei cattolici ebrei -, suore e preti con la stella gialla sui loro abiti religiosi. Ricordo due giovani gemelli dagli identici, bei visi scuri del ghetto e dagli occhi calmi e fanciulleschi sotto i loro zuccotti, che raccontavano con cortesia e stupore di essere stati portati via dalla messa alle quattro e mezzo di mattina, e di aver mangiato cavolo rosso ad Amersfoort. C’era un monaco ancora abbastanza giovane che per quindici anni non era uscito dal proprio convento e ora si ritrovava per la prima volta nel “mondo”. Mi ero fermata un poco accanto a lui e avevo seguito il suo sguardo, che vagava tranquillo per la grande baracca dove si accoglievano i nuovi arrivati. I rapati a zero, i picchiati e maltrattati, che quello stesso giorno si erano riversati a Westerbork insieme con i cattolici, incespicavano e si muovevano con gesti ancora incerti per quel grande locale di assi, e tendevano le mani verso il pane che non bastava. (…) Io fisso il monaco che dopo quindici anni si ritrova nel “mondo” e gli chiedo: “E allora, che cosa ne dice del mondo?” Ma il suo sguardo rimane tranquillo e amichevole sopra la tonaca marrone, come se ciò che lo circonda gli fosse noto e familiare già da molto tempo. Più tardi qualcuno mi raccontò che quello stesso giorno aveva visto alcuni monaci camminare in fila tra due baracche scure nel crepuscolo, mentre dicevano il rosario con la stessa calma con cui avrebbero recitato le preghiere nei corridoi del loro convento. E non è forse vero che sì può pregare dappertutto, in una baracca di legno come in un convento di pietra – come pure in ogni luogo di questa terra, su cui Dio pensa bene di scaraventare i suoi simili in tempi agitati?” (Lettere 1942-1943, p. 42, Adelphi).

La Hillesum e la Stein s’incontrano nell’unica Baracca del campo, la 36 destinata alle donne durante i pochi giorni prima della deportazione. Che cosa si sono dette prima che un ufficiale ponesse bruscamente fine al loro colloquio?

La Stein scrisse: “Oggi è bene tener presente che fa parte della povertà da noi professata essere pronte a dover lasciare il nostro monastero. Ci siamo obbligate noi ad osservare la clausura, ma Dio non si è obbligato a lasciarci lì per sempre, per proteggerci dietro le mura della nostra clausura… Lo stesso si può dire dei sacramenti… Nel momento in cui per violenza esterna fossimo impedite di riceverli, Egli potrà soccorrerci per altra via abbondantemente”.

Suor Teresa Benedetta dal lager invia un’ultima richiesta d’aiuto nella speranza di ottenere un rinvio provvisorio. Spera che il Consolato svizzero ad Amsterdam possa ancora salvarle. Lo testimonia il testo del telegramma che acclude ad una lettera per il monastero di Echt:

Drente – Westerbork
Baracca 36, 4 agosto 1942
Cara Madre e care consorelle,

questa notte abbiamo lasciato il campo di smistamento di A. (Amersfoort) e siamo arrivate qui. Siamo state ricevute gentilmente. Si sta facendo tutto per poter essere liberate o quantomeno poter restare qui. Tutti i cattolici sono qui riuniti, nel nostro dormitorio, tutte le religiose (due trappistine, una domenicana, Ruth (Kantorowicz) Alice, (Reis), Dr. Meirowsky, e altri. Due Padri trappisti sono ugualmente con noi). Ad ogni modo occorrerà che ci mandiate i nostri documenti personali, i nostri tagliandi di razionamento e le carte del pane. Fino ad ora siamo state interamente mantenute dalla carità degli altri. Noi speriamo che abbiate trovato l’indirizzo del Console (della Svizzera) e che vi siate messe in contatto con lui. Abbiamo chiesto a numerose persone di portarvi nostre notizie. Sono con noi anche i due gentili bambini dei Koningsbosch (Anna-Maria e Elfriede Goldschmidt). Siamo tuttavia contente e tranquille. Evidentemente sinora né messa né comunione; può darsi che sarà per più tardi. Ci organizziamo intanto come si possa vivere solo interiormente. Con tutto il cuore. Scriveremo certamente ben presto.

In corde Jesu vostra
B.

Il giornalista Piet O. van Kempen, mandato dal Carmelo di Echt, per informarsi della sorte di suor Teresa Benedetta, testimonia: “Ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad una donna spiritualmente grande e forte, che non sembrava venire da un lager. Abbiamo parlato per venti minuti. La prima cosa che la Serva di Dio mi domandò fu se le avessimo portato un abito… Mi disse che avrebbe sempre portato il suo abito di Carmelitana. Disse anche che nel campo si poteva pregare… Era contenta di pregare e di poter allo stesso tempo fare qualcosa per i compagni di prigionia. Parlò di donne che si trovavano disorientate con i loro bambini e delle quali doveva prendersi cura… Durante la conversazione ho fumato una sigaretta. Le chiesi se ne voleva una anche lei. Mi rispose che lo aveva fatto un tempo e che un tempo aveva pure ballato”.

6 agosto – Trasfigurazione: inizia la Via Crucis

È la festa liturgica della Trasfigurazione, quando nella notte dal 6 al 7 agosto i prigionieri sono destati di soprassalto: si procede ad un nuovo penoso appello in cui sono elencati coloro che devono tenersi pronti per una nuova partenza.

In un resoconto della polizia vengono menzionati i coniugi Bromberg, che, insieme alla figlia Ruth e al figlio Riccardo, si trovano con gli altri nel campo di Amersfoort e di Westerbork. Quando il 7 agosto viene stilata la lista dei trasporti, loro sono risparmiati. Da loro abbiamo avuto più tardi un esauriente resoconto degli avvenimenti nel lager e della deportazione. Il resoconto termina con le parole: “Al mattino presto del 7 agosto, quando il sole non era ancora sorto, una lunga fila di uomini, donne e bambini attende sulla strada che attraversa il lager. Stranamente si distinguevano gli abiti religiosi dagli zaini e fagotti. Al posto dei poliziotti ci sono le SS armate, che impartendo ordini severi, fanno uscire la lunga fila dal lager. Per molto tempo ancora coloro che sono rimasti hanno salutato facendo cenni con la mano. Costoro sono stati gli ultimi ad aver visto qualcosa di quel trasporto”.

La signora Bromberg, sfuggita alla morte insieme ai suoi due figli, racconta: “Quello che la distingueva dalle altre religiose era il silenzio. Ebbi l’impressione che fosse triste fin nel profondo dell’anima, ma non angosciata. Non so come dire: il peso del suo dolore era immenso, schiacciante, così che quando sorrideva, quel sorriso veniva da una tale profondità di sofferenza che faceva male. Parlava appena e guardava la sorella Rosa con indicibile tristezza. Certo prevedeva la sorte che era destinata a loro tutte. (…) Sì, credo proprio che misurasse in anticipo la sofferenza che le aspettava, non la propria ma quella della altre. Quando la rivedo nella memoria, seduta in quella Baracca, tutto il suo atteggiamento evoca in me un solo pensiero: quello di una Vergine dei Dolori, una Pietà senza Cristo”.

Ma prima di lasciare il campo suor Teresa Benedetta riesce ancora ad inviare un biglietto alla Priora del Carmelo di Echt, che affida alla mamma di una religiosa, giunta al campo con valigie per la figlia.

Drente – Westerbork
baracca 36, – 6. 4. 1942
(errore del mese, 4 anziché 8)

…una suora è arrivata ieri sera con delle valigie per le sue consorelle e recapiterà ora una letterina. Domattina parte un convoglio (Slesia o Cecoslovacchia?). Il necessario è: calze di lana; 2 coperte. Per Rosa tutta la biancheria personale di lana e ciò che era in lavanderia; per entrambe fazzoletti e spugne per lavarsi. A Rosa manca inoltre lo spazzolino da denti, la croce e il rosario. Io vorrei avere anche il volume successivo del breviario (finora ho potuto pregare meravigliosamente); le nostre carte d’identità, i certificati di origine e le tessere del pane.

Mille grazie. Saluti a tutte,

Sua grata figlia B.
1 abito e grembiuli 1 piccolo velo

Il Signor H. Wielek, un impiegato olandese del campo di Westerbork, ha lasciato una testimonianza dei suoi incontri con Suor Teresa Benedetta: “Mi accorsi immediatamente che si trattava di una grande personalità nel vero senso della parola. Nel caos di Westerbork si fermò solo alcuni giorni, ma lei si muoveva, parlava, pregava, come… come una santa. Sì, era proprio così. Era questa l’immagine di quella donna avanti in età che sembrava essere ancora così giovane, che era proprio assolutamente vera. “Per piacere – mi supplicò – per piacere, scriva a Echt di mandare ancora dei rosari”. Parlava in modo così sincero e sommesso che chi l’ascoltava era costretto ad acconsentire. Cercare di discutere della cosa sarebbe stato come entrare in un altro mondo. In quegli istanti era come se Westerbork non esistesse più. (…) “Non sapevo che gli uomini potessero essere così – mi disse una volta, quando le raccontai una brutalità commessa dalle SS – E che le mie sorelle e fratelli dovessero soffrire così! Purtroppo anche questo non lo sapevo stando in convento. Per ore e ore prego per loro. Ascolterà Dio la mia preghiera? Senz’altro ascolterà il mio lamento”. Quando si seppe con sicurezza che sarebbe stata deportata insieme agli altri battezzati, le chiesi chi avrei dovuto informare in merito; qualcuno che avrebbe potuto intervenire. Una delle guardie di cui ci si poteva fidare, non poteva forse telefonare a Utrecht? Lei sorrise di nuovo. “No, lasci stare, per piacere lasci stare! Perché io dovrei essere esclusa? La giustizia non sta forse nel fatto che io non tragga vantaggio dal mio battesimo? Se non posso condividere la sorte dei miei fratelli e sorelle, la mia vita è in un certo senso distrutta” (Giovanni Paolo II. Omelia Canonizzazione). Poi l’ho vista orientarsi pregando verso il treno, accanto a sua sorella Rosa (…). E vidi il suo sorriso, la sua forza, la sua incrollabile fermezza che l’accompagnava verso Auschwitz”. Era l’ottavo convoglio di deportati che partiva per Auschwitz.

Venerdì 7 agosto, stazione di Schifferstadt!

Nel primo pomeriggio, alle 13.00 del 7 agosto, primo venerdì del mese, il treno dei deportati si fermò casualmente alla stazione di Schifferstadt nella Renania. Il capostazione, Valentino Fouquet, dalle sbarre del finestrino, udì qualcuno che gli chiedeva se fosse del posto. Alla risposta affermativa gli disse: “Porti i miei saluti al reverendo Giuseppe Schwind. Disse di essere Edith Stein che viaggiava verso l’oriente”.

Mentre il convoglio, composto da 50 carrozze, riparte lentamente, suor Teresa Benedetta lascia cadere dal finestrino l’ultimo suo biglietto. Qualcuno lo raccoglie. È indirizzato alle religiose insegnanti del vicino Collegio di S. Maddalena di Speyer dove ha insegnato per dieci anni. Dice: “Saluti dal viaggio per la Polonia”.

Auschwitz-Birkenau cioè “il posto delle betulle”…

Tutti questi convogli di ebrei fino alla prima metà del 1942 vengono avviati per intero a Birkenau a circa 3 Km. di distanza dalla stazione di Auschwitz, nell’area del paese di Brzezinka, e immediatamente eliminati.

Secondo il “Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945”, a Birkenau, prima della costruzione dei quattro crematori, due case coloniche polacche preesistenti sono trasformate dall’amministrazione del campo in “camere a gas” omicide. La “casa rossa”, o “Bunker 1”, e la “casa bianca”, o “Bunker 2”.

Solo a partire dal luglio 1942 la carenza di manodopera interna al campo induce le SS a praticare una selezione all’arrivo dei deportati. Si tratta di una tragica procedura che vede dividere le famiglie, strappare i bambini alle madri, gli anziani ai figli, i mariti alle mogli sulla rampa stessa di arrivo dei treni. Da una parte sono allineati gli uomini, dall’altra le donne con i bambini piccoli. Pianti e grida si levano dalle file per l’inaspettata separazione che non lascia il tempo per un addio. Poi, avanzando a pochi per volta davanti al medico SS esaminatore, coloro che hanno i capelli bianchi, gli invalidi, gli anziani, le donne incinte o con i loro figli sono separati e fatti salire sui camion, o se questi sono insufficienti, avviati a piedi attraverso i campi verso le camere a gas.

Nella zona delle camere a gas, i deportati vengono convinti che una disinfestazione e un bagno li attendono, si devono spogliare nelle due baracche prospicienti e poi entrare nella sala delle supposte docce. Sia le SS, sia i detenuti addetti hanno il compito di tranquillizzare i deportati perché tutto si svolga nel massimo ordine. Se qualcuno fa resistenza, viene portato dietro l’edificio e ucciso con una revolverata, lo stesso viene fatto in caso di surplus di persone da uccidere.

Il gas usato per l’assassinio di massa è lo Zyklon B (acido prussico o cianidrico). L’acido prussico è un gas altamente tossico per l’uomo, blocca lo scambio di ossigeno nei tessuti, provocando senso di vertigine, mal di testa, vomito, convulsioni.

Auschwitz-Birkenau, sabato 8 agosto 1942

L’ottavo convoglio dell’Organizzazione dei servizi di sicurezza delle SS (RSHA) proveniente dall’Olanda, dopo aver transitato per la stazione di Breslavia, città natale della Stein, giunge alla stazione di Auschwitz l’8 agosto 1942. Appena scesi dal convoglio sul binario ferroviario, gli uomini delle SS procedono immediatamente alla selezione dei prigionieri; quel convoglio trasportava 987 ebrei, 510 uomini e bambini e 477 donne e bambine, provenienti dal lager di Westerbork. Dopo la selezione, 315 uomini e 149 donne sono internati nel lager come detenuti. Nel trasporto si trovano parecchi ebrei cattolici, suore e frati. I rimanenti 523 uomini donne e bambini vengono subito uccisi tra l’8 e il 9 agosto. Tra loro vi è Theresia Hedwig Stein, dottore in Filosofia, nota come suor Teresa Benedetta della Croce, dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, nata il 21 ottobre 1891 a Breslavia. Ha 51 anni e sua sorella Rosa Maria Agnese Adelaide Stein 59.

Le vittime ignare della loro sorte raggiungono a piedi due baracche-spogliatoio, dove la gente si spoglia prima di entrare nella camera a gas. Situate nel bosco vi sono le due ex case coloniche adattate a camere a gas. Accanto, erano situate 4 grandi fosse, i cosiddetti “mucchi crematori”, per bruciare i cadaveri all’aria aperta. Per accelerarne l’incenerimento, i prigionieri delle squadre speciali incaricate di questi compiti prelevano il grasso che fuoriesce dai cadaveri che bruciano, e lo spargono di nuovo sui corpi.

Patì sotto Hitler

Le testimonianze di due sopravvissuti a quel medesimo trasporto (J. Van Rijk e J. Veffer) affermano soltanto di aver visto sul marciapiede di Auschwitz-Birkenau delle donne vestite da religiose e che quel gruppo non superò la selezione, venendo probabilmente annientato subito dopo.

Un teste, Luigi Schlütter, scambiò qualche parola con la Stein poco prima della partenza da Westerbork. Riferisce questa sua affermazione: “Qualunque cosa possa accadere, sono preparata a tutto. Gesù è anche qui in mezzo a noi”. E Gesù sarà stato in mezzo ai poveri ebrei che, spasimando sotto il terribile tossico, hanno terminato la loro vita chiusi nella famigerata “casa bianca”.

“Una morte sofferta con magnanimità, col sigillo di una testimonianza cruenta senza pari” testimonia la sua madrina di battesimo Edvige Conrad-Martius (Relatio et vota p. 141).

Papa Benedetto XVI in visita ad Auschwitz-Birkenau il 28 maggio 2006 pregò dicendo: “Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: “…Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati, perché dormi, Signore? Destati, non ci respingere per sempre! Percheacute; nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!” (Sal 44, 20.23-27). Questo grido d’angoscia che l’Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d’aiuto di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e domani – soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi”.

“Il Salvatore non è solo sulla Via della Croce, attorno a Lui non ci sono soltanto nemici che lo sospingono: c’è anche chi gli è vicino da amico. Come modello dei seguaci della Croce di ogni tempo, c’è la Madre di Dio; come immagine di coloro che si assumono il carico di una sofferenza loro imposta e che, sopportandola, sperimentano la sua benedizione, c’è Simone di Cirene; come rappresentante di coloro che amano e il cui impulso è quello di servire il Signore, c’è la Veronica…” (Santa Teresa Benedetta della Croce).

Come invocarla

Che cos’è una novena?

Dal Vangelo di Luca appare chiaro che la forza che animava gli apostoli era certamente lo Spirito Santo e ciò che dobbiamo considerare attentamente è come Egli sia sceso sopra di loro mentre erano riuniti insieme in una preghiera comunitaria seguendo l’insegnamento dato da Gesù “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. (Mt 18, 20)

Una Novena di preghiera e d’intercessione è dunque un’antica tradizione della Chiesa. Si ispira alla preghiera fatta con un cuore solo dagli apostoli, riuniti attorno a Maria nel Cenacolo, durante i nove giorni che separano l’Ascensione del Signore dalla discesa dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste (At 2, 1-4).

Questa perseveranza nella preghiera fu suggerita anche da San Paolo “Pregate continuamente…” consigliava ai Tessalonicesi ben sapendo come una richiesta continua, e fiduciosa, sia il mezzo migliore per ottenere quanto desiderato. Si ricorda, a proposito, anche la parabola dell’amico importuno (Lc 11, 5-8) che, sorpreso dall’arrivo notturno di un amico, si rivolse ad un altro amico che si era già coricato richiedendo del pane; pane che gli venne concesso soltanto dopo una insistente preghiera.

Ogni Novena persegue un fine spirituale o materiale. Nessun aspetto della nostra vita è indifferente, e meno ancora straniero, al Padre Nostro che è nei Cieli. Egli ci accorda ogni grazia, ogni dono che favorisce la nostra crescita spirituale, a condizione che noi glielo chiediamo: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7, 7; Gv 14, 13-14; Lc 11, 9-13).

Il nostro Padre celeste ama ricolmare i suoi figli di cose buone. Esaudisce le nostre preghiere a suo tempo, il che, naturalmente, non corrisponde sempre alle nostre attese. A modo suo non lascia alcuna preghiera inascoltata: anche se le risposte non sono le nostre, possiamo essere certi che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Una novena produce buoni frutti quando è fatta con fervore e nel totale abbandono alla volontà di Dio.

La Novena per la festa di Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), compatrona d’Europa, ha inizio il 31 luglio essendo la sua memoria liturgica il 9 agosto, ma la preghiera può essere fatta anche in ogni periodo dell’anno.

NOVENA A SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE

Preghiera per ottenere grazie attraverso l’intercessione di Santa Teresa Benedetta della Croce

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre, Credo.

O Santa Teresa Benedetta della Croce, che facesti della tua sete di verità una preghiera continua, che coltivasti fin dalla giovinezza, intuendo che chi cerca la verità cerca Dio,
ottienici di essere dei ricercatori di questa verità in mezzo a tante falsità che ci circondano, di saperla scoprire ed abbracciare come l’abbracciasti tu.

Comprendesti che il cammino della fede ti avrebbe portato più lontano di quello della conoscenza filosofica, ti avrebbe portato a Colui che è tutto amore e misericordia,
ottienici di abbandonarci anche noi a questa certezza che nessuna conoscenza naturale può dare.

Succhiando il latte della fede del Popolo Eletto, restasti insoddisfatta per la sua incompletezza e navigando nel sapere filosofico riuscisti a non farti incantare da false dottrine, continuasti a cercare e ti incontrasti con la Croce di Cristo che fece in te crollare l’incredulità e riuscì a far impallidire anche l’ebraismo nel quale eri nata,
ottienici di pazientare anche noi nei dubbi e nelle perplessità senza smarrirci e fa’ che siamo illuminati anche noi dalla luce di Cristo che si sprigiona dal mistero della Croce.

Il Signore ti donò di rimanere folgorata dalla vita di Santa Teresa, che leggesti con avidità, scoprendo attraverso questo suo scritto la verità che cercavi,
ottienici di servirci anche noi di quei mezzi che possono riflettere la Luce per poi immergerci in essa come facesti tu.

Cercasti un angolo tranquillo in cui quotidianamente ti saresti potuta incontrare con Dio e lo trovasti nella vita del Carmelo,
aiutaci a mettere Dio nella nostra vita al primo posto, come se davvero non esistesse nient’altro, per considerare le forze con cui dobbiamo lavorare per il Signore lasciando che lui stesso se ne serva in noi.

La scienza della Croce ti fece comprendere il valore dell’espiazione della Croce di Cristo e non fu una conoscenza di carattere intellettuale, ma, come San Giovanni della Croce, accettasti il suo marchio autentico che si impresse nella tua vita,
facci comprendere l’orrenda gravità del peccato attraverso la passione e morte di Cristo e ottienici la gioia di poter anche noi collaborare all’espiazione di essi abbracciando volentieri con Cristo e con te la croce che il Signore si degnerà di donarci.

Finalizzasti la tua immolazione offrendoti vittima di espiazione per la vera pace,
ottienici di nutrire in noi sentimenti sempre più forti di pace e di saperci offrire per essa con generosità.

Rimanesti attaccata al tuo popolo e con esso e per esso partisti spedita verso il campo di sterminio,
insegnaci a condividere le sofferenze altrui e di saperci immolare per il bene dei fratelli vicini e lontani, desiderando per essi soprattutto la salvezza eterna.

Prendesti come modello la preghiera del Cristo durante la sua vita di uomo, la facesti tua e, come Gesù si preparò a salire sul Golgota con la preghiera sul monte degli Ulivi, ti preparasti con la tua vita di preghiera al Carmelo a salire il tuo Calvario,
ottienici di imparare a pregare sempre e soprattutto nei momenti più difficili della nostra vita.

Al Cuore divino del Salvatore facesti voto di approfittare di tutte le occasioni per fargli piacere. Partisti contenta di tutto, nonostante l’interruzione brusca della tua vita ordinaria e nell’attesa dell’estremo sacrificio ti prodigasti con dolcezza e premura nel campo della morte infondendo conforto e coraggio,
ottienici di saper anche noi approfittare di tutte le occasioni per far contento il Signore nella carità verso il prossimo.

Convinta che quanto possiamo fare è sempre poco in confronto a quanto ci viene dato, offristi quel poco che ti preparò a dare di più, assecondando la grazia senza resistere, quando ti fu indicata la via che scegliesti perché piaceva al Signore,
ottienici di saper far tesoro delle piccole occasioni per esser pronti a sacrificarci di più se sarà volontà di Dio.

La Parola di Dio t’illuminò e scopristi la tua vocazione paragonandoti alla regina Ester che era stata scelta tra il suo popolo proprio per intercedere davanti al re. Ti sentisti una Ester assai povera e impotente, ma confidasti nel Re infinitamente grande e misericordioso, che ti aveva eletta, e con coraggio affrontasti la morte,
fa’ che questo tuo esempio ci spinga a considerare la nostra missione in mezzo agli altri come una missione di salvezza voluta e sorretta da Colui che ci darà la forza necessaria.

Seguisti Cristo sul cammino pasquale della morte e risurrezione che Lui stesso ha scelto per te,
ottienici di apprezzare il dono della vita, dell’amore e della croce come tesori affidati a noi da Lui, per uscire dall’ombra e dallo smarrimento della morte.

Nella gravissima ora della tua vita, prima di entrare nella camera a gas, ripetesti quello che Gesù chiese al Padre e che ci è stato trasmesso in alcune brevi parole del Vangelo: “Se non può passare questo calice senza che io lo beva, sia fatta la tua Volontà”. Serena affrontasti l’ora della tua agonia guidata da questa Volontà,
ottienici di sapere anche noi far tesoro di quest’esempio sublime e, insieme a te, di poter chinare il capo negli ultimi momenti della nostra vita che, fin da adesso, vogliamo anche noi offrire al Padre insieme a quella di Gesù.

Accettasti con gioia la morte che Dio ti aveva destinato, in perfetta sottomissione alla sua volontà,
insegnaci a fare la volontà di Dio per imparare a conoscere lo spirito di Dio, la vita di Dio, l’amore di Dio.

Nascesti nel giorno dell’espiazione (Kippùr) e moristi con Cristo in espiazione per il tuo popolo (convinta che la misericordia di Dio non si ferma ai confini della Chiesa visibile) e per il mondo intero, che oggi esulta contemplando il tuo sepolcro vuoto come quello di Cristo, perché in Cristo già risorta a una vita di gloria,
ottienici di incontrarti quando Dio vorrà nella sua e tua gloria.

INVOCAZIONI A SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE (prese dalle sue stesse parole)

L'hanno incontrata

L’hanno incontrata nei giorni della passione

Un lavoro paziente durato diversi anni ci permette oggi di ricostruire attraverso molteplici testimonianze l’ultima settimana di vita di suor Teresa Benedetta della Croce e di sua sorella Rosa Stein. Non furono sole, con loro vi erano molti altri ebrei arrestati dalle SS per il fatto di essere battezzati, come atto di rappresaglia alla forte protesta delle Chiese d’Olanda che avevano osato sfidare apertamente il regime totalitario di Hitler.

Primo Teste – RICHARD STERN ebreo (32 anni)

Relazione del 22 maggio 1987 sull’incontro con suor Teresa Benedetta il 4 agosto 1942 nel lager di Westerbork

All’epoca ero ancora un giovane ebreo (32 anni) ed impiegato presso il Consiglio Ebraico nel lager di deportazione di Westerbork. Il mio lavoro consisteva nel registrare i prigionieri appena arrivati, soprattutto i beni in loro possesso e quelli lasciati a casa. Ma questo è un capitolo a parte.

Un giorno mi si presentarono all’imbrunire delle monache con la stella di Davide color giallo sul saio bruno. Eravamo già abituati a queste scene. Nel lager c’erano già numerosi ebrei battezzati fra cui anche due pastori protestanti. Al momento non sapevamo che si trattasse di una vendetta del Servizio di Sicurezza in risposta al discorso coraggioso tenuto dal vescovo J. de Jong (poi cardinale), che aveva pubblicamente condannato con parole taglienti la persecuzione degli ebrei.

Di fronte a me si fermò un’ombra scura. Nella penombra della baracca mi pareva di leggere sui suoi documenti il mio nome “Stern”. Lei mi corresse dicendo: Stein. Per me era una persona completamente sconosciuta. In Germania lavoravo come legale e non mi ero mai occupato di problematiche filosofico-religiose. In qualche modo la sconosciuta in nero mi impressionò. Iniziai con lei un breve colloquio facendo arrabbiare i miei colleghi, perché l’uomo del SD (Servizio di Sicurezza) che ci sorvegliava concedeva solo pochi minuti per vittima. Questo fu uno dei pochi casi che mi annotai subito dopo, ecco perché mi ricordo tutti i minimi particolari.

In quel tempo avevo già collegamenti con l’illegalità, così domandai perché non era stato possibile nascondersi nel vasto mondo cattolico. Sapevo che c’erano ebrei che avevano trovato rifugio qua e là nei monasteri. Ella rispose: “Ci eravamo registrate come ebree e la Gestapo aveva minacciato di fare dei rastrellamenti in tutti i monasteri se noi ci fossimo nascoste”. Questo mi sembra un voler offrirsi in olocausto. Soltanto dal film venni a sapere che aveva tentato, fino all’ultimo di fuggire in Svizzera con sua sorella. Ma nell’istante in cui salì sull’autocarro per essere trasportata a Westerbork, passando per il campo di concentramento di Amersfoort, deve aver capito che era giunta al capolinea della sua vita. Irradiava una tranquillità commovente e una dignità profonda.

E queste furono le sue ultime parole: “Ci uniamo di nuovo ai fratelli e alle sorelle del nostro popolo nell’ora del bisogno e forse possiamo aiutarli”. Ecco emergere di nuovo lo stesso dilemma: il “ritorno al nostro popolo” può significare che lei aveva riconosciuto l’errore del suo battesimo. Mentre l’espressione “forse possiamo aiutare anche altri” può indicare che lei sperasse, in vista della morte, di convertire altri compagni di sventura “salvandoli”…

Quale dei seguenti momenti è da considerare un olocausto: l’arresto nel monastero, il viaggio ad Auschwitz, la morte nella camera a gas? Era forse una martire? Si addossa a questa infelice, piegata su sé stessa, una specie di scusante. Credo che nel profondo del suo cuore, sia stata onesta con sé, ma non fosse in grado di districarsi nel dilemma. Per anni andava predicando in Germania, in aule stracolme, che il destino degli ebrei fosse legato alla maledizione che ricadeva su di loro. Oggi ancora si sente ripetere che ad Auschwitz gli ebrei hanno scontato i loro peccati. Nonostante tutto questo, credo, spero che Edith Stein abbia riconosciuto il suo sbaglio quando si trovò nella camera a gas. Attorno a lei si innalzava ovunque la professione di fede degli ebrei, quella che lei stessa aveva udito nella sua casa paterna e certamente non aveva dimenticato: “Shemà Israel, il nostro Dio è l’eterno, l’Eterno è unico”. Edith Stein morì da ebrea e perciò dobbiamo ricordarla nel Jiskor e nel Kaddisch: “Wejitgadal, wejitkadasch…”.

Secondo Teste – Julius MARKAN

Relazione degli incontri con suor Teresa Benedetta al lager di Westerbork

Fra i prigionieri appena arrivati il 5 agosto, suor Teresa Benedetta si distingueva per la sua estrema tranquillità e la sua calma. Fra i nuovi arrivati nel lager c’era molto affanno e un’agitazione indescrivibili. Suor Teresa Benedetta circolava fra le donne, consolando, aiutando, tranquillizzando chiunque come un angelo.

Molte madri quasi impazzite avevano trascurato da giorni i propri figli, ed erano vicine alla disperazione. Suor Teresa Benedetta si occupò subito dei poveri piccoli, li lavò, li pettinò e si prese cura di loro nutrendoli e assistendoli. Per tutto il tempo in cui si intrattenne nel lager si occupò amorevolmente del bucato e dell’abbigliamento, lasciando tutti meravigliati.

Alla mia domanda: “Che cosa farà ora?” – ella rispose: “Finora io ho pregato e lavorato, da adesso lavorerò e pregherò”.

Terzo Teste – PIET O. VAN KEMPEN

Resoconto della visita al campo di concentramento di Westerbork il 6 agosto 1942

Dopo aver cambiato più volte treno arrivammo alla stazione di Hooghalen circa alle cinque del pomeriggio. Là incontrammo due signori di Venlo, che avevamo già visto durante il viaggio quando prendevamo le coincidenze. Pure loro dovevano recarsi al “lager degli ebrei” a Westerbork. Anche loro erano delegati come noi, dovevano portare degli oggetti ad una certa dottoressa Ruth Kantorowicz per conto delle Orsoline di Venlo. Alla stazione ci dessero che il lager distava circa cinque chilometri da Hooghalen. L’unico mezzo di trasporto per il lager erano degli autocarri adibiti al trasporto della sabbia. Uno degli autisti ci caricò insieme ai nostri bagagli. L’autocarro si fermò qualche metro prima dell’alto recinto di filo spinato, che circondava l’intero lager. Ci presentammo alla polizia olandese che alloggiava in una delle baracche di legno fuori dal lager. Lessero più volte il telegramma, che ci aveva consegnato la Priora. Offrimmo loro sigari e sigarette, cosa che li distrasse assai, così fu possibile instaurare un dialogo amichevole. Inizialmente i poliziotti si irrigidirono. Non sapevamo se si trattasse di membri del N.S.B. (Membri del movimento nazionalsocialista olandese) o se compissero il loro dovere perché obbligati. Dopo esserci spiegati, uno dei poliziotti andò nella baracca, presumibilmente per telefonare al comandante del lager, come io supposi.

Fu chiamato un giovane ebreo addetto a una specie di servizio di ordinanza che fu mandato nel lager con il telegramma. Ci sembrava che i poliziotti olandesi avessero paura degli agenti delle SS. Essi furono meravigliati – o finsero di esserlo – quando sentirono che volevamo fare visita a delle suore nel lager. “Non ci sono suore qui nel lager”, dicevano. Ma dopo essersi informati credettero alle nostre parole.

Mentre aspettavamo, eravamo molto tesi. Nel lager tutto era silenzio. Sulle torri di vedetta, lungo il reticolato, avevano preso posto delle guardie con la mitragliatrice. C’era con noi un gruppetto di persone fuori dalla baracca di legno che attendeva insieme ai poliziotti. II giovane ebreo era sparito nella baracca del lager. Gli oggetti erano stati collocati per terra immediatamente vicino a noi. In tasca avevamo una lettera di Madre Antonia per suor Teresa Benedetta. Dovevamo cercare di dare segretamente questa lettera a suor Teresa Benedetta. Fumammo ancora una sigaretta. Quindi il giovanetto ebreo tornò con le due suore. Non conoscevo suor Teresa Benedetta e non avevo mai visto Rosa Stein. Entrambe le suore avevano la stella gialla degli ebrei. Il velo nero era rimboccato sopra la cuffietta. Passarono sotto al portone del lager per arrivare fino alla baracca di legno della polizia olandese. Ci presentammo stringendoci la mano. Era un incontro allo stesso tempo triste e lieto. Le informammo del telegramma e delle cose che avevamo portato con noi.

“La Madre vi ha dato anche un abito?” era una delle prime domande di suor Teresa Benedetta. Entrambe erano grate per i saluti e la preghiera delle loro consorelle del Carmelo di Echt. Sotto gli occhi della polizia potemmo consegnare a suor Teresa Benedetta la lettera della Madre Priora. Ella infilò subito la lettera nel suo abito. Suor Teresa Benedetta ascoltava con molto interesse le ultime novità dal monastero e venne a sapere anche della ripercussione che il suo brutale rapimento aveva causato fra tutti gli abitanti di Echt. Potemmo parlare con lei molto liberamente; il colloquio era molto spontaneo. Rosa Stein era piuttosto silenziosa: non parlava molto. Naturalmente ci interessava sapere – così come a Madre Antonia – cosa era successo a loro, dal momento in cui furono arrestate domenica pomeriggio a Echt. Suor Teresa Benedetta ci raccontò quanto segue:

Dopo la partenza burrascosa dal monastero la domenica pomeriggio, i due ufficiali delle SS (i cui nomi sono rimasti sconosciuti) condussero suor Teresa Benedetta e Rosa all’autoblindo delle SS che era vicino al convento, pronta a partire. Alcune persone sedevano già al suo interno. Da Echt il viaggio continuò fino all’ufficio del comandante locale di Roermond. In quella stessa sera partirono da Roermond due autoblindo della polizia con destinazione sconosciuta. In una di esse sedevano tredici persone e nell’altra quattordici. Dato che il conducente a un certo punto aveva sbagliato strada e suor Teresa Benedetta, non conoscendo la zona, non sapeva dove la cosa fosse accaduta, i detenuti arrivarono alle tre di notte ad Amersfoort. Fino a quel momento la sorveglianza dei soldati tedeschi delle SS era gentile. Nel lager di Amersfoort, invece, il modo di fare dei sorveglianti divenne di colpo irrispettoso e rozzo. I detenuti venivano spintonati con il calcio del fucile e ammassati nei dormitori. Gli ebrei non cattolici ricevettero qualcosa da mangiare. Dopo un “riposo notturno” di poche ore su letti disposti uno sopra l’altro, il mattino seguente il trasporto col carico di ebrei proseguì con treni merci per Hooghalen. Dalla stazione si proseguì a piedi fino al lager di Westerbork. Nel lager suor Teresa Benedetta aveva incontrato diversi conoscenti e anche parenti della sua famiglia. Qui, grazie alla mediazione del Consiglio Ebraico si poteva telegrafare. “Il Consiglio Ebraico era molto disponibile con noi soprattutto con gli ebrei cattolici”, disse suor Teresa Benedetta.

Per ordine delle autorità tedesche, nel lager gli ebrei cattolici furono divisi dagli altri. Essi alloggiavano, come suor Teresa Benedetta e Rosa Stein, in una baracca particolare a sinistra dell’ingresso principale del lager. Il Consiglio Ebraico non potè fare di più per loro.

Mentre parlavamo, fumammo delle sigarette. Per ridurre un po’ la tensione, offrimmo una sigaretta ridendo anche a suor Teresa Benedetta. Anche lei si mise a ridere e ci raccontò che da studentessa fumava le sigarette e andava anche a ballare.

Suor Teresa Benedetta era estremamente calma e dimostrava di essere padrona di sé. In lei non trapelava alcun indice di paura per il futuro incerto che l’attendeva. Serenamente e abbandonata al suo destino aveva posto la sua vita nelle mani sicure di Dio. Nei suoi occhi chiari splendeva l’ardore della Carmelitana santa, che parlava con voce sommessa, ma taceva sulle sue vicende personali. Anche Rosa Stein diceva di stare bene. L’esempio di sua sorella Edith era per lei di grande aiuto. Al Carmelo di Echt dovevamo riferire soprattutto che indossava ancora il suo abito religioso e che tutti i religiosi erano dieci – volevano conservare il loro santo abito nei limiti del possibile. Suor Teresa Benedetta ci diceva anche che i detenuti erano felici di avere nel lager, insieme a loro, delle suore e dei padri cattolici. Dal punto in cui eravamo, si vedevano anche due suore Trappistine – secondo quanto diceva suor Teresa Benedetta – e alcuni padri tutti con la stella di Davide. Andavano e venivano davanti alla baracca. Nel lager i religiosi erano di grande sostegno per tutti i detenuti che erano stati costretti a rinunciare a tutto. Suor Teresa Benedetta interveniva, dove poteva. Le madri, che erano state deportate con i propri figli, erano letteralmente desolate.

Era una gioia per suor Teresa Benedetta poter aiutare con parole che potessero consolare e con la preghiera. Ripetutamente ci diceva di riferire alla reverenda Madre di non preoccuparsi per lei e per sua sorella Rosa. Esse infatti riuscivano a pregare tutto il giorno. La preghiera doveva essere sospesa solo tre volte per il pasto. Non si lamentava né del cibo né dell’atteggiamento delle guardie del lager e dei soldati. Suor Teresa Benedetta era come immersa in una sfera celeste fatta di profonda fede e di completa accettazione della volontà di Dio. Nella sua quiete profonda, regnava una letizia raggiante. Per quanto tempo dovesse rimanere nel lager, non lo sapeva. Infatti si raccontava che era in arrivo un altro trasporto di ebrei da Amsterdam, per lo meno erano queste le voci che circolavano. Si diceva anche che i prigionieri avrebbero dovuto mettersi in marcia verso la Slesia, considerata la loro patria. Forse sarebbero partiti nella stessa notte oppure il giorno seguente – 7 agosto -. Al lager suor Teresa Benedetta aveva anche sentito dire che i deportati dovevano lavorare nelle miniere di carbone della Slesia. Lei stessa diceva di sapere come si svolgesse il lavoro nelle miniere. Anche nel caso in cui fossero partite, la sua preghiera sarebbe stata sempre al primo posto, in qualsiasi lavoro le sarebbe stato imposto. Voleva offrire la sua sofferenza per la conversione dei non credenti, degli ebrei, dei persecutori accecati e per tutti coloro che non hanno più Dio nel loro cuore. A un cenno delle guardie delle SS la conversazione, durata un certo lasso di tempo, dovette essere interrotta. Stringemmo la mano a suor Teresa Benedetta e a Rosa Stein, che si avviarono velocemente verso il cancello alto del lager. Durante il colloquio non era uscito nessun lamento dalla loro bocca. Erano silenziose, piene di coraggio e molto fiduciose, camminavano così sulla via che le portava alla croce, sembrava quasi che stessero avviandosi a pregare nelle celle del loro convento. Suor Teresa Benedetta si girò indietro ancora una volta chinando il capo in cenno di saluto.

Si aprì quindi il cancello ampio del lager composto da travi di abete in un intreccio di filo spinato. Alle spalle delle due sorelle fu subito richiuso lo steccato di filo spinato. Suor Teresa Benedetta della Croce e Rosa Stein varcarono insieme la soglia della baracca di legno.

Quarto Teste – PIER CUYPERS

Relazione sulla visita del 6 agosto l942 al lager di Westerbork

Arrivammo a Hooghalen alle cinque. Là incontrammo due signori di Venlo inviati dalle Orsoline, per visitare la dottoressa Ruth Kantorowicz. Il lager è situato a cinque chilometri da qui. Avemmo la fortuna di poter viaggiare con un autocarro che trasportava della sabbia.

Davanti al lager, composto da baracche, c’era un piccolo fabbricato dove ci dovevamo presentare alla polizia olandese. Consegnammo il telegramma e subito dopo offrimmo delle sigarette e dei sigari, così ben presto si instaurò una conversazione amichevole. Sembrava che i poliziotti lavorassero contro voglia. In seguito alla nostra richiesta, mandarono un ragazzetto ebreo col telegramma alla baracca dove si trovavano suor Teresa Benedetta e la signorina Rosa. Dopo pochi minuti di pressante attesa, si aprì il cancello alto intrecciato col filo spinato e da lontano vedemmo venire verso di noi suor Teresa Benedetta, in abito religioso color bruno e il velo nero, che camminava accanto a sua sorella. Il rivedersi era allo stesso tempo triste e gioioso. Ci stringemmo reciprocamente la mano e faticammo ad esprimere le prime parole per la gioia che provavamo nel vedere persone di Echt. Ben presto si ruppe il ghiaccio e consegnammo tutto quello che avevamo portato con noi dal Carmelo. Più di tutti gioiva suor Teresa Benedetta perché era grata per i saluti e la preghiera delle sue consorelle. Tutti i biglietti di saluti, come pure la letterina della Madre Priora, sono stati consegnati ancora chiusi nelle mani di suor Teresa Benedetta con la complicità della polizia olandese. Ci raccontò subito che nel lager aveva incontrato molti conoscenti e addirittura parenti.

Il viaggio si era svolto come segue: da Echt si partì con l’autoblindo per il comando locale a Roermond. Alla sera si ripartì con due macchine del pronto intervento; in una vi erano 13 persone, nell’altra 14. Il viaggio passò per Amersfoort, ma, dato che il conducente aveva sbagliato strada, si arrivò solo di notte alle ore 3. Da Echt fino ad Amersfoort i soldati delle SS erano molto gentili nei confronti dei prigionieri. Nel lager di Amersfoort il trattamento era spietato e brutale. Essi venivano spintonati nella schiena con il calcio del fucile e, imprecando, venivano cacciati senza cibo nei dormitori. Con l’intermediazione del “Joodsen Raad” – Consiglio Ebraico – si poteva telegrafare. Il “Joodsen Raad” è molto disponibile, soprattutto verso gli ebrei cattolici. Per disposizione delle autorità tedesche gli ebrei cattolici sono separati dagli altri. Il Consiglio non può fare nulla per loro. Essi sono tutti insieme in una baracca separata.

Suor Teresa Benedetta raccontò tutto ciò con tanta serenità. Nei suoi occhi c’era l’ardore di una Carmelitana santa. Con parole delicate e con rassegnazione raccontava tutte queste avversità, senza lasciare trapelare quello che provava interiormente. Dovevamo riferire, particolarmente al Carmelo, che lei indossava ancora l’abito religioso del suo Ordine e che tutti i religiosi – erano in tutto dieci – volevano continuare a indossarlo nei limiti del possibile. Inoltre raccontò anche che le persone presenti nel lager erano felici di avere fra loro delle suore e dei padri cattolici. Rappresentavano l’unico punto di riferimento per loro che erano stati spogliati di tutto.

Suor Teresa Benedetta si rallegrava di poter aiutare chiunque con le sue parole consolanti e con la preghiera. La sua fede profonda la inondava di un’atmosfera celeste. Di nuovo ci invitò a riferire alla Reverenda Madre che non avrebbe dovuto preoccuparsi per lei e per sua sorella. Potevano infatti pregare tutto il giorno, la preghiera veniva interrotta solo tre volte per i pasti. Non doveva lamentarsi nemmeno del cibo e del modo di fare da parte dei soldati. Per quanto tempo dovesse rimanere nei lager non le era noto. Le avevano raccontato che in quel giorno (7 agosto, un venerdì) sarebbe partita forse per la Slesia (sua patria) ma la cosa non era certa. Anche la signorina Rosa stava bene. Aveva molto coraggio per il futuro. Anche le due ragazze di Koningsbosch sono molto pie e molto fiduciose. Anch’esse trovano, come molti altri, un valido sostegno nell’esempio di suor Teresa Benedetta.

Nel caso in cui lei avesse dovuto andare via di lì, avrebbe messo senz’altro la preghiera al primo posto, indipendentemente dal tipo di lavoro che le sarebbe stato assegnato. Suor Teresa Benedetta ha scritto una lettera. Non sa però, se sia arrivata a destinazione.

Quinto Teste – H. WIELEK

Articolo del 9 giugno 1962 sulla permanenza di suor Teresa Benedetta al lager di Westerbork nell’agosto 1942

“Agosto 1942, Lager di transito per ebrei” a Westerbork: ancora si aspetta tanta gente. Gente? Si tratta solo di ebrei e non rimarranno qui che per poco tempo. Lavoro forzato non è vero? Verranno trasportati “verso Est”. Là dovranno lavorare faticosamente, nonostante questo condurranno una vita abbastanza agiata a Est… non era forse apparso un articolo di propaganda in “De Telegraaf” in cui veniva illustrata con tante belle parole la tattica educativa dei tedeschi?…

Era una domenica con un caldo soffocante. Si vociferava che sarebbe arrivato “un gruppo molto particolare”. Secondo alcuni si trattava di “medici”. “Avvocati”, affermavano altri, così improvvisamente ecco di nuovo abitanti di Westerbork: un piccolo gruppo di militari delle SS freme e si agita in modo cinico. E adesso si dice che siano donne e uomini vecchi. Si chiede aiuto ed è anche necessario. Ecco che si deve andare nella “sala di ricevimento” che è lunga e stomachevole. Ma che cosa vedo lì? Alcune monache con una stella “ben visibile cucita sull’abito all’altezza del petto a sinistra”. Sono tutte vicine e parlano sottovoce. “Ebbene, ci hanno tirato giù dal letto la notte scorsa. Non sappiamo il perché. Però doveva essere così”, dice una delle monache. E un’altra con fare sicuro e tranquillo: “Ma che cosa c’è di male?” e sorride. Questo provvedimento, come seppi più tardi era la risposta dei tedeschi alla Chiesa Cattolica Olandese, che aveva protestato pubblicamente contro la deportazione violenta degli ebrei. Contro la Chiesa in sé non era possibile prendere provvedimenti, ma contro i battezzati con rito cattolico sì. I tedeschi “precisissimi” avevano anche un elenco di ebrei battezzati. Vennero arrestati un po’ ovunque e condotti nel lager di Westerbork: facevano parte del gruppo anche le monache carmelitane del Convento di Echt. Dopo alcuni giorni il viaggio proseguì. Lavoro forzato all’Est. Di queste monache non si seppe mai nulla.

Ma una donna mi colpì subito e non potei più dimenticarla – nonostante i molti orribili “episodi” di cui fui testimone – quella donna, col suo sorriso sincero che non era una maschera, ma irradiava calore, è la stessa che forse un giorno verrà beatificata dal Vaticano.

(Segue il racconto della sua vita)

Quando la incontrai nel lager di Westerbork, non sapevo niente di lei e della sua vita. Mi accorsi però immediatamente che si trattava di una grande personalità nel vero senso della parola. Nel caos di Westerbork si fermò solo alcuni giorni, in cui lei si muoveva, parlava, pregava, come… come una santa. Sì era proprio così. Era questa l’immagine di quella donna avanti in età che sembrava essere ancora così giovane, che era proprio assolutamente sincera. “Per piacere”, mi supplicò, “per piacere, scriva a Echt di mandare ancora dei rosari”.

E mi ricordo ancora quanto mi sembrò grottesca la vicenda: il “Consiglio Ebraico” si occupa di una richiesta simile, scrivendo dal “lager per ebrei” di Westerbork a un convento…

Parlai di questo a suor Teresa Benedetta e lei mi rispose: “Il mondo è fatto di contrasti. A volte è un bene che ci siano. Pensare di mitigarli significherebbe cancellarli e questo non va bene. Alla fin fine, non resteranno tracce di questi contrasti. Rimarrà solo il vero amore. Come potrebbe essere altrimenti?”.

Parlava in modo così sincero e sommesso che chi la udiva era costretto ad acconsentire. Cercare di discutere della cosa sarebbe stato come entrare in un altro mondo. In quegli istanti era come se Westerbork non esistesse più. Come considerava la sofferenza degli ebrei? “Non sapevo che gli uomini potessero essere così”, mi disse una volta, quando le raccontai una brutalità commessa dalle SS. “E che le mie sorelle e fratelli dovessero soffrire così! Purtroppo anche queste non lo sapevo stando in monastero. Per ore e ore prego per loro. Dio esaudirà la mia preghiera? Certamente ascolterà il mio lamento”.

Quando si seppe con sicurezza che sarebbe stata deportata insieme agli altri battezzati, le chiesi chi avrei dovuto informare; qualcuno che forse sarebbe potuto intervenire. Una delle guardie di cui ci si poteva fidare, non poteva forse telefonare a Utrecht? Lei sorrise di nuovo. “No, lasci stare, per piacere lasci stare”. Ma per quale motivo si doveva fare un’eccezione per lei o per il gruppo? È forse giustizia trar vantaggio dal proprio battesimo? Se non avesse condiviso la sorte degli altri la sua vita sarebbe stata annientata. Ma adesso no.

E lei camminava pregando verso il carro bestiame, accanto a sua sorella Rosa, divenuta anche lei monaca. E vidi il suo sorriso, la sua forza, la sua incrollabile fermezza che l’accompagnavano verso Auschwitz.

Da “Passione in Agosto”
E. Prégardier e Anne Mohr
Ed. Mimep-Docete – Padri Carmelitani

Compagni e compagne di Edith Stein

“Tempi sciagurati quando dei pazzi fanno da guide a ciechi” (Re Lear, IV, 1)

Non ci sono né documenti ufficiali né testimoni oculari che provino la morte di Edith Stein e dei suoi compagni e compagne di passione. Solamente con il passare degli anni, resoconti, lettere, appunti e nomi si sono combinati insieme come in un mosaico, così che oggi, dopo più di mezzo secolo, ci è possibile ricostruire il percorso della “settimana di passione” dal 2 al 9 agosto 1942 e conoscere il destino di coloro che, in qualità di “compagni di passione”, hanno sofferto con e come Edith Stein durante quella settimana.

Il 22 giugno 1942 Eichmann informava Rademacher del Ministero degli Esteri che tutto era pronto per iniziare la deportazione di un primo grande gruppo di 40.000 ebrei dall’Olanda. Restava un problema: l’atteggiamento del governo svedese. In quanto cittadini olandesi gli ebrei non potevano essere deportati e perché, secondo gli accordi dell’armistizio, godevano della protezione del governo svedese. Occorreva togliere loro la cittadinanza ma questo atto doveva essere compiuto dal Governo olandese. L’incaricato giuridico tedesco presso l’ambasciata tedesca a Stoccolma esaminò il problema concludendo che se era necessario deportare gli ebrei olandesi occorreva farlo senza far filtrare alcuna notizia sulla loro sorte.

Caduti così anche gli ultimi scrupoli giuridici i tedeschi si misero in moto. Il 26 giugno venne convocato presso gli uffici delle SS di Amsterdam il presidente dello “Joodsen Raad”, David Cohen, cui venne comunicato dall’ufficiale delle SS Karl Worlein che tutti gli ebrei sarebbero stati trasferiti in campi di lavoro in Germania.

Nei giorni successivi un altro ufficiale – Aus der Funten – indicò come primo contingente 4.000 persone. Cohen e il “Joodsen Raad” tentarono di ridurre la quota stabilita ma Aus der Funten fu irremovibile. Entro la metà di luglio dovevano essere evacuati 4.000 ebrei.

Per convincere gli ebrei a consegnarsi i tedeschi rastrellarono e arrestarono 700 ebrei minacciando di fucilarli. Il 15 luglio i 4.000 ebrei richiesti si presentarono e vennero deportati verso i campi di sterminio. Da quel momento la macchina della deportazione non conobbe più soste.

È proprio per fronteggiare questa situazione che la Commissione Interconfessionale dalla Chiesa Cattolica e quelle Protestanti si rivolsero in modo energico verso il presidente Jozif Tiso. Le pressioni delle Chiese si erano mostrate assai più forti di quanto i silenzi precedenti avessero fatto pensare. La reazione fu durissima.

Così come atto di rappresaglia alla Lettera Pastorale dei vescovi olandesi del 26 luglio 1942, che stigmatizzava le deportazioni degli ebrei dal territorio olandese occupato da Hitler, la Gestapo arresta la domenica successiva tutti gli ebrei cattolici. Secondo i rapporti della polizia erano in tutto 244.

La maggior parte di loro viene portata al lager di Westerbork, dopo avere sostato nel lager della polizia di Amersfoort. Nel primo mattino di venerdì 7 agosto, un trasporto ferroviario sigillato, per un totale di 987 ebrei, compresi quelli cattolici, attraversa la Germania e giunge direttamente al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Dopo l’arrivo, sul binario ferroviario, gli uomini delle SS selezionano per i lavori forzati 464 fra uomini e donne robuste. I rimanenti 523 uomini donne e bambini vengono subito uccisi nella camera a gas provvisoria, la famigerata “Casa Bianca”.

Il Carmelo di Colonia è rimasto a lungo ignaro del destino di suor Teresa Benedetta e di sua sorella Rosa Stein. Solamente il 16 febbraio 1950 compaiono, nelle liste pubblicate dal Ministero della Giustizia olandese, le date della morte degli ebrei deportati dall’Olanda ed uccisi. Edith Teresa Edvige Stein è riportata con il numero 44074 e Rosa Maria Agnese Adelaide Stein con il numero 44075, per entrambe la morte ad Auschwitz risalirebbe al 9 agosto 1942.

Suor Teresa Renata dello Spirito Santo, maestra delle novizie prima e poi Priora del Carmelo di Colonia, pubblica nel maggio 1948 la prima biografia su Edith Stein. Ben presto appaiono diverse edizioni aggiornate, che presentano integrazioni su fatti non ancora noti all’autrice al tempo della prima edizione. Quindi si rivolgono al Carmelo di Colonia quelle comunità in cui, proprio il 2 agosto 1942, venivano arrestati religiosi e religiose, che, ugualmente, da molto tempo non hanno notizie sicure sul destino dei deportati ad Auschwitz.

Dalla raccolta dei documenti e delle indicazioni che, con il passare degli anni, sono pervenute al Carmelo di Colonia, risulta un quadro più preciso in ordine cronologico dei singoli giorni “della settimana di passione” dal 2 al 9 agosto 1942. Un’altra fonte importante è il libro edito dal Carmelo di Echt nel 1967, “Als een brandende toorts” – Come una fiaccola ardente -, nel quale sono stati pubblicati documenti e testimonianze sulla dottoressa Edith Stein e i suoi compagni di pena. Finora questo libro non è stato tradotto. In esso si trovano esaurienti descrizioni sui religiosi e sui laici arrestati lo stesso giorno di Edith Stein. La maggior parte di loro viene uccisa nella camera a gas nella notte tra l’8 e il 9 agosto. Per alcuni si suppone che siano stati prima selezionati per i lavori forzati. Anch’essi, però, trovano, poco più tardi, la morte nelle camere a gas.

Un’altra importante pubblicazione è il libro di Roberto M. W. Kempner “Edith Stein e Anna Frank. Due tra centomila”, pubblicato nel 1968, un anno dopo la sentenza della Corte d’Assise di Monaco sui principali responsabili della deportazione di 94.398 ebrei olandesi nei presunti campi di lavoro in Oriente. Furono accusati di comune complicità nello sterminio il dottor Guglielmo Harster, ex tenente generale della polizia, comandante della polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza in Olanda, Guglielmo Zoepf, comandante del dipartimento ebreo, e Gertrude Slottka, relatrice incaricata per gli affari relativi agli accantonamenti.

In questo processo il dottor Roberto M. W. Kempner aveva un triplice incarico come rappresentante di parte civile:

per conto della dottoressa Erna Biberstein, per l’uccisione delle sorelle Edith e Rosa Stein;
per conto di Paola van Broekhoeven, per l’uccisione dei fratelli e delle sorelle Lina, Teodora, Giorgio, Ernesto e Roberto Löb;
per conto di Ottone H. Frank, per l’uccisione della moglie e delle due figlie Anna e Margherita Frank.

In questa pubblicazione appaiono chiare le dimensioni dello sterminio, per cui in più di due anni si effettuarono ottantasei trasporti dall’Olanda ad Auschwitz, Sobibor, Theresienstadt. Nel libro di Kempner sono riportate le “lapidi senza nome” e le “liste dei trasporti della morte”. Furono uccisi uomini, donne e bambini per un totale di 93.326. Dopo la guerra furono ritrovati solo 1.072 sopravvissuti.

Nell’ottavo trasporto, il 7 agosto 1942, c’erano Edith Stein e 986 compagni e compagne di passione. Il 24 settembre Rauter, capo maggiore della polizia e delle SS, comunicava, in una nota segreta, l’inizio dell’assassinio di massa in Olanda. Himmler corredò questo rapporto scrivendo di suo pugno “molto bene”!

Anna Frank e la sua famiglia si nascondono il 9 luglio 1942, sei giorni prima dell’inizio del primo trasporto che porta 1.135 prigionieri ebrei in quelli che si crede siano campi di lavoro. Dopo il tradimento, anche la famiglia Frank viene stipata nell’ultimo trasporto, che parte da Westerbork il 3 settembre 1944. Era l’ottantaseiesimo ed ultimo trasporto.

Il destino degli ebrei cattolici viene deciso la domenica 26 luglio 1942, quando dai pulpiti viene letta la Lettera Pastorale dei vescovi cattolici. Essi giudicano severamente le deportazioni dei concittadini ebrei. Contemporaneamente viene resa nota la lettera di protesta delle chiese olandesi dell’11 luglio 1942. In una riunione segreta del commissario generale per la sicurezza, che si tiene il giorno successivo, viene decretata la condanna a morte degli oltre 700 ebrei cattolici in Olanda, che comprendono anche molti emigrati dalla Germania.

Con l’obbligo di denuncia, la Gestapo non ha più ostacoli e con un blitz la domenica seguente, 2 agosto, arresta gli ebrei cattolici, rastrella i monasteri, arresta i religiosi, incluse le persone che hanno trovato rifugio nei monasteri olandesi. Il “bottino” di quella domenica è, secondo le dichiarazioni della direzione del dipartimento ebreo per il distretto dell’Aia, di 212 arrestati. A questi si aggiungono altri 32 ebrei, agli arresti presso la succursale di Amsterdam. Mentre 44 ebrei, appartenenti a matrimoni misti, vengono subito rilasciati.

Molti degli arrestati vennero trasferiti nello stesso giorno nel lager della polizia di Amersfoort. Là vengono aggiunti a coloro che, poi, nella “settimana di passione” vissuta in comune all’inizio di agosto, intraprendono il cammino verso la morte.

Martedà 4 agosto, il trasporto prosegue per il campo di Westerbork, dove gli ebrei mantengono ancora diversi contatti personali ed epistolari con il mondo esterno, fino al trasporto finale: venerdì 7 agosto. Nelle relazioni dei messaggeri che possono accedere al campo, nelle lettere, negli appunti, nei telegrammi che escono da là, ricorrono sempre i nomi dei religiosi e dei laici, che alla fine si trovano uniti in un destino comune nel lager e nel carro merci che li portano ad Auschwitz.

Tra gli arrestati del 2 agosto la dottoressa Edith Stein (51 anni) è probabilmente la più conosciuta, poiché, già prima di entrare al Carmelo, aveva acquistato fama internazionale come filosofa. Con lei, quella domenica pomeriggio, viene arrestata dalla Gestapo Rosa Stein (59 anni), sua sorella di circa otto anni maggiore di lei, che è stata battezzata nel 1936 a Colonia e che da qualche tempo presta servizio come terziaria nella portineria del Carmelo di Echt.

La dottoressa Ruth Kantorowicz (41 anni), economista, originaria di Amburgo, aveva lavorato come giornalista e bibliotecaria ad Amburgo, Kassel e Francoforte, finché fu licenziata il 12 agosto 1933 in quanto collaboratrice “non-ariana”. Nel 1934 riceve il Battesimo ad Amburgo. Per motivi di salute non realizza il suo desiderio di entrare nel Carmelo. Conosceva Edith Stein fin dai tempi dell’infanzia, cioè da quando questa andava a far visita ad Amburgo alla sorella Elsa, sposata con il medico dottor Gordon. Negli ultimi anni Ruth Kantorowicz copia a macchina i manoscritti di Edith Stein, cioè Storia di una famiglia ebrea, Essere finito e Essere eterno e i primi capitoli di Scienza della Croce. La situazione incerta creatasi in Germania, la spinge a trasferirsi in Olanda. Dopo un breve soggiorno presso il Carmelo di Maastricht, vive dalle Orsoline a Venlo e collabora nell’annessa casa di riposo. Il suo arresto avviene nella mattina del 2 agosto, prima ancora che possa partecipare alla Santa Messa. Nel campo di Amersfoort incontra poi Edith Stein e sua sorella Rosa.

L’infermiera Alice Reis (39 anni) è di Berlino. Terminati gli studi lavora a Erfurt, Mannheim e Darmstadt. Il 27 dicembre 1930 riceve il Battesimo a Beuron. Sua madrina è la dottoressa Edith Stein. Anche Alice Reis vorrebbe entrare nel Carmelo o presso le Suore del Buon Pastore, ma non le è possibile perché soffre di una grave forma asmatica. Così prende servizio presso un grande pensionato femminile ad Almelo, dove la Gestapo si presenta alle cinque del mattino del 2 agosto 1942. Le Suore del Buon Pastore riescono con delle trattative a prolungare fino alle sette la consegna di Alice.

Nel rapporto della polizia sulle persone arrestate il 2 agosto 1942 nel distretto di Maastricht compaiono anche due sorelle arrestate al monastero di Koningsbosch presso le Suore del Prezioso Sangue a Echt. Sono Annamaria Goldschmidt (20 anni) e sua sorella Elfrida (19 anni), entrambe di Monaco. Compaiono negli appunti scritti da Edith Stein il 4 agosto e indirizzati alla Priora del Carmelo di Echt dalla baracca 36 nel campo di Drente-Westerbork, “Le inviamo molte notizie. Anche le due care ragazze di Koningsbosch sono qui con noi. Siamo assolutamente tranquille e serene. Naturalmente finora né Messa né comunione; forse le avremo più avanti. Solo ora riusciamo un po’ a capire, come si possa vivere con la purezza nel cuore”. Annamaria e Elfrida muoiono il 9 agosto insieme a Edith Stein.

Nella Casa Provincializia delle Povere Ancelle di Gesù Cristo (Suore di Dernbach) a Geleen, la Gestapo arresta suor Luigia (27 anni) e la porta nel lager di smistamento di Amersfoort. Luisa L&omul;wenfels, nata a Trabelsdorf presso Bamberg nel 1915, è la più piccola di sette figli. Frequenta il corso per insegnante di scuola materna a Nördlingen. A Francoforte e a Recklinghausen, dove lavorava come maestra, conosce la fede cattolica. A M&omul;nchengladbach, nel convento delle Suore di Dernbach, nel 1935, riceve il sacramento del Battesimo. Nel settembre del 1935 entra nella stessa Congregazione nella Casa Generalizia olandese. Nel campo di Amersfoort diviene poi compagna di sventura di Edith Stein.

Suor Mirjam (53 anni) viene arrestata nel convento di Marienwaard a Meersen di mattina verso le ore 8.30 dopo l’ufficio divino. il Padre ha una fabbrica di ombrelli, Elsa Michaelis nasce a Berlino nel 1889. Si avvicina alla fede cattolica con l’aiuto delle Suore di Santa Caterina. Quindi si trasferisce nel pensionato delle suore, che si trovava nella parrocchia del Corpus Christi e partecipa intensamente, per dieci anni, alla vita parrocchiale. Nel 1928 entra nella Congregazione delle Suore di San Giuseppe di Treviri e prende il nome di Mirjam. Nel Gertrudenheim a Saarlouis, svolge per anni la mansione di contabile e portinaia. Quando la casa viene chiusa si trasferisce nella Fondazione Saverio a Berlino. Con l’aumento dell’odio nei confronti degli ebrei è costretta a trasferirsi a Overschie-Rotterdam nella casa delle Suore di San Giuseppe. Inseguita dalla Gestapo, trova rifugio nel 1940 presso le Francescane di Dernbach, monastero di Marienwaard. La crescente ostilità verso gli ebrei in Germania rende necessario il suo trasferimento in una casa delle Suore di San Giuseppe a Overschie-Rotterdam. Allontanata da questa casa dalla Gestapo, trova asilo dalle Francescane di Dernbach nel 1940, nel loro convento di Marienwaard.

A Berkel-Enschot, nella portineria del convento delle Suore Trappistine di Koningsoord, il destino coglie di sorpresa anche la dottoressa Lisamaria Meirowsky (38 anni), pediatra a Colonia. Originaria di Colonia, viene battezzata dopo aver ricevuto lezioni di catechismo da Guglielmo Neuss, professore di teologia a Bonn, e continua gli studi di medicina a Roma. Qui conosce Francesco Stratmann, Padre Domenicano col quale vuole fondare una nuova comunità domenicana, dopo la fine del dominio nazista. Nell’autunno del 1938 si trasferisce a Utrecht con padre Stratmann, per prestare la sua opera in un ente assistenziale per rifugiati ebrei. Dal 1940 si nasconde sotto le vesti di portinaia nel convento delle Suore Trappistine per sfuggire ai nazisti. Dal lager di Westerbork riesce ancora a scrivere al suo padre spirituale una lettera d’addio: “Si rallegri con me, vado con coraggio, fiducia e gioia – la stessa cosa vale anche per le suore, che sono con me – possiamo dar testimonianza a Gesù e testimoniare la verità insieme ai nostri vescovi”.

Il 2 agosto, la Gestapo arresta i cinque fratelli della famiglia L&omul;b, tre fratelli nel convento dei Trappisti a Koningshoeven: Padre Ignazio (33 anni), Padre Nivardo (29 anni) e Fra Lino (32 anni) e le relative sorelle nel vicino convento delle Suore Trappistine a Koningsoord: suor Edvige (42 anni) e suor Maria Teresa (30 anni). Si presume che Lino, Edvige e Maria Teresa siano stati uccisi il 9 agosto nella camera a gas, mentre probabilmente Ignazio e Nivardo vengono in un primo momento scelti per i lavori forzati al loro arrivo ad Auschwitz. Per quanto riguarda gli altri tre fratelli della famiglia Löb, suor Veronica, trappista, viene arrestata più tardi e portata a Westerbork, quindi inspiegabilmente rilasciata, muore a Tilburg il 1° agosto del 1944; Giovanni, fratello minore, muore nel 1945, a ventinove anni nel campo di concentramento di Buchenwald. Solo la sorella più giovane, Paola, sopravvive.

Teresa Bock (33 anni) originaria di Vienna, vive in Olanda dal 1928 e nel 1927 entra nella Congregazione delle Suore del Sacro Cuore di Gesù a Moerdijk prendendo il nome di suor Carità. Nello stesso giorno vengono arrestate sia le sue due sorelle Edith (35 anni) e Lena (30 anni) che sua madre Erminia (56 anni). La famiglia si ricompone ad Amersfoort. Mentre le tre sorelle vengono subito trasportate a Westerbork, la madre rimane in un primo tempo ad Amersfoort, per poi essere comunque condotta ad Auschwitz. Viene uccisa il 20 agosto 1942.

Poco conosciuto è il destino della famiglia dello scrittore Ermanno de Man. Eva Maria (37 anni) la madre viene arrestata il 2 agosto a Berlicum, con lei anche i figli Anna (14 anni), Gioacchino (12 anni), Maddalena (10 anni) e Pietro (10 anni). In quel momento il padre (44 anni) è all’estero mentre Maria (18 anni) e Giuseppe (15 anni) sono altrove. Più tardi, a Rijkswijk, la Gestapo cattura anche Giovanni (19 anni) che viene ucciso mentre tenta la fuga.

Fra gli arrestati resta coinvolto anche Fra Wolfgang (Federico) Rosenbaum (27 anni), Francescano tedesco. Nasce a Witten, il padre ebreo è commerciante in tessuti, riceve il Battesimo nel 1933. A causa delle minacce ricevute dalla SA, il padre si suicida. Nel 1939 Fritz entra nell’Ordine dei Francescani a Vlodorp. Per motivi di sicurezza si trasferisce nel convento di Woerden, dove viene arrestato il 2 agosto. Arrivato ad Auschwitz con il trasporto del 9 agosto, viene dapprima impiegato per i lavori forzati. La data della sua morte è indicata con il 30 settembre 1942. Nella chiesa di San Francesco a Witten, dove fu battezzato, è raffigurato su una vetrata insieme con Edith Stein; c’è anche una frase: “L’amore è più forte della violenza”.

Un minuscolo biglietto mortuario, trovato nell’archivio di un monastero olandese, ci dà notizia di Elvira Maria Giuseppa Platz (53 anni), vedova, anche lei arrestata il 2 agosto ed uccisa una settimana dopo ad Auschwitz-Birkenau. Il suo nome rappresenta tutti gli ebrei cattolici arrestati nella domenica d’agosto e poi uccisi, a causa della rappresaglia nazista contro la coraggiosa Lettera Pastorale dei vescovi.

La Domenicana suor Giuditta Mendes da Costa (57 anni), anch’essa arrestata il 2 agosto, viene depennata dalla lista dei trasporti il 7 agosto, a Westerbork, a causa delle sue origini portoghesi. Dopo essere stata rilasciata, il 15 agosto, scrive un commovente resoconto di quei giorni a Westerbork, che è stato pubblicato dalle sue consorelle dopo la guerra. Il 25 febbraio 1944 viene però nuovamente deportata a Theresienstadt e arriva il 16 maggio ad Auschwitz, dove muore nella camera a gas probabilmente poco dopo il suo arrivo.

In uno dei resoconti della polizia vengono menzionati i coniugi Bromberg, che, insieme alla figlia Ruth e al figlio Riccardo, si ritrovano con gli altri nel campo di Amersfoort e iniziando il loro calvario a Westerbork. Quando il 7 agosto viene stilata la lista dei trasporti, loro vengono risparmiati. Da loro abbiamo avuto più tardi un esauriente resoconto degli avvenimenti nel lager e della deportazione. Il resoconto termina con le parole:

“Alla mattina presto del 7 agosto, quando il sole non era ancora sorto, sulla strada che attraversava il campo, una lunga fila di uomini, donne e bambini attendeva in piedi. Stranamente si distinguevano gli abiti religiosi dagli zaini e fagotti. Al posto dei poliziotti c’erano le SS armate, che impartivano gli ordini con fare villano, per far uscire la lunga fila dal lager. Quelli rimasti hanno salutato ancora per molto tempo! Costoro furono gli ultimi ad aver visto qualcosa di quel trasporto”.

Quando Edith Stein, il 1° maggio 1987, è stata beatificata dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, nello Stadio di Colonia-Müngersdorf, non si è parlato specificatamente dei suoi compagni e compagne di passione. Ma non c’è dubbio che tutti questi medeslachtoffers, vittime dell’olocausto, così come vengono citati nei testi olandesi, abbiano accettato la loro morte violenta in totale consegna a Dio. Molti documenti ne sono la prova.

Martirologio 2 agosto 1942

In Olanda vengono arrestati 244 ebrei cattolici, come atto di rappresaglia contro la lettura della Lettera Pastorale dei Vescovi cattolici del 26 luglio 1942.

7 agosto 1942

Dal lager di Westerbork parte nelle prime ore del mattino, un trasporto con 987 uomini, donne e bambini, diretto ad Auschwitz-Birkenau. Tra costoro le vittime della rappresaglia.

8 agosto 1942

Selezione all’arrivo ad Auschwitz-Birkenau. Come prigionieri destinati al lager, vengono selezionati 315 uomini, ciascuno con un numero in ordine crescente da 57405 a 57719 e 149 donne dal numero 15812 al 15960.

9 agosto 1942

523 persone sono uccise nella camera a gas tra cui questi ebrei cattolici:

Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce), Carmelitana, filosofo
Nata il 12 ottobre 1891 a Breslavia
Arrestata il 2 agosto 1942 al Carmelo di Echt
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Rosa Stein (sorella di Teresa Benedetta della Croce), Terziaria Carmelitana, portinaia del Carmelo di Echt
Nata il 13 dicembre 1883 a Lublinitz
Arrestata il 2 agosto 1942 al Carmelo di Echt
Uccisa il 9 Agosto 1942 ad Auschwitz
Dottoressa Ruth Kantorowicz, Giornalista specializzata in economia, bibliotecaria
Nata il 7 gennaio 1901 ad Amburgo
Arrestata il 2 agosto 1942 nel convento delle Orsoline a Venlo
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Alice Reis, Infermiera
Nata il 17 settembre 1903 a Berlino
Arrestata il 2 agosto 1942 presso la Casa delle Suore del Buon Pastore ad Almelo
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Annamaria Goldschmidt
Nata il 31 gennaio 1922 a Monaco
Arrestata il 2 agosto 1942 nel convento di Koningsbosch a Echt
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Elfrida Goldschmidt
Nata il 4 agosto 1923 a Monaco
Arrestata il 2 agosto 1942 nel convento di Koningsbosch a Echt
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Suor Luigia (Luisa Löwenfels), Insegnante di scuola materna, Povera Ancella di Gesù Cristo (Suore di Dernbach)
Nata il 5 giugno 1915 a Trabelsdorf presso Bamberg
Arrestata il 2 agosto 1942 presso il convento delle Povere Ancelle a Geleen
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Suor Mirjam (Elsa Michaelis), Contabile, Suora di San Giuseppe a Treviri
Nata il 31 marzo 1899 a Berlino
Arrestata il 2 agosto 1942 presso le Francescane di Nonnenwerth a Marienwaard
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Dottoressa Lisamaria Meirowsky, Pediatra, Terziaria Domenicana
Nata il 7 settembre 1904 a Graudenz
Arrestata il 2 agosto 1942 nell’abbazia delle Trappistine a Berkel-Enschot
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Suor Edvige (Lien Löb), Trappistina
Nata il 3 marzo 1908 a Rijswijk
Arrestata il 2 agosto 1942 nell’abbazia di Koningsoord a Berkel-Enschot
Uccisa il 30 settembre 1942 ad Auschwitz
Suor Maria Teresa (Dorotea Löb), Trappistina
Nata il 22 ottobre 1911 a Sawah-Loento (Indonesia)
Arrestata il 2 agosto 1942 nell’Abbazia di Koningsoord a Berkel-Enschot
Uccisa il 30 settembre 1942 ad Auschwitz
Padre Ignazio (Giorgio Löb), Trappista
Nato il 25 settembre 1909 a Hoensbroek
Arrestato il 2 agosto 1942 nell’Abbazia di Koningshoeven presso Tilburg
Ucciso il 19 agosto 1942 ad Auschwitz
Padre Nivardo (Ernesto Löb), Trappista
Nato il 29 ottobre 1913 a Sawah-Loento (Indonesia)
Arrestato il 2 agosto 1942 nell’Abbazia di Koningshoeven presso Tilburg
Ucciso il 19 agosto 1942 ad Auschwitz
Fra Lino (Roberto Löb), Trappista
Nato il 15 ottobre 1910 a Gravenhage
Arrestato il 2 agosto 1942 nell’Abbazia di Koningshoeven presso Tilburg
Ucciso il 30 settembre 1942 ad Auschwitz
Suor Veronica (Wies Löb), Trappistina
Nata il 22 ottobre 1911 a Sawah-Loento (Indonesia)
Arrestata il 2 agosto 1942 e quindi rilasciata
Muore il 1 agosto 1944 di strazio
Giovanni Löb, Tecnico
Nato l’11 novembre 1916 a Sawah-Loento (Indonesia)
Arrestato più tardi e condotto a fare lavori forzati
Muore il 20 febbraio 1945 a Buchenwald
Fra Wolfgang (Federico Rosenbaum), Francescano
Nato il 27 maggio 1915 a Witten
Arrestato il 2 agosto 1942 nel convento dei Francescani a Woerden
Ucciso il 30 settembre 1942 ad Auschwitz
Suor Carità (Resa Bock), Insegnante, Suora del Sacro Cuore di Gesù
Nata il 13 giugno 1909 a Vienna
Arrestata il 2 agosto 1942 presso la Casa Madre a Moerdijk
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Edith Bock, Insegnante
Nata il 23 agosto 1907 a Vienna
Arrestata il 2 agosto 1942 a Rotterdam
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Lena Bock, Impiegata
Nata il 25 giugno 1912 a Vienna
Arrestata il 2 agosto 1942 a Rotterdam
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Erminia Bock-Merkelbach nata Grünbaum
Nata il 29 settembre 1886 a Leobersdorf, Austria inferiore
Arrestata il 2 agosto 1942 a Rotterdam
Uccisa il 20 agosto 1942 ad Auschwitz
Eva Maria de Man-Kalker
Nata il 10 aprile 1905 a Rotterdam
madre di cinque figli:
Anna de Man (14 anni)
Nata l’8 novembre 1928 a Woerden
Gioacchino de Man (12 anni)
Nato il 3 settembre 1930 a Berlicum
Maddalena de Man (10 anni)
Nata il 5 febbraio 1932 a Berlicum
Pietro de Man (9 anni)
Nato il 19 maggio 1933 a Berlicum
Arrestati tutti insieme il 2 agosto 1942 a Berlicum
Uccisi il 9 agosto 1942 ad Auschwitz
Giovanni de Man (17 anni)
Nato il 3 febbraio 1925 a Utrecht
Arrestato a Rijkswijk
Condotto ai lavori forzati in una miniera nella Slesia Superiore, catturato e ucciso durante la fuga verso la Francia per raggiungere il padre, Ermanno de Man.
Suor Giuditta Mendes da Costa, Domenicana
Nata il 25 agosto 1895 ad Amsterdam
Arrestata il 2 agosto 1942 presso il convento a Bilthoven
Rilasciata il 15 agosto dal campo di Westerbork
Deportata il 25 febbraio 1944 a Theresienstadt
Uccisa il 7 luglio 1944 a Theresienstadt
Elvira Platz Sanders
Nata il 15 settembre 1891 a Colonia
Arrestata il 2 agosto 1942 a Leiden
Uccisa il 9 agosto 1942 ad Auschwitz

Alla stazione di Schifferstadt

Ricostruzione degli avvenimenti del 7 agosto 1942 accaduti alla stazione ferroviaria di Schifferstadt

“Ecco arriva il padrone del torchio
e rossa è la sua veste.
Spazza con una ramazza di ferro
tutto il territorio con violenza.
Con tutta la sua furia
annuncia la sua venuta finale.
Sentiamo un sibilo imponente,
il Padre solo sa quando arriverà.”
(Edith Stein)

La persecuzione contro gli ebrei cattolici

Nella notte di San Silvestro del 1938 Edith Stein valica il confine della Germania per rifugiarsi nel Carmelo olandese di Echt. Anche lì la situazione precipita drammaticamente quando, nel 1940, i nazionalsocialisti prendono il potere. Edith Stein tenta disperatamente di poter essere ospitata in Svizzera, ma invano.

Quando in Olanda la persecuzione contro gli ebrei diventa sempre più accanita, le Chiese locali in data 11 luglio 1942 inviano un telegramma alle massime autorità in carica:

Le Chiese d’Olanda, qui sottoscritte, profondamente scosse dai provvedimenti contro gli ebrei olandesi, con i quali sono esclusi dalla partecipazione a una normale vita quotidiana, profondamente addolorate, sono venute a conoscenza delle nuove disposizioni in forza delle quali uomini, donne, bambini e intere famiglie devono essere deportate nel Reich tedesco e nei territori occupati.

La sofferenza, che colpisce più di diecimila persone, la consapevolezza, che tali disposizioni sono contro il profondo sentimento morale del popolo olandese e, soprattutto, il contrasto di tali disposizioni all’esigenza di giustizia e di misericordia volute da Dio, costringe le Chiese a rivolgersi a Lei con la preghiera di non mettere in atto tali disposizioni. (…) [Cit. da Mohr Anne / Prégardier Elisabeth (ed.) Passione d’Agosto (2-9 agosto 1942), 1995, 38-40.]

In modo del tutto inaspettato, le autorità danno risposta affermativa, che ben presto si rivela un semplice imbonimento. Allora i Vescovi cattolici decidono di scrivere una Lettera Pastorale che viene resa pubblica il 26 luglio, nonostante tentativi di dissuasione. Pieni di rabbia i nazionalsocialisti decidono di far deportare anche gli ebrei cristiani, che fino allora erano stati risparmiati.

Edith Stein e Schifferstadt

Ripercorriamo il testo “Edith Stein e Schifferstadt” di Gioacchino Feldes che approfondisce le varie testimonianze della sosta del convoglio su cui viaggiano la Stein e gli altri ebrei cattolici.

Il 2 agosto 1942 verso le ore 5 di pomeriggio due ufficiali delle SS si presentano al Carmelo di Echt e costringono Edith e sua sorella, la signorina Rosa, ad abbandonare il Carmelo. Dopo essere passate da Roermond e Amersfoort il 3 agosto sono condotte al lager di Westerbork dove sono concentrati i deportati. Di qui inizia per loro, al mattino presto del 7 agosto, il viaggio verso la morte insieme ad altri 985 ebrei – sono uomini, donne e bambini – e per l’ultima volta transitano anche da Schifferstadt. [Sulla situazione precisa del trasporto: ibidem 105-308.]

Prima di ricordare tre importanti testimonianze, Gioacchino Feldes riporta a questo proposito la relazione del 11 luglio 1985 fatta da Elsa Eckrich di Schifferstadt al Carmelo di Tubinga.

Relazione della sosta a Schifferstadt di Elsa Eckrich

Nel pomeriggio del 7 agosto 1942 scendevo dal treno proveniente da Ludwigshafen, e mi trovavo (alla stazione) di Schifferstadt al binario 2. Con me c’era la signora Maria Berkel, nata Schwind. Era la sorella del Decano Corrado Schwind, all’epoca dei fatti parroco di Frankenthal-Mörsch, e nipote del Vicario Generale Schwind, morto nel 1927. La signora era domiciliata nella casa natale della famiglia Schwind nella Ludwigstrasse.

Il capostazione Valentino Fouquet venne verso di noi tutto allarmato dicendoci: “Arrivate adesso – or ora è partito il treno su cui c’era una signora di nome Edith Stein. Mi ha chiesto informazioni sulla famiglia Schwind abitante nella Ludwigstrasse e voleva sapere se non vi fosse presente qualcuno della famiglia. Rimase male quando risposi no. Allora mi pregò di comunicare urgentemente quanto segue: “Vengo portata verso est. Saluti la famiglia Schwind nella Ludwigstrasse””.

Questo fatto ci aveva molto scosse, in quanto il signor Fouquet ci avvisò che si trattava di un trasporto di prigionieri. [In una lettera del 20 dicembre 1948 (Archivio Edith Stein di Colonia) Corrado Schwind riferisce che Fouquet avrebbe incontrato sua sorella mezz’ora dopo che questi aveva visto Edith Stein: (…) La dottoressa era sicura di passare per Schifferstadt. Sperava certamente di vedere qualcuno di noi, poiché si trattava della nostra città natale. Questa cosa era nota alla dottoressa. Per questo motivo si rivolse al capostazione per sapere se ci conoscesse. Questi era compagno di scuola di mia sorella. Mezz’ora dopo incontra mia sorella alla stazione e dice: “Poco fa si è fermato qui un treno di deportati in cui c’era anche una donna vestita di nero, la dottoressa Stein. Mi ha incaricato di riferirti i suoi saluti, lei personalmente sarebbe in viaggio per l’est”. Costui si chiama Fouquet. Le Domenicane di Spira vengono così a sapere la cosa. Quindi suor Agnese viene a trovarmi e io la informo così. Tenuto conto che a Schifferstadt ci sono tanti Schwind, specifica al capostazione che un figlio della famiglia sarebbe parroco a Frankenthal-Mörsch. Avrebbe dovuto salutarlo tanto. Suor Teresa Benedetta della Croce sarebbe in Cielo – la sua via crucis sarebbe compiuta.]

* * *

La prima testimonianza è quella di Valentino Fouquet (26 maggio 1892 – 23 marzo 1977), dipendente delle ferrovie fino al pensionamento, avvenuto negli anni sessanta; dapprima a Limburgerhof fino all’inizio della guerra poi a Schifferstadt. È un uomo relativamente piccolo, corpulento, noto come lavoratore coscienzioso. Gli abitanti del luogo lo chiamano quello “dal cappello rosso”.

Dopo aver riferito quei saluti – cosa che in tempo di guerra è abituato a fare sovente – si dimentica dell’incontro avvenuto alla stazione, fino al momento in cui negli anni cinquanta la cosa diventa per lui di nuovo attuale. Lo studioso di storia locale Giuseppe Bast, che cura abitualmente “Heimatklänge” – le voci della patria -, un inserto del “Schifferstadter Tagblatt” – quotidiano di Schifferstadt -, pubblica a proposito un articolo nel “Rheinpfalz” del 6 gennaio 1951 dal titolo “Ultimo saluto di suor Teresa Benedetta dalla stazione di Schifferstadt”. In esso nomina suor Posselt che parla nel suo libricino – “Edith Stein: una grande donna del nostro secolo” -, dell’incontro del ferroviere con Edith Stein. In questo modo si risveglia in Fouquet il ricordo dell’incontro alla stazione avvenuto nove anni prima.

In seguito all’articolo di Bast, il 25 ottobre 1953 Fouquet decide di scrivere i suoi ricordi. Su richiesta del Carmelo di Colonia nel 1958 trasmette la sua relazione all’Archivio del Monastero.

Lettera di Valentino Fouquet

Edith Stein: il suo saluto del 7 agosto 1942 alla stazione ferroviaria di Schifferstadt

Valentino Fouquet
Impiegato delle ferrovie Wagnerstrasse 16

Schifferstadt, il 25 ottobre 1953

Molto Reverenda suor Agnese dell’Agnello di Dio
Monastero delle Carmelitane “Maria della Pace”
Colonia, vor den Siebenburgen

Il 7 agosto 1942 intorno a mezzogiorno, aspettavo il treno diretto proveniente da Saarbrücken per Ludwigshafen. Il treno entrò in stazione e davanti a me si fermò un vagone che trasportava dei prigionieri. Una donna vestita di nero che si trovava all’interno mi rivolse la parola, chiedendomi se fossi di Schifferstadt e se per caso conoscessi la famiglia del sacerdote Schwind. Risposi affermativamente, dicendole che la famiglia del Decano Corrado Schwind, mio compagno di scuola, mi era ben nota. Quindi la signora mi pregò di porgerle i saluti da parte di suor Teresa Benedetta, lei stessa sarebbe Edith Stein e sarebbe diretta verso est.

La signora aveva un atteggiamento tranquillo e cordiale.

Poco dopo potevo comunicare la notizia alla signorina Schwind, sorella del Decano e nipote del Vicario Generale Giuseppe Schwind, a sua volta direttore spirituale di Edith Stein, che era stata presente alla sua vestizione nel Carmelo di Colonia.

Valentino Fouquet
19 aprile 1958

* * *

Nel corso degli anni aumentano le testimonianze da parte di testimoni oculari. Ecco quella di Ferdinando Meckes nato a Dodalben il 8 dicembre 1911, all’epoca Cappellano a Ludwigshafen nella Parrocchia di San Bonifacio dal 1940 al 1944, oggi a riposo.

Il 3 aprile 1984 il sacerdote racconta i fatti nel modo seguente, in una lettera indirizzata a suor Adele Herrmann OP, presso il Monastero di Santa Maddalena:

Lettera di Ferdinando Meckes

Incontro con Edith Stein il 7 agosto 1942.

Venivo da Spira e alla stazione ferroviaria di Schifferstadt dovevo aspettare la coincidenza per Ludwigshafen, dove ero cappellano nella Parrocchia di San Bonifacio. Al mio stesso binario aspettavano altre due signore distanti circa 30 metri da me; tutt’intorno non c’era nessuno. Proveniente da Neustadt giungeva un treno merci, che si fermò sul binario più esterno. Il disco della segnaletica ferroviaria indicava lo “stop”. Notai che alcuni vagoni più in là c’era una carrozza passeggeri con a bordo dei soldati. Dato che nella carrozza davanti a me sentivo sussulti rumorosi, pensavo si trattasse di un trasporto militare di bestiame. Da una feritoia provvista d’inferriata di filo spinato mi osservavano 2 occhi – erano occhi umani – e una voce maschile mi domandò: “Dove siamo?” La mia risposta fu: “A Schifferstadt”. Nel vagone sentivo muoversi qualcosa e subito dopo – mi rivolse la parola una donna: “Lei non viveva al convitto?” “Certamente, ma lei chi è?” Ecco la risposta: “Io sono suor Teresa Benedetta della Croce – Edith Stein”. ” Ma io la conosco”, le risposi. Subito dopo mi supplicò: “Porti i miei cari saluti a Sua Eccellenza Monsignor Lauer e alle Suore di Santa Maddalena. Aspetti!” In fretta cercai di vedere dove fosse diretto il convoglio, così mi avvicinai al vagone. Però tre soldati saltarono giù dalla carrozza passeggeri e uno di loro gridò: “Cosa succede là in fondo?” Io mi voltai e andai lentamente verso il centro del marciapiede; in quel momento vidi anche che il disco della segnaletica ferroviaria indicava “via libera” per il treno e notai che sul binario numero uno c’era il capostazione con il berretto rosso – era un uomo piuttosto anziano. Il treno si mosse lentamente, i tre soldati salirono di nuovo sulla carrozza. Edith Stein gridò: “Ehi, attenzione!” e lanciò fuori un minuscolo fogliettino, forse era la metà di un foglietto di un’agenda tascabile. Cadeva, volteggiando fra l’alto marciapiede e il binario. Allora mi spostai il più possibile verso il bordo del marciapiede per tenere sott’occhio il fogliettino; dato che le ruote del treno giravano sempre più veloci e temevo che potesse essere travolto, non volevo perderlo di vista. Ma questo non si mosse, era là deposto per terra. Era un treno merci molto lungo, circa 50 carrozze, che rullava davanti ai miei occhi, carico di povera gente.

Il capostazione seguiva con lo sguardo il treno che si allontanava rullando sui binari, non appena l’ultima carrozza lasciò la stazione egli si ritirò nel suo ufficio. L’aria era “libera”, saltai fra le rotaie e raccolsi il fogliettino, risalii sul marciapiede e mi diressi subito verso le due signore dicendo: “Scusatemi, prego – siete sicuramente insegnanti, certamente eravate a Santa Maddalena?” Costoro mi guardarono sbalordite e dissero: “Sì, perché?” Risposi: “Allora conoscete Edith Stein, la stanno portando via in quel treno là in fondo dove vedete ancora il fanalino di coda. Mi ha dato questo fogliettino” – consegnai il fogliettino. Era piegato una sola volta, le signore lo aprirono e lessero: “Un saluto, Edith Stein”. Allora aggiunsi: “Mi ha detto: Porti i miei saluti a Sua Eccellenza Monsignor Lauer e alle Suore di Santa Maddalena”. Le due signore furono molto sorprese e dissero: “Oh, Dio, Edith Stein! Porteremo i saluti”, e fuggirono via attraversando i binari. – Così mi ricordo l’incontro con Edith Stein – attraverso l’apertura scura con l’inferriata ho potuto vedere solo i suoi occhi e il suo volto illuminato da un bagliore. Questa la mia testimonianza.

Ferdinando Meckes, Parroco a Rodalben. [Herrmann Adele, Die Speyerer Jahre von Edith Stein, 1990, pag. 142-144.]

Rodalben, il 3 aprile 1984

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La terza testimonianza viene fatta infine da Emma Jöckle, nativa di Germesheim (25 agosto 1911 – 19 dicembre 1996), all’epoca scolara di Edith Stein e successivamente insegnante presso la Scuola Elementare di Alzenau dal 1939 al 1973. Interrogata dal Vescovo di Spira dottor Antonio Schlembach, risponde così il 18 settembre 1993:

Lettera di Emma Jöckle

Eccellenza Monsignor Vescovo,

mio figlio mi ha riferito del Suo colloquio telefonico e di alcune domande riguardanti Edith Stein e il mio incontro con lei a Schifferstadt. Intendo risponderLe molto brevemente con questo scritto.

1ª Domanda: La situazione al mio arrivo a Schifferstadt

Era mattina fra le ore 10 e le ore 12. Ero diretta a Spira per visitare mia madre ancora in vita, giungevo con il treno da Alzenau, dove ero domiciliata. Quando scesi dal treno a Schifferstadt, sul terzo binario sostava già un treno merci. Non ricordo più se le porte scorrevoli dei vagoni fossero aperte o chiuse. Il marciapiede fra il binario due e tre era deserto, c’era solo Edith Stein e non molto lontano c’erano due uomini alti di bella presenza (circa cinque metri di distanza da me). Le andai incontro e poco dopo lei mi passò accanto senza fermarsi. Fra lei e me c’erano due metri circa. Quando la dottoressa Stein, senza alzare lo sguardo mi superò, camminando dritta davanti a sé, disse in modo chiaro e preciso: “Emma mi saluti le Suore di Santa Maddalena. Parto per l’est”. Mi arrabbiai non poco nel costatare che pur riconoscendomi non aveva avuto tempo per me, e pensare che a scuola ci intendevamo così bene. In quel momento non avevo ancora la più pallida idea della situazione in cui si trovava Edith Stein.

Subito dopo mi diressi frettolosamente, senza utilizzare del sottopassaggio, attraversando le rotaie verso il binario numero uno, da dove era in partenza la “strega” (in questo modo veniva chiamato il treno di collegamento Spira-Schifferstadt) e salii. Sul treno incontrai Suor Luigia che viaggiava in compagnia di una suora di clausura di Santa Maddalena, che conoscevo già da tempo. Solo allora venni a sapere delle persecuzioni contro gli ebrei da parte dei nazisti e dell’entrata in clausura di Edith Stein. Ero tuttavia così distratta dai discorsi fatti, che non ebbi modo di guardare ancora la dottoressa Stein. Suor Luigia era però molto eloquente con le sue argomentazioni e io mi convinsi; diceva infatti, che la donna incontrata da me non poteva assolutamente essere la dottoressa Stein, in quanto era in un luogo sicuro.

Riguardo alla domanda sull’abbigliamento:

Edith Stein indossava un abito sgualcito colore blu. Se avesse indossato l’abito monacale quasi sicuramente non l’avrei riconosciuta. La riconobbi esclusivamente per la riga dei capelli che portava in centro. Riguardo all’abbigliamento, non era mai stata tanto accurata.

Spero di essere stata esauriente con le mie risposte. La situazione verificatasi sul binario, che provvederò ad allegare a questa lettera, è stata approntata da mio figlio con uno schizzo fatto a mano, secondo le indicazioni da me date. Purtroppo non mi è più possibile aggiungere altre informazioni, in quanto sono nel frattempo trascorsi cinquant’anni da allora e solo più tardi ho capito l’importanza dell’incontro a Schifferstadt.

Cordiali saluti, Emma Jöckle

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Nella primavera del 1995 il Rettore del Seminario di Spira, il Canonico Ottone Schüssler, mi pregò di tentare di fare una ricostruzione degli avvenimenti del 7 agosto 1942 accaduti alla stazione ferroviaria di Schifferstadt. Egli richiamò la mia attenzione su diverse contraddizioni e controversie, che si evidenziano mettendo a confronto le tre esposizioni. Era convinto che potessi essere la persona giusta per quella cosa, essendo nativo di Schifferstadt e, all’epoca Cappellano di Bad Bergzabern.

Dopo accurate ricerche all’inizio del 1996, potevo formulare una prima versione che fu di interesse generale e che venne diffusa su diverse pubblicazioni. Furono necessarie ulteriori ricerche, quindi venne rielaborata la relazione del 1996 in alcuni dettagli e ora posso presentare una seconda ricostruzione dei fatti, secondo me, migliore della prima. Con questo non posso ammettere di aver chiarito le questioni riguardanti la sosta di Edith Stein alla stazione ferroviaria di Schifferstadt. Alcune particolarità non potranno certamente mai essere ricostruite definitivamente e devono essere prese come ipotesi. L’accaduto deve quindi essere letto in quest’ottica:

Il 7 agosto il capostazione Valentino Fouquet attende l’arrivo del direttissimo proveniente da Saarbrücken per Ludwigshafen. Si presume possa trattarsi del direttissimo D5 in quanto, secondo Fouquet e gli altri due testimoni, era circa mezzogiorno. Gli altri treni direttissimi che percorrevano la stessa tratta transitando da Schifferstadt erano il D103 alle ore 9.45 e il D115, alle ore 16.10. Secondo l’orario delle ferrovie del Reich in vigore all’epoca, il treno D5 proveniente dal Lussenburgo e diretto a Francoforte sul Meno si ferma a Neustadt, sulla strada dei vini, alle ore 12.39 e a Ludwigshafen alle ore 13.07 e non a Schifferstadt. Pertanto avrebbe potuto fermasi brevemente intorno alle ore 13, non si sa per quale motivo.

Come anche per altri treni l’orario ferroviario delle ferrovie del Reich indica che il treno D5 non viaggia regolarmente, ma solo in seguito di particolari disposizioni. L’arrivo viene comunicato telefonicamente nelle singole stazioni, per permettere al capostazione di competenza di attendere per tempo l’arrivo del treno sul binario giusto.

Considerando che il treno proviene dal Lussemburgo è molto probabile che le carrozze con i prigionieri olandesi siano state agganciate già in loco oppure altrove, a occidente del confine col Reich. Facendo i calcoli la cosa dovrebbe corrispondere. Infatti il treno parte poco dopo le ore 9 dal Lussemburgo e il trasporto lascia la stazione di Hooghalen poco prima delle ore 4 del mattino. Hooghalen era la fermata obbligatoria per il trasporto dei prigionieri provenienti o diretti al campo di concentramento di Westerbork, da cui dista otto chilometri [Mohr 255]. La cosa viene messa in evidenza soprattutto da una telefonata fatta in quella mattina dal Parroco della città di Assen, che si trova poco distante: si deduce che il treno sarebbe partito da Hooghalen a quell’ora [Ibidem 145. Altre indicazioni riguardo quell’orario di partenza idem 53, 191, 254]. Quindi il treno avrebbe impiegato in tutto circa cinque ore per dirigersi a sud, costeggiando a occidente il confine del Reich, prima che i vagoni venissero agganciati al diretto D5.

A questo punto non si capisce il motivo per cui si scelse la tratta che attraversa il Lussemburgo e il Palatinato e non si scelse il percorso che attraversava il nord della Germania, che è apparentemente più breve, tenuto conto che la località di arrivo era Auschwitz-Birkenau. L’ipotesi più probabile, potrebbe essere quella secondo cui si voleva tenere nascosto il trasporto. Eugenio Fouquet e il dottor Emilio Sold prendono in considerazione l’ipotesi di Valentino Fouquet, che è convinto che si trattasse non di un vagone per il trasporto di bestiame, ma di un vagone passeggeri, anche se chiuso e sorvegliato, il cui obbiettivo era ignoto [Di un altro trasporto simile (forse lo stesso) proveniente dall’Olanda con arrivo ad Auschwitz-Birkenau il 7 agosto 1942, esistono racconti fatti da sopravvissuti. A riguardo il signor Isaia Veffer di Amsterdam fa notare che viaggiava in una carrozza normale, altri invece venivano trasportati su vagoni adibiti al trasporto di bestiame (Mohr 303)]. Questi ricordano anche che sarebbe stato il primo trasporto di prigionieri effettuato in quel modo e che la popolazione in linea di massima sarebbe stata assolutamente tenuta all’oscuro di quei trasporti. Se il trasporto fosse partito da Hooghalen attraversando tutto il nord della Germania per centinaia di chilometri, il rischio sarebbe certamente aumentato e la popolazione tedesca ne sarebbe venuta a conoscenza. Il tragitto effettivamente percorso garantiva un passaggio relativamente breve sul territorio, transitando per il protettorato della Boemia e della Moravia, prima di raggiungere definitivamente il lager della morte.

Un altro motivo per cui si sarebbe scelto la variante meridionale, è quello secondo cui ai prigionieri poteva essere tenuta nascosta la destinazione per un periodo abbastanza lungo. La stessa Edith Stein pensava si trattasse di un trasporto verso la Slesia oppure la Cecoslovacchia, come si deduce chiaramente dalla lettera del 6 agosto, indirizzata alla Priora del Carmelo di Echt [Gelber Lucy – Leuven Romaeus (edd.), Stein Edith, Selbstbildnis in Briefen. Seconda parte 1934-1942 = medesimi (edd.) Edith Steins Werke IX (1977) 178]. Si potrebbe concludere che i responsabili abbiano deciso di far attraversare il sud della Germania, per far credere ai prigionieri, quasi fino all’arrivo nel lager della morte, che si trattasse sicuramente di un trasporto che li portasse a est per lavorare.

Se si prendono però in considerazione altri trasporti, sorprende costatare che nel luglio del 1942 parecchie deportazioni, provenienti dall’Olanda, transitarono attraverso il nord della Germania. In una ricostruzione dettagliata, Martino Gilbert specifica, che fra il 15 e il 31 luglio transitarono sette convogli con 5978 ebrei da Westerbork ad Auschwitz verso la morte, attraversando il nord del Reich tedesco [Gilbert Martino, Endlösung. Die Vertreibung und Vernichtung der Juden. 21995, 106f]. Tuttavia riguardo al trasporto del 7 agosto prende in considerazione erroneamente la variante che attraversa il nord, [ibidem 109 cartella 133] ricordando che con l’inizio di agosto si effettuarono i primi trasporti provenienti dal Belgio e dal Lussemburgo. Le prime deportazioni dal Belgio datano 4 agosto [ibidem 110 cfr. 109].

Tenendo conto di tutto questo, posso pensare che il trasporto del 7 agosto sia passato attraverso il Lussemburgo per permettere di agganciare altre carrozze provenienti dal Belgio e/o dal Lussemburgo [In questo caso il trasporto su cui veniva deportata Edith Stein, sarebbe stato composto almeno da tre gruppi: 987 ebrei che sarebbero partiti dal Lager di Westerbork il mattino del 7 agosto, un gruppo proveniente dal Belgio e dal Lussemburgo e un terzo gruppo di prigionieri, proveniente in treno da Amsterdam e diretto a Hooghalen successivamente riunito col gruppo di Westerbork (Mohr 301,307). Un trasporto così eccezionale corrisponderebbe verosimilmente alla descrizione di Meckes, che parla di “circa cinquanta vagoni”].

La decisione presa da chi stava al potere, quella cioè di praticare la variante attraverso il Lussemburgo, diventa così chiara: non volendo prendere in considerazione l’ipotesi secondo cui, in questo modo, diversi trasporti avrebbero potuto essere collegati tra loro, il trasporto sarebbe comunque rimasto segreto alla popolazione tedesca. La scelta di questo percorso semplifica il trasporto dei prigionieri che sono più al sicuro e impedisce che sul treno si verifichino disordini prima del tempo, cosa che avrebbe richiesto controlli maggiori sul trasporto stesso. Proprio questa decisione dà infine la possibilità a diverse persone di incontrare Edith Stein a Schifferstadt.

Dopo le numerose lezioni tenute a Spira, Edith Stein conosceva molto bene la stazione ferroviaria di Schifferstadt. Sapeva anche con sicurezza che il treno proveniente da Neustadt avrebbe dovuto per forza transitare da Schifferstadt e quando effettivamente si ferma, coglie l’occasione per prendere dei contatti [Cfr. nota 4].

Sia Meckes che Jöckle informano unanimi che il convoglio si sarebbe fermato sul binario più esterno, il terzo. Quindi Fouquet si trova su questo binario quando Edith Stein, subito dopo l’arrivo del treno, gli rivolge la parola. Meckes afferma, però, che il capostazione avrebbe sostato per tutto il tempo sul binario numero uno, tuttavia avrebbe dovuto essere sullo stesso binario su cui era il cappellano, proprio perché doveva comporre il treno direttissimo e successivamente quello proveniente da Ludwigshafen. Considerando che doveva continuamente andare e venire fra i binari, si trovava anche vicino alla strada che all’epoca li attraversava (si tratta della Dannstadterstrasse e della Bahnhofstrasse). Edith Stein gli parlò dalla carrozza che si fermò davanti a lui, chiedendogli se fosse di Schifferstadt e se conoscesse la famiglia del sacerdote Schwind. Egli le rispose che conosceva molto bene la famiglia del Decano Corrado Schwind, già suo compagno di scuola. Così lo pregò di portarle i saluti da parte di suor Teresa Benedetta, lei stessa sarebbe Edith Stein in viaggio per l’est.

Fouquet continua nel suo racconto dicendo che, poco tempo dopo, la notizia veniva già inoltrata alla sorella del Decano, che aveva presenziato alla Vestizione di Edith Stein nel Carmelo di Colonia. A questo punto però, Fouquet avrebbe scambiato Lisetta per Maria, ambedue sorelle di Corrado. Infatti mezz’ora dopo l’incontro con Edith Stein, arrivò sul secondo binario un treno da Ludswigshasfen da cui scese Maria, la sorella maggiore di Corrado. La sua compagna Elsa Eckrich raccontò che Fouquet sarebbe andato loro incontro con fare molto agitato e avrebbe loro raccontato l’evento.

Mentre Fouquet si allontanava dal finestrino della carrozza per attendere l’arrivo dell’altro treno proveniente da Ludwigshafen che avrebbe dovuto entrare in stazione alle ore 13.05 sul binario due, Edith Stein avrebbe parlato con il prete che era sulla banchina in attesa del treno per andare a Ludwigshafen. Ferdinando Meckes aspettava sulla banchina già da mezz’ora. Essendo di ritorno dall’Ordinariato Vescovile, dove era stato al mattino, aspettava di prendere la coincidenza a Schifferstadt. Aveva conosciuto Edith Stein tramite alcune compagne di scuola di Rodalben, che erano state seguite da lei, durante il seminario per insegnanti. Vedendolo alla stazione Edith Stein gli chiese se fosse stato al convitto. Solo dopo aver ricevuto una risposta affermativa, fece sapere il suo nome e lo invitò a portare i suoi saluti a Sua Eccellenza Monsignor Nicola Lauer che dal 1927 è redattore del “Pilger” e professore all’Istituto Magistrale di Santa Maddalena.

Non è dato sapere se lei sia a conoscenza del fatto che nel frattempo (dal 16 giungo 1942) Monsignor Lauer è Parroco a Insheim.

La situazione diventa critica nel momento in cui arriva alle ore 13.05 sul binario due il treno 744. Scendono solo due donne, di cui una viene subito riconosciuta da Edith Stein che le rivolge immediatamente la parola, gridando nella sua direzione: “Emma mi saluti le Suore di Santa Maddalena. Io parto per l’est”. Il 7 agosto Emma Jöckle è diretta a Spira per fare visita a sua madre – della sua compagna di viaggio non si hanno informazioni dirette – a Schifferstadt deve cambiare treno. Dopo essere scesa dal treno, si trova a circa cinque metri di distanza da due uomini (Meckes e Fouquet) e non a trenta metri come afferma Meckes. A questa distanza non poteva essere vista da Edith Stein, anche se il binario è largo circa sette metri. Il grido di Edith Stein però spiega il motivo per cui in quel momento tre soldati saltano giù dai vagoni anteriori e uno di loro urla: “Ma che cosa succede là dietro?” A questo punto Meckes si gira e va verso il centro del binario.

Delle tre testimonianze resta più incerta quella della signora Jöckle, che afferma che Edith Stein le sarebbe passata accanto sul binario. Escludendo le due donne e i due uomini, il binario sarebbe stato deserto. Sia Fouquet che la signora Jöckle parlano dell’abbigliamento di Edith Stein, mentre il primo parla di un abito scuro, la seconda di un abito logoro blu. Questa affermazione farebbe supporre che le porte dei vagoni fossero aperte – ciò contrasta però con le affermazioni di Fouquet e Meckes.

Nell’ipotesi che la cosa corrispondesse a realtà – cosa che secondo me appare del tutto irreale, tenuto conto che si trattava di un trasporto di prigionieri che sostava fuori orario – ci sono indicazioni secondo cui Edith Stein non sia scesa dal treno. Suor Placida Laubhardt OSB del monastero di Santa Lioba di Friburgo-Güthersthal, di cui parlerò più avanti, racconta fra l’altro di un dialogo avvenuto nel Lager di Westerbork fra il capo ebreo Wielek e Edith Stein. A questo proposito la informa, che le “guardie in loco sarebbero molto affidabili” e la fuga effettivamente possibile. Edith Stein però rifiuta l’offerta [A riguardo vedi anche Mohr pag. 103-105]. Anche in altri momenti della sua vita, Edith Stein dimostra di non voler trasgredire le leggi, pur considerandole ingiuste. Così deduco che Edith Stein, contrariamente all’affermazione della signora Jöckle, non è sicuramente scesa dal treno a Schifferstadt.

Meckes racconta poi, che dopo la partenza del treno vede sul binario uno il capostazione. Ciò significa che Fouquet avrebbe già composto precedentemente il treno 744, che secondo l’orario doveva partire alle ore 13.07. Quindi il treno D 5 parte poco dopo le tredici e zero sette. Prima della partenza però Edith Stein grida a Meckes “Ehi, attenzione!” facendo cadere un minuscolo fogliettino della misura di una mezza pagina di un taccuino. Meckes lo tiene sott’occhio e corre a prenderlo fra le rotaie, appena l’ultima carrozza esce dalla stazione poi si dirige verso le donne, tenendolo fra le mani.

Dopo l’arrivo a Schifferstadt la signora Jöckle deve aspettare, perché la coincidenza con l’automotrice per Spira – chiamata “strega” dagli abitanti del luogo – parte non prima delle ore 13.20. Lei aspetta sul binario dove c’è anche Meckes e fra i tre inizia un breve colloquio. Meckes presume infatti, dopo aver sentito l’appello di Edith Stein, che le due donne siano insegnanti e siano state al Santa Maddalena. Non appena le due lo confermano, egli consegna loro il fogliettino aggiungendo: “Lei ha detto: porti i miei cari saluti a Sua Eccellenza Monsignor Lauer e alle Suore di Santa Maddalena”. Le due donne prendono il foglio e attraversano frettolosamente le rotaie per salire sul treno numero 2256 diretto a Spira già pronto per la partenza. Qui incontrano suor Luigia Fickinger OP, una suora di Santa Maddalena che conoscevano già da tempo. È probabile che la signora Jöckle consegni già allora il foglio con i saluti di Edith Stein.

Prima del Natale del 1942 suor Bonaventura Walther OP trasmette la notizia della deportazione al Carmelo di Colonia. Per motivi di sicurezza però non si sa se lei abbia avuto con sé il foglio. Tuttavia è sicuro che il foglio, non si sa come, è a Friburgo nel Breisgau nelle mani di suor Placida Laubhardt OSB, appena citata (1904 – 1998).

Suor Placida conosce Edith Stein già dall’estate 1922 ed è anche al corrente del massacro degli ebrei effettuato dai nazionalsocialisti. Essendo il padre ebreo, viene portata via dal Carmelo di Santa Lioba nell’aprile 1943 e condotta nel campo di concentramento di Ravensbrück. Per proteggere il Monastero, brucia il foglio alcuni giorni prima di essere prelevata. Lei è sicura che si tratti di un manoscritto di Edith Stein: “Saluti da suor Teresa Benedetta della Croce. Diretta ad orientem” [Comunicato all’autore in data 21 gennaio 1996].

Prendendo in considerazione l’episodio sull’incontro con Edith Stein alla stazione di Schifferstadt si evince che il tutto sia durato dai dieci ai quindici minuti. Da allora sono trascorsi più di cinquanta anni, e alla stazione sono avvenuti innumerevoli altri incontri. È facile descrivere degli incontri, come si può spiegarli? Chi può spiegare il perché della fermata del treno D 5, avvenuta proprio in quel giorno a Schifferstadt? E come mai la carrozza con a bordo Edith Stein si era fermata proprio davanti al capostazione, compagno di scuola di Corrado Schwind? Perché proprio in quei minuti una ex scolara di Edith Stein cambia treno a Schifferstadt?

A questi interrogativi è possibile rispondere come si vuole. Dopo tutte le mie ricerche, posso affermare che gli ultimi incontri con Edith Stein sono stati del tutto casuali. Questa cosa ha trasformato il mio compito in un esperienza profondamente spirituale.

L’incontro con Edith Stein alla stazione ferroviaria di Schifferstadt (7 agosto 1942) – Tentativo di ricostruzione.

Sezione Mariana

Mano nella mano con Maria

1. Maria e la vita religiosa

Nel progetto educativo della donna cristiana così come pensato da Edith Stein, la vocazione soprannaturale alla consacrazione religiosa occupa sempre un posto privilegiato. Ella ritiene che donarsi a Dio per amore, perdendosi in Cristo e per Cristo, sia particolarmente in sintonia con la struttura ontologica e psicologica femminile. Essere di Dio, donarsi a Lui e servirlo, è la vocazione non solo di alcuni eletti, ma anche di ogni cristiano, uomo o donna che sia. Di questa donazione totale, Maria è l’eccelso modello, dato che personifica in maniera perfetta questa donazione. Ella è perciò il simbolo più perfetto, il prototipo originale di ogni cristiano e della donna in particolare. Maria sta al centro della storia umana e ancor più al centro della storia femminile perché in Lei la maternità ha raggiunto la suprema esaltazione e, intesa anche come maternità corporea, anche il suo superamento.

Maria è l’organo e il simbolo più perfetto della Chiesa perché ha formato il Capo del corpo mistico, divenendo anche la nostra madre in senso reale ed eminente. Di Maria Edith Stein ha seguito il cammino speciale della Croce. Come lei è stata vicina al Crocifisso, sacrificandosi perché un’umanità migliore nascesse dal buio della barbarie. Fino all’ultimo istante della sua vita restò dell’idea che essa era al mondo per servire quella vita che le stavano togliendo. Come Maria stette ai piedi della Croce con Cristo e con Lui si offrì vittima ed olocausto. Nel campo di concentramento si aggirava fino all’ultimo in mezzo alle donne prigioniere consolando, aiutando, tranquillizzando, come un angelo. Si interessava dei poveri bambini, li lavava, li pettinava, andava a cercare per loro del cibo e prestava loro tutte le cure necessarie. La sua vita, fino all’immolazione fu, come per Maria, una vita di servizio al servizio della vita.

2. La scoperta di Maria

Tra le opere di Edith Stein non si trova uno specifico saggio di mariologia, ma alla Vergine santa Edith Stein dedicò molti pensieri e molte tenere poesie. Proprio negli anni delle innumerevoli ed inaudite tragedie che colpirono l’umanità, il suo fu tutto un palpito verso la luce, come una danza della vita e della liberazione nella tenebra della morte. Edith Stein è convinta che solo chi è nella pienezza della propria femminilità e la vive può accettare consapevolmente e senza difficoltà Maria. Lei stessa ha fatto di questo l’esperienza. Avendo faticato a sviluppare il proprio femminile, Edith Stein ha maturato anche lentamente il suo amore per la Vergine. La sua ricerca sullo specifico femminile, sull’ethos professionale e vocazionale femminile, da cui deriva il dono di “essere” donna in pienezza e “donna per”, la porta a scoprire le peculiari qualità di Maria che realizzò al massimo se stessa nella donazione totale. Scoprendo la donna, Edith Stein scopre Maria che ci ha generati alla vita della grazia, ha offerto tutto il suo essere, corpo ed anima, alla maternità divina. Per questo è tanto vicina alla donna e a tutti, e ci ama, ci aiuta a diventare quello che dobbiamo essere, ci conduce alla comunione con Cristo.

3. Mano con mano con Maria

Maria è per Edith Stein non soltanto un modello, ma è soprattutto Colei che “ci è accanto” con un contatto delicato, sentito, emozionante, pervaso di fremiti. Edith Stein descrive la vicinanza di Maria come un contatto di chiragogia, mano nella mano, un qualcosa di caldo e affettuoso che aiuta a realizzarsi in pienezza come persona. Edith Stein sente Maria vicina, ne avverte il respiro, si sente da Lei guidata come da uno spirito protettore. Maria, crede, è colei che ci conduce a Dio tenendoci per mano, basta che noi lo vogliamo, basta che ci abbandoniamo alla sua mano.

4. Maria cuore della Chiesa

Maria è il cuore della Chiesa, un cuore vergine che con il suo consapevole “fiat” collaborò al progetto salvifico di Dio.

Maria è la donna del silenzio, colei che fu inondata di Spirito mentre pregava da sola e nel silenzio diede alla luce il Figlio di Dio e pregò per la Chiesa nascente.

Maria è la Madre dolorosa che stette accanto alla croce di Cristo, soffrì e comprese il dolore del Figlio. Nelle sciagure, nell’abisso della malvagità umana, che tende sempre ad offuscare la Luce, Maria è vicina a noi, fino a quando non risorgerà l’alba della giustizia e l’ineffabile splendore di Dio non trionferà sul male.

Maria è la Madre del Risorto Signore della pace, ella è la via stessa della pace e le sue materne e tenere mani conducono i figli e le figlie alla pace.

5. Maria epifania dello Spirito

Inondata dallo Spirito, Maria è il genuino esemplare della donna, della femminilità. Sta, infatti, al fianco di Colui che è il prototipo di tutta l’umanità che ella a lui conduce. Maria aiuta ogni uomo e ogni donna alla sua realizzazione, nello Spirito.

Il legame dello Spirito con Maria e con noi è visto da Edith Stein come un legame profondissimo e insostituibile. Scrive nei suoi versi: “O dolce Spirito ti ho trovato: nel volto di Maria traspare tersa la luce della divinità che mi manifesti”.

La voce del magistero

Omelia di Giovanni Paolo II per la canonizzazione di Edith Stein

“Eminente figlia di Israele e fedele figlia della Chiesa”

1. “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (cfr Gal 6, 14). Le parole di San Paolo ai Galati ben si addicono all’esperienza umana e spirituale di Teresa Benedetta della Croce, che oggi solennemente viene iscritta nell’albo dei santi. Anche lei può ripetere con l’Apostolo: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”.

La croce di Cristo! Nella sua costante fioritura l’albero della Croce porta sempre rinnovati frutti di salvezza. Per questo, alla Croce guardano fiduciosi i credenti, traendo dal suo mistero di amore coraggio e vigore per camminare fedeli sulle orme di Cristo crocifisso e risorto. II messaggio della Croce è così entrato nel cuore di tanti uomini e di tante donne cambiandone l’esistenza.

Un esempio eloquente di questo straordinario rinnovamento interiore è la vicenda spirituale di Edith Stein. Una giovane donna in cerca della verità, grazie al lavorio silenzioso della grazia divina, è diventata una santa ed una martire: è Teresa Benedetta della Croce, che quest’oggi dal cielo ripete a tutti noi le parole che hanno segnato la sua esistenza: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce di Gesù Cristo”.

2. Il primo maggio 1987, nel corso della mia visita pastorale in Germania, ho avuto la gioia di proclamare Beata, nella città di Colonia, questa generosa testimone della fede. Oggi, a undici anni di distanza, qui a Roma, in Piazza San Pietro, mi è dato di presentare solennemente come Santa davanti a tutto il mondo questa eminente figlia d’Israele e figlia fedele della Chiesa.

Come allora, così quest’oggi ci inchiniamo dinanzi alla memoria di Edith Stein, proclamando l’invitta testimonianza da lei resa durante la vita e soprattutto con la morte. Accanto a Teresa d’Avila ed a Teresa di Lisieux, quest’altra Teresa va a collocarsi fra lo stuolo di santi e sante che fanno onore all’Ordine carmelitano.

Carissimi Fratelli e Sorelle, che siete convenuti per questa solenne celebrazione, rendiamo gloria a Dio per l’opera da lui compiuta in Edith Stein.

3. Saluto i numerosi pellegrini venuti a Roma, con un particolare pensiero per i membri della famiglia Stein, che hanno voluto essere con noi per questa lieta circostanza. Un saluto cordiale va anche alla rappresentanza della Comunità carmelitana, la quale è diventata la “seconda famiglia” per Teresa Benedetta della Croce.

Rivolgo, poi, il mio benvenuto alla delegazione ufficiale della Repubblica Federale di Germania, guidata dal Cancelliere Federale uscente Helmut Kohl, che saluto con deferente cordialità. Saluto inoltre, i rappresentanti dei Länder Nordrhein-Westfalen e Rheinland-Pfalz, come anche il Primo Sindaco della Città di Colonia.

Anche dalla mia patria è venuta una delegazione ufficiale guidata dal Primo Ministro Jerzy Buzek. Rivolgo ad essa un cordiale saluto.

Una speciale menzione voglio poi riservare ai pellegrini delle diocesi di Breslavia (Wroclaw), di Colonia, Münster, Spira, Kraków e Bielskoywiec, presenti con i loro Vescovi e sacerdoti. Essi si uniscono alla numerosa schiera di fedeli venuti dalla Germania, dagli Stati Uniti d’America e dalla mia patria, la Polonia.

4. Cari Fratelli e Sorelle! PerchÉ ebrea, Edith Stein fu deportata insieme con la sorella Rosa e molti altri ebrei dei Paesi Bassi nel campo di concentramento di Auschwitz, ove insieme con loro trovò la morte nelle camere a gas. Di tutti facciamo oggi memoria con profondo rispetto. Pochi giorni prima della sua deportazione la religiosa, a chi le offriva di fare qualcosa per salvarle la vita, aveva risposto: “Non lo fate! Perché io dovrei essere esclusa? La giustizia non sta forse nel fatto che io non tragga vantaggio dal mio battesimo? Se non posso condividere la sorte dei miei fratelli e sorelle, la mia vita è in un certo senso distrutta”.

Nel celebrare d’ora in poi la memoria della nuova Santa, non potremo non ricordare di anno in anno anche la Shoah, quel piano efferato di eliminazione di un popolo, che costò la vita a milioni di fratelli e sorelle ebrei. Il Signore faccia brillare il suo volto su di loro e conceda loro la pace (Nm 6, 25 s.).

Per amore di Dio e dell’uomo ancora una volta io levo un grido accorato: mai più si ripeta una simile iniziativa criminale per nessun gruppo etnico, nessun popolo, nessuna razza, in nessun angolo della terra! È un grido che rivolgo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà; a tutti coloro che credono all’eterno e giusto Iddio; a tutti coloro che si sentono uniti in Cristo, Verbo di Dio incarnato. Tutti dobbiamo trovarci in questo solidali: è in gioco la dignità umana. Esiste una sola famiglia umana. Questo ha ribadito la nuova Santa con grande insistenza: “Il nostro amore verso il prossimo – scriveva – è la misura del nostro amore a Dio. Per i cristiani – e non solo per loro – nessuno è “straniero”. L’amore di Cristo non conosce frontiere”.

5. Cari Fratelli e Sorelle! L’amore di Cristo fu il fuoco che incendiò la vita di Teresa Benedetta della Croce. Prima ancora di rendersene conto, essa ne fu completamente catturata. All’inizio il suo ideale fu la libertà. Per lungo tempo Edith Stein visse l’esperienza della ricerca. La sua mente non si stancò di investigare ed il suo cuore di sperare. Percorse il cammino arduo della filosofia con ardore appassionato ed alla fine fu premiata: conquistò la verità, anzi ne fu conquistata. Scoprì, infatti, che la verità aveva un nome: Gesù Cristo, e da quel momento il Verbo incarnato fu tutto per lei. Guardando da carmelitana a questo periodo della sua vita, scrisse ad una benedettina: “Chi cerca la verità consapevolmente o inconsapevolmente cerca Dio”.

Pur essendo stata educata nella religione ebraica dalla madre, Edith Stein a quattordici anni “si era consapevolmente e di proposito disabituata alla preghiera”. Voleva contare solo su se stessa, preoccupata di affermare la propria libertà nelle scelte della vita. Alla fine del lungo cammino le fu dato di giungere ad una constatazione sorprendente: solo chi si lega all’amore di Cristo diventa veramente libero.

L’esperienza di questa donna, che ha affrontato le sfide di un secolo travagliato come il nostro, diventa esemplare per noi: il mondo moderno ostenta la porta allettante del permissivismo, ignorando la porta stretta del discernimento e della rinuncia. Mi rivolgo specialmente a voi, giovani cristiani, in particolare ai numerosi ministranti convenuti in questi giorni a Roma: guardatevi dal concepire la vostra vita come una porta aperta a tutte le scelte! Ascoltate la voce del vostro cuore! Non restate alla superficie, ma andate al fondo delle cose! E quando sarà il momento, abbiate il coraggio di decidervi! II Signore attende che voi mettiate la vostra libertà nelle sue mani misericordiose.

6. Santa Teresa Benedetta della Croce giunse a capire che l’amore di Cristo e la libertà dell’uomo s’intrecciano, perché l’amore e la verità hanno un intrinseco rapporto. La ricerca della verità e la sua traduzione nell’amore non le apparvero in contrasto; essa, anzi, capì che si richiamavano a vicenda.

Nel nostro tempo la verità viene scambiata spesso con l’opinione della maggioranza. Inoltre è diffusa la convinzione che ci si debba servire della verità anche contro l’amore o viceversa. Ma la verità e l’amore hanno bisogno l’una dell’altro. Suor Teresa Benedetta ne è testimone. La “martire per amore”, che donò la sua vita per gli amici, non si fece superare da nessuno nell’amore. Allo stesso tempo ella cercò con tutta se stessa la verità, della quale scriveva: “Nessuna opera spirituale viene al mondo senza grandi travagli. Essa sfida sempre l’uomo intero”.

Suor Teresa Benedetta della Croce dice a noi tutti: Non accettate nulla come verità che sia privo d’amore. E non accettate nulla come amore che sia privo di verità! L’uno senza l’altra diventa una menzogna distruttiva.

7. La nuova Santa ci insegna, infine, che l’amore per Cristo passa attraverso il dolore. Chi ama davvero non si arresta di fronte alla prospettiva della sofferenza: accetta la comunione nel dolore con la persona amata.

Consapevole di ciò che comportava la sua origine ebraica, Edith Stein ebbe al riguardo parole eloquenti: “Sotto la croce ho compreso la sorte del popolo di Dio… Infatti, oggi conosco molto meglio ciò che significa essere la sposa del Signore nel segno della Croce. Ma poiché è un mistero, con la sola ragione non potrà mai essere compreso”.

Il mistero della Croce pian piano avvolse tutta la sua vita, fino a spingerla verso l’offerta suprema. Come sposa sulla Croce, suor Teresa Benedetta non scrisse soltanto pagine profonde sulla “scienza della croce”, ma fece fino in fondo il cammino alla scuola della Croce. Molti nostri contemporanei vorrebbero far tacere la Croce. Ma niente è più eloquente della Croce messa a tacere! Il vero messaggio del dolore è una lezione d’amore. L’amore rende fecondo il dolore e il dolore approfondisce l’amore.

Attraverso l’esperienza della Croce, Edith Stein potè aprirsi un varco verso un nuovo incontro col Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Fede e croce le si rivelarono inseparabili. Maturata alla scuola della Croce, ella scoprì le radici alle quali era collegato l’albero della propria vita. Capì che era molto importante per lei “essere figlia del popolo eletto e di appartenere a Cristo non solo spiritualmente, ma anche per un legame di sangue”.

8. “Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4, 24). Carissimi Fratelli e Sorelle, con queste parole il divino Maestro s’intrattenne con la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe. Quanto egli donò alla sua occasionale ma attenta interlocutrice lo troviamo presente anche nella vita di Edith Stein, nella sua “salita al Monte Carmelo”.

La profondità del mistero divino le si rese percettibile nel silenzio della contemplazione. Man mano che, lungo la sua esistenza, essa maturava nella conoscenza di Dio, adorandolo in spirito e verità, sperimentava sempre più chiaramente la sua specifica vocazione a salire sulla Croce con Cristo, ad abbracciarla con serenità e fiducia, ad amarla seguendo le orme del suo diletto Sposo: Santa Teresa Benedetta della Croce ci viene additata oggi come modello a cui ispirarci e come protettrice a cui ricorrere.

Rendiamo grazie a Dio per questo dono. La nuova Santa sia per noi un esempio nel nostro impegno a servizio della libertà, nella nostra ricerca della verità. La sua testimonianza valga a rendere sempre più saldo il ponte della reciproca comprensione tra ebrei e cristiani.

Tu, Santa Teresa Benedetta della Croce, prega per noi! Amen.

[Testo dell’omelia pronunciata da Giovanni Paolo II, durante la canonizzazione di Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, svoltasi domenica 11 ottobre 1998 in Piazza S. Pietro].

 

Compatrona d'Europa

Edith Stein Compatrona d’Europa, “Spes Aedificandi”

Giovanni Paolo II
Lettera apostolica in forma di “Motu Proprio”
per la proclamazione di Santa Brigida di Svezia, Santa Caterina da Siena e Santa Teresa Benedetta della Croce
Compatrone d’Europa

A PERPETUA MEMORIA

1. La speranza di costruire un mondo più giusto e più degno dell’uomo, acuita dall’attesa del terzo millennio ormai alle porte, non può prescindere dalla consapevolezza che a nulla varrebbero gli sforzi umani se non fossero accompagnati dalla grazia divina: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 127 [126], 1). Di questo non possono non tener conto anche quanti si pongono in questi anni il problema di dare all’Europa un nuovo assetto, che aiuti il vecchio Continente a far tesoro delle ricchezze della sua storia rimuovendo le tristi eredità del passato, per rispondere con una originalità radicata nelle migliori tradizioni alle istanze del mondo che cambia.

Non c’è dubbio che, nella complessa storia dell’Europa, il cristianesimo rappresenti un elemento centrale e qualificante, consolidato sul saldo fondamento dell’eredità classica e dei molteplici contributi arrecati dagli svariati flussi etnico-culturali che si sono succeduti nei secoli. La fede cristiana ha plasmato la cultura del Continente e si è intrecciata in modo inestricabile con la sua storia, al punto che questa non sarebbe comprensibile se non si facesse riferimento alle vicende che hanno caratterizzato prima il grande periodo dell’evangelizzazione, e poi i lunghi secoli in cui il cristianesimo, pur nella dolorosa divisione tra Oriente ed Occidente, si è affermato come la religione degli Europei stessi. Anche nel periodo moderno e contemporaneo, quando l’unità religiosa è andata progressivamente frantumandosi sia per le ulteriori divisioni intercorse tra i cristiani sia per i processi di distacco della cultura dall’orizzonte della fede, il ruolo di quest’ultima ha continuato ad essere di non scarso rilievo.

Il cammino verso il futuro non può non tener conto di questo dato, e i cristiani sono chiamati a prenderne rinnovata coscienza per mostrarne le potenzialità permanenti. Essi hanno il dovere di offrire alla costruzione dell’Europa uno specifico contributo, che sarà tanto più valido ed efficace, quanto più essi sapranno rinnovarsi alla luce del Vangelo. Si faranno così continuatori di quella lunga storia di santità che ha attraversato le varie regioni d’Europa nel corso di questi due millenni, nei quali i santi ufficialmente riconosciuti non sono che i vertici proposti come modelli per tutti. Innumerevoli sono infatti i cristiani che con la loro vita retta ed onesta, animata dall’amore di Dio e del prossimo, hanno raggiunto nelle più diverse vocazioni consacrate e laicali una santità vera e grandemente diffusa, anche se nascosta.

2. La Chiesa non dubita che proprio questo tesoro di santità sia il segreto del suo passato e la speranza del suo futuro. È in esso che meglio si esprime il dono della Redenzione, grazie al quale l’uomo è riscattato dal peccato e riceve la possibilità della vita nuova in Cristo. È in esso che il Popolo di Dio in cammino nella storia trova un sostegno impareggiabile, sentendosi profondamente unito alla Chiesa gloriosa, che in Cielo canta le lodi dell’Agnello (cfr Ap 7, 9-10) mentre intercede per la comunità ancora pellegrina sulla terra. Per questo, fin dai tempi più antichi, i santi sono stati guardati dal Popolo di Dio come protettori e con una singolare prassi, cui certo non è estraneo l’influsso dello Spirito Santo, talvolta su istanza dei fedeli accolta dai Pastori, talaltra per iniziativa dei Pastori stessi, le singole Chiese, le regioni e persino i Continenti, sono stati affidati allo speciale patronato di alcuni Santi.

In questa prospettiva, celebrandosi la Seconda Assemblea speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, nell’imminenza del Grande Giubileo dell’anno 2000, mi è parso che i cristiani europei, mentre vivono con tutti i loro concittadini un trapasso epocale ricco di speranza e insieme non privo di preoccupazioni, possano trarre spirituale giovamento dalla contemplazione e dall’invocazione di alcuni santi che sono in qualche modo particolarmente rappresentativi della loro storia. Per questo, dopo opportuna consultazione, completando quanto feci il 31 dicembre 1980, quando dichiarai compatroni d’Europa, accanto a san Benedetto, due santi del primo Millennio, i fratelli Cirillo e Metodio, pionieri dell’evangelizzazione dell’Oriente, ho pensato di integrare la schiera dei celesti patroni con tre figure altrettanto emblematiche di momenti cruciali del secondo Millennio che volge al termine: santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena, santa Teresa Benedetta della Croce. Tre grandi sante, tre donne, che in diverse epoche -due nel cuore del Medioevo e una nel nostro secolo- si sono segnalate per l’amore operoso alla Chiesa di Cristo e la testimonianza resa alla sua Croce.

3. Naturalmente il panorama della santità è così vario e ricco, che la scelta di nuovi celesti patroni avrebbe potuto orientarsi anche verso altre degnissime figure, che ogni epoca e ogni regione possono vantare. Ritengo tuttavia particolarmente significativa l’opzione per questa santità dal volto femminile, nel quadro della provvidenziale tendenza che, nella Chiesa e nella società del nostro tempo, è venuta affermandosi con il sempre più chiaro riconoscimento della dignità e dei doni propri della donna.

In realtà la Chiesa non ha mancato, fin dai suoi albori, di riconoscere il ruolo e la missione della donna, pur risentendo talvolta dei condizionamenti di una cultura che non sempre ad essa prestava l’attenzione dovuta. Ma la comunità cristiana è progressivamente cresciuta anche su questo versante, e proprio il ruolo svolto dalla santità si è rivelato a tal fine decisivo. Un impulso costante è stato offerto dall’icona di Maria, la “donna ideale”, la Madre di Cristo e della Chiesa. Ma anche il coraggio delle martiri, che hanno affrontato con sorprendente forza d’animo i più crudeli tormenti, la testimonianza delle donne impegnate con esemplare radicalità nella vita ascetica, la dedizione quotidiana di tante spose e madri in quella “chiesa domestica” che è la famiglia, i carismi di tante mistiche che hanno contribuito allo stesso approfondimento teologico, hanno offerto alla Chiesa un’indicazione preziosa per cogliere pienamente il disegno di Dio sulla donna. Esso del resto ha già in alcune pagine della Scrittura, e in particolare nell’atteggiamento di Cristo testimoniato nel Vangelo, la sua espressione inequivocabile. In questa linea si pone anche l’opzione di dichiarare santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce compatrone d’Europa.

Il motivo poi che mi ha orientato specificamente ad esse sta nella loro vita stessa. La loro santità, infatti, si espresse in circostanze storiche e nel contesto di ambiti “geografici” che le rendono particolarmente significative per il Continente europeo. Santa Brigida rinvia all’estremo Nord dell’Europa, dove il Continente quasi si raccoglie in unità con le altre parti del mondo, e donde ella partì per fare di Roma il suo approdo. Caterina da Siena è altrettanto nota per il ruolo che svolse in un tempo in cui il Successore di Pietro risiedeva ad Avignone, portando a compimento un’opera spirituale già iniziata da Brigida col farsi promotrice del suo ritorno alla sua sede propria presso la tomba del Principe degli Apostoli. Teresa Benedetta della Croce, infine, recentemente canonizzata, non solo trascorse la propria esistenza in diversi paesi d’Europa, ma con tutta la sua vita di pensatrice, di mistica, di martire, gettò come un ponte tra le sue radici ebraiche e l’adesione a Cristo, muovendosi con sicuro intuito nel dialogo col pensiero filosofico contemporaneo e, infine, gridando col martirio le ragioni di Dio e dell’uomo nell’immane vergogna della “shoah”. Essa è divenuta così l’espressione di un pellegrinaggio umano, culturale e religioso, che incarna il nucleo profondo della tragedia e delle speranze del Continente europeo.

4. La prima di queste tre grandi figure, Brigida, nacque da famiglia aristocratica nel 1303 a Finsta, nella regione svedese di Uppland. Ella è conosciuta soprattutto come mistica e fondatrice dell’Ordine del SS. Salvatore. Non bisogna tuttavia dimenticare che la prima parte della sua vita fu quella di una laica felicemente sposata con un pio cristiano dal quale ebbe otto figli. Indicandola come compatrona d’Europa, intendo far sì che la sentano vicina non soltanto coloro che hanno ricevuto la vocazione ad una vita di speciale consacrazione, ma anche coloro che sono chiamati alle ordinarie occupazioni della vita laicale nel mondo e soprattutto all’alta ed impegnativa vocazione di formare una famiglia cristiana. Senza lasciarsi fuorviare dalle condizioni di benessere del suo ceto sociale, ella visse col marito Ulf un’esperienza di coppia in cui l’amore sponsale si coniugò con la preghiera intensa, con lo studio della Sacra Scrittura, con la mortificazione, con la carità. Insieme fondarono un piccolo ospedale, dove assistevano frequentemente i malati. Brigida poi era solita servire personalmente i poveri. Al tempo stesso, fu apprezzata per le sue doti pedagogiche, che ebbe modo di esprimere nel periodo in cui fu richiesto il suo servizio alla corte di Stoccolma. Da questa esperienza matureranno i consigli che in diverse occasioni darà a principi e sovrani per la retta gestione dei loro compiti. Ma i primi a trame vantaggio furono ovviamente i figli, e non a caso una delle figlie, Caterina, è venerata come Santa.

Ma questo periodo della sua vita familiare era solo una prima tappa. Il pellegrinaggio che fece col marito Ulf a Santiago di Compostela nel 1341 chiuse simbolicamente questa fase, preparando Brigida alla nuova vita che iniziò qualche anno dopo quando, con la morte dello sposo, avvertì la voce di Cristo che le affidava una nuova missione, guidandola passo passo con una serie di grazie mistiche straordinarie.

5. Lasciata la Svezia nel 1349, Brigida si stabilì a Roma, sede del Successore di Pietro. Il trasferimento in Italia costituì una tappa decisiva per l’allargamento non solo geografico e culturale, ma soprattutto spirituale, della mente e del cuore di Brigida. Molti luoghi dell’Italia la videro ancora pellegrina, desiderosa di venerare le reliquie dei santi. Fu così a Milano, Pavia, Assisi, Ortona, Bari, Benevento, Pozzuoli, Napoli, Salerno, Amalfi, al Santuario di san Michele Arcangelo sul Monte Gargano. L’ultimo pellegrinaggio, compiuto fra il 1371 e il 1372, la portò a varcare il Mediterraneo, in direzione della Terra santa, permettendole di abbracciare spiritualmente oltre i tanti luoghi sacri dell’Europa cattolica, le sorgenti stesse del cristianesimo nei luoghi santificati dalla vita e dalla morte del Redentore.

In realtà, più ancora che attraverso questo devoto pellegrinare, fu con il senso profondo del mistero di Cristo e della Chiesa che Brigida si rese partecipe della costruzione della comunità ecclesiale, in un momento notevolmente critico della sua storia. L’intima unione con Cristo fu infatti accompagnata da speciali carismi di rivelazione, che la resero un punto di riferimento per molte persone della Chiesa del suo tempo. In Brigida si avverte la forza della profezia. Talvolta i suoi toni sembrano un’eco di quelli degli antichi grandi profeti. Ella parla con sicurezza a principi e pontefici, svelando i disegni di Dio sugli avvenimenti storici. Non risparmia ammonizioni severe anche in tema di riforma morale del popolo cristiano e dello stesso clero (cfr Revelationes, IV, 49; cfr anche IV, 5). Alcuni aspetti della straordinaria produzione mistica suscitarono nel tempo comprensibili interrogativi, rispetto ai quali il discernimento ecclesiale si operò rinviando all’unica rivelazione pubblica, che ha in Cristo la sua pienezza e nella Sacra Scrittura la sua espressione normativa. Anche le esperienze dei grandi santi non sono infatti esenti dai quei limiti che sempre accompagnano l’umana ricezione della voce di Dio.

Non v’è dubbio, tuttavia, che riconoscendo la santità di Brigida, la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l’autenticità complessiva della sua esperienza interiore. Ella si presenta come una testimone significativa dello spazio che può avere nella Chiesa il carisma vissuto in piena docilità allo Spirito di Dio e nella piena conformità alle esigenze della comunione ecclesiale. In particolare, poi, essendosi le terre scandinave, patria di Brigida, distaccate dalla piena comunione con la sede di Roma nel corso delle tristi vicende del secolo XVI, la figura della Santa svedese resta un prezioso “legame” ecumenico, rafforzato anche dall’impegno in tal senso svolto dal suo Ordine.

6. Di poco posteriore è l’altra grande figura di donna, santa Caterina da Siena, il cui ruolo negli sviluppi della storia della Chiesa e nello stesso approfondimento dottrinale del messaggio rivelato ha avuto riconoscimenti significativi, che sono giunti fino all’attribuzione del titolo di dottore della Chiesa.

Nata a Siena nel 1347, fu favorita sin dalla prima infanzia di straordinarie grazie che le permisero di compiere, sulla via spirituale tracciata da san Domenico, un rapido cammino di perfezione tra preghiera, austerità e opere di carità. Aveva vent’anni quando Cristo le manifestò la sua predilezione attraverso il mistico simbolo dell’anello sponsale. Era il coronamento di un’intimità maturata nel nascondimento e nella contemplazione, grazie alla costante permanenza, pur al di fuori delle mura di un monastero, entro quella spirituale dimora che ella amava chiamare la “cella interiore”. Il silenzio di questa cella, rendendola dolcissima alle divine ispirazioni, potè coniugarsi ben presto con un’operosità apostolica che ha dello straordinario. Molti, anche chierici, si raccolsero intorno a lei come discepoli, riconoscendole il dono di una spirituale maternità. Le sue lettere si diramarono per l’Italia e per l’Europa stessa. La giovane senese entrò infatti con piglio sicuro e parole ardenti nel vivo delle problematiche ecclesiali e sociali della sua epoca.

Instancabile fu l’impegno che Caterina profuse per la soluzione dei molteplici conflitti che laceravano la società del suo tempo. La sua opera pacificatrice raggiunse sovrani europei quali Carlo V di Francia, Carlo di Durazzo, Elisabetta di Ungheria, Ludovico il Grande di Ungheria e Polonia, Giovanna di Napoli. Significativa fu la sua azione per riconciliare Firenze con il Papa. Additando “Cristo crocifisso e Maria dolce” ai contendenti, ella mostrava che, per una società ispirata ai valori cristiani, mai poteva darsi motivo di contesa tanto grave da far preferire il ricorso alla ragione delle armi piuttosto che alle armi della ragione.

7. Caterina tuttavia sapeva bene che a tale conclusione non si poteva efficacemente pervenire, se gli animi non erano stati prima plasmati dal vigore stesso del Vangelo. Di qui l’urgenza della riforma dei costumi, che ella proponeva a tutti, senza eccezione. Ai re ricordava che non potevano governare come se il regno fosse loro “proprietà”: consapevoli di dover rendere conto a Dio della gestione del potere, essi dovevano piuttosto assumere il compito di mantenervi “la santa e vera giustizia”, facendosi “padri dei poveri” (cfr Lettera n. 235 al Re di Francia). L’esercizio della sovranità non poteva infatti essere disgiunto da quello della carità, che è insieme anima della vita personale e della responsabilità politica (cfr Lettera n. 357 al Re d’Ungheria).

Con la stessa forza Caterina si rivolgeva agli ecclesiastici di ogni rango, per chiedere la più severa coerenza nella loro vita e nel loro ministero pastorale. Fa una certa impressione il tono libero, vigoroso, tagliente, con cui ella ammonisce preti, vescovi, cardinali. Occorreva sradicare – ella diceva – dal giardino della Chiesa le piante fradice sostituendole con “piante novelle” fresche e olezzanti. E forte della sua intimità con Cristo, la santa senese non temeva di indicare con franchezza allo stesso Pontefice, che amava teneramente come “dolce Cristo in terra”, la volontà di Dio che gli imponeva di sciogliere le esitazioni dettate dalla prudenza terrena e dagli interessi mondani, per tornare da Avignone a Roma, presso la tomba di Pietro.

Con altrettanta passione, Caterina si prodigò poi per scongiurare le divisioni che sopraggiunsero nell’elezione papale successiva alla morte di Gregorio XI: anche in quella vicenda fece ancora una volta appello con ardore appassionato alle ragioni irrinunciabili della comunione. Era quello l’ideale supremo a cui aveva ispirato tutta la sua vita spendendosi senza riserva per la Chiesa. Sarà lei stessa a testimoniarlo ai suoi figli spirituali sul letto di morte: “Tenete per fermo, carissimi, che io ho dato la vita per la santa Chiesa” (Beato Raimondo da Capua, Vita di santa Caterina da Siena, Lib. III, c. IV).

8. Con Edith Stein – santa Teresa Benedetta della Croce – siamo in tutt’altro ambiente storico-culturale. Ella ci porta infatti nel vivo di questo nostro secolo tormentato, additando le speranze che esso ha acceso, ma anche le contraddizioni e i fallimenti che lo hanno segnato. Edith non viene, come Brigida e Caterina, da una famiglia cristiana. Tutto in lei esprime il tormento della ricerca e la fatica del “pellegrinaggio” esistenziale. Anche dopo essere approdata alla verità nella pace della vita contemplativa, ella dovette vivere fino in fondo il mistero della Croce.

Era nata nel 1891 in una famiglia ebraica di Breslau, allora territorio tedesco. L’interesse da lei sviluppato per la filosofia, abbandonando la pratica religiosa cui pur era stata iniziata dalla madre, avrebbe fatto presagire più che un cammino di santità, una vita condotta all’insegna del puro “razionalismo”. Ma la grazia la aspettava proprio nei meandri del pensiero filosofico: avviatasi sulla strada della corrente fenomenologica, ella seppe cogliervi l’istanza di una realtà oggettiva che, lungi dal risolversi nel soggetto, ne precede e misura la conoscenza, e va dunque esaminata con un rigoroso sforzo di obiettività. Occorre mettersi in ascolto di essa, cogliendola soprattutto nell’essere umano, in forza di quella capacità di “empatia” – parola a lei cara – che consente in certa misura di far proprio il vissuto altrui (cfr E. Stein, Il problema dell’empatia).

Fu in questa tensione di ascolto che ella si incontrò, da una parte con le testimonianze dell’esperienza spirituale cristiana offerte da santa Teresa d’Avila e da altri grandi mistici, dei quali divenne discepola ed emula, dall’altra con l’antica tradizione del pensiero cristiano consolidata nel tomismo. Su questa strada ella giunse dapprima al battesimo e poi alla scelta della vita contemplativa nell’ordine carmelitano. Tutto si svolse nel quadro di un itinerario esistenziale piuttosto movimentato, scandito, oltre che dalla ricerca interiore, anche da impegni di studio e di insegnamento, che ella svolse con ammirevole dedizione. Particolarmente apprezzabile, per i suoi tempi, fu la sua militanza a favore della promozione sociale della donna e davvero penetranti sono le pagine in cui ha esplorato la ricchezza della femminilità e la missione della donna sotto il profilo umano e religioso (cfr E. Stein, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia).

9. L’incontro col cristianesimo non la portò a ripudiare le sue radici ebraiche, ma piuttosto gliele fece riscoprire in pienezza. Questo tuttavia non le risparmiò l’incomprensione da parte dei suoi familiari. Soprattutto le procurò un dolore indicibile il dissenso della madre. In realtà, tutto il suo cammino di perfezione cristiana si svolse all’insegna non solo della solidarietà umana con il suo popolo d’origine, ma anche di una vera condivisione spirituale con la vocazione dei figli di Abramo, segnati dal mistero della chiamata e dei “doni irrevocabili” di Dio (cfr Rm 11, 29).

In particolare, ella fece propria la sofferenza del popolo ebraico, a mano a mano che questa si acuì in quella feroce persecuzione nazista che resta, accanto ad altre gravi espressioni del totalitarismo, una delle macchie più oscure e vergognose dell’Europa del nostro secolo. Sentì allora che, nello sterminio sistematico degli ebrei, la croce di Cristo veniva addossata al suo popolo e visse come personale partecipazione ad essa la sua deportazione ed esecuzione nel tristemente famoso campo di Auschwitz-Birkenau. Il suo grido si fonde con quello di tutte le vittime di quella immane tragedia, unito però al grido di Cristo, che assicura alla sofferenza umana una misteriosa e perenne fecondità. La sua immagine di santità resta per sempre legata al dramma della sua morte violenta, accanto ai tanti che la subirono con lei. E resta come annuncio del vangelo della Croce, con cui ella si volle immedesimare nel suo stesso nome di religiosa.

Noi guardiamo oggi a Teresa Benedetta della Croce riconoscendo nella sua testimonianza di vittima innocente, da una parte, l’imitazione dell’Agnello Immolato e la protesta levata contro tutte le violazioni dei diritti fondamentali della persona, dall’altra, il pegno di quel rinnovato incontro di ebrei e cristiani, che nella linea auspicata dal Concilio Vaticano II, sta conoscendo una promettente stagione di reciproca apertura. Dichiarare oggi Edith Stein compatrona d’Europa significa porre sull’orizzonte del vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza, che invita uomini e donne a comprendersi e ad accettarsi al di là delle diversità etniche, culturali e religiose, per formare una società veramente fraterna.

10. Cresca, dunque, l’Europa! Cresca come Europa dello spirito, sulla scia della sua storia migliore, che ha proprio nella santità la sua espressione più alta. L’unità del Continente, che sta progressivamente maturando nelle coscienze e sta definendosi sempre più nettamente anche sul versante politico, incarna certamente una prospettiva di grande speranza. Gli Europei sono chiamati a lasciarsi definitivamente alle spalle le storiche rivalità che hanno fatto spesso del loro Continente il teatro di guerre devastanti. Al tempo stesso essi devono impegnarsi a creare le condizioni di una maggiore coesione e collaborazione tra i popoli. Davanti a loro sta la grande sfida di costruire una cultura e un’etica dell’unità, in mancanza delle quali qualunque politica dell’unità è destinata prima o poi a naufragare.

Per edificare su solide basi la nuova Europa non basta certo fare appello ai soli interessi economici, che se talvolta aggregano, altre volte dividono, ma è necessario far leva piuttosto sui valori autentici, che hanno il loro fondamento nella legge morale universale, inscritta nel cuore di ogni uomo. Un’Europa che scambiasse il valore della tolleranza e del rispetto universale con l’indifferentismo etico e lo scetticismo sui valori irrinunciabili, si aprirebbe alle più rischiose avventure e vedrebbe prima o poi riapparire sotto nuove forme gli spettri più paurosi della sua storia.

A scongiurare questa minaccia, ancora una volta si prospetta vitale il ruolo del cristianesimo, che instancabilmente addita l’orizzonte ideale. Alla luce anche dei molteplici punti di incontro con le altre religioni che il Concilio Vaticano II ha ravvisato (cfr Decreto Nostra Aetate), si deve sottolineare con forza che l’apertura al Trascendente è una dimensione vitale dell’esistenza. Essenziale è, pertanto, un rinnovato impegno di testimonianza da parte di tutti i cristiani, presenti nelle varie Nazioni del Continente. Ad essi spetta alimentare la speranza di una salvezza piena con l’annuncio che è loro proprio, quello del Vangelo, ossia la ” buona notizia ” che Dio si è fatto vicino a noi e nel Figlio Gesù Cristo ci ha offerto la redenzione e la pienezza della vita divina. In forza dello Spirito che ci è stato donato, noi possiamo levare a Dio il nostro sguardo e invocarlo col dolce nome di “Abba”, Padre! (cfr Rm 8, 15; Gal 4, 6).

11. Proprio questo annuncio di speranza ho inteso avvalorare additando a una rinnovata devozione, in prospettiva “europea”, queste tre grandi figure di donne, che in epoche diverse hanno dato un contributo così significativo alla crescita non solo della Chiesa, ma della stessa società.

Per quella comunione dei santi, che unisce misteriosamente la Chiesa terrena a quella celeste, esse si fanno carico di noi nella loro perenne intercessione davanti al trono di Dio. Al tempo stesso, l’invocazione più intensa ed il riferimento più assiduo ed attento alle loro parole ed ai loro esempi non possono non risvegliare in noi una più acuta consapevolezza della nostra comune vocazione alla santità, spingendoci a conseguenti propositi di impegno più generoso.

Pertanto, dopo matura considerazione, in forza della mia potestà apostolica, costituisco e dichiaro celesti Compatrone di tutta l’Europa presso Dio santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena, santa Teresa Benedetta della Croce, concedendo tutti gli onori e i privilegi liturgici che competono secondo il diritto ai patroni principali dei luoghi.

Sia gloria alla Santissima Trinità, che rifulge in modo singolare nella loro vita e nella vita di tutti i santi. Sia pace agli uomini di buona volontà, in Europa e nel mondo intero.

Dato a Roma, presso san Pietro, il 10 ottobre dell’anno 1999, ventunesimo di Pontificato.

Processa a Edith Stein

Processo a Edith Stein

Edith Stein

“Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà.” (Mc 8, 35)

Giudice – causa numero 2933

La ragione contro l’imputata Stein Edith
Si dia visione della vita dell’imputata

Nata il 12 Ottobre 1891 a Breslavia da una ricca famiglia ebrea. Nel 1916 si è laureata in filosofia a Friburgo divenendo subito assistente di Husserl. Il 1° Gennaio 1922 ha ricevuto il battesimo nella chiesa cattolica. Dal 1923 insegna per circa dieci anni filosofia e lettere nel convento delle domenicane di Spira. Nel 1933 a seguito dalle leggi naziste le venne proibita ogni attività d’insegnamento. Nello stesso anno l’imputata entrò nel Carmelo di Colonia assumendo il nome di Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 per il pericolo delle persecuzioni naziste fu trasferita nel Carmelo olandese di Echt. Nel 1942 con l’invasione tedesca dell’Olanda viene deportata ad Auschwitz dove muore nelle camere a gas, era il numero 44074. Il 1° Maggio del 1987 viene beatificata dalla chiesa cattolica come martire.

L’imputata è chiamata a rispondere:
all’accusa di tradimento del popolo ebraico cui apparteneva,
all’accusa di opportunismo religioso e di falsa conversione,
all’accusa di mistificazione della propria persona.

Giudice – La parola all’accusa

Accusa – L’accusa chiama a deporre il signor Peter Wust

G- Signor Wust in base all’articolo 497 del codice di procedura penale legga la formula di impegno

Peter Wust – consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, m’impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza.

G- Il teste può essere interrogato dall’accusa.

A- Signor Wust, che professione svolge attualmente?

Peter Wust – Sono un giornalista e lavoro per il “Kölnische Volkszeitung”.

A- Conosce la dottoressa Edith Stein?

Peter Wust – Certo che la conosco… Su di lei ho scritto anche qualche articolo!

A- Cosa può dirci riguardo all’adolescenza di Edith Stein? Tutti sappiamo che da giovane si era dichiarata atea e aveva ricercato la verità non in Dio ma nella filosofia! In particolare sappiamo di un “venerato maestro”, un certo sig. Edmund Husserl, fondatore di una corrente di pensiero detta “Fenomenologia”, era forse lui il Dio di Edith Stein?

Peter Wust – È innegabile che nella giovinezza Edith Stein si sia allontanata, e non poco, da una qualsiasi risposta religiosa ai numerosi interrogativi che ogni filosofo, per ragion di verità, è costretto a porsi.

Ma se la risposta di fede tardò ad arrivare, dobbiamo, però, dire che ella rimase sempre un’appassionata ricercatrice della verità, una donna, insomma, animata da alti ideali. “La verità”, come del resto dicevano già alcuni filosofi, “è ciò a cui tendono coloro che ragionano”. Riguardo al rapporto esistente tra il “venerato maestro”, il dott. Edmund Husserl, e la signorina Stein. Credo, infatti, che la Stein nutrisse per il maestro un sentimento di profonda venerazione, che lo percepisse quasi come un essere superiore. Anche il dott. Husserl stimava tantissimo la signorina Edith, infatti quando ebbe il resoconto della vestizione della Stein, egli disse: “È straordinario vedere Edith che, come dall’alto di una montagna, scopre la chiarezza e l’ampiezza dell’orizzonte, con meravigliosa agilità e trasparenza; al tempo stesso sa rivolgersi verso l’interno e conservare la prospettiva del proprio io. In lei, tutto è autentico”.

A- Un’ultima domanda. Le avevo prima accennato della corrente filosofica fondata da Husserl, la “Fenomenologia”. Quanto questa corrente filosofica, che la Stein per tutta la vita abbracciò e difese, poteva allontanarla da Dio?

Peter Wust – Rispondere a questa domanda non è molto semplice, perché non è facile stabilire quanto una corrente filosofica sia lontana da Dio. La “Fenomenologia”, indubbiamente, propose una lettura della realtà estremamente razionale. Husserl intese, infatti, per “Fenomenologia” una scienza di essenze (perciò “eidetica”)…

A- Signor Wust la pregherei di essere abbastanza semplice nel suo linguaggio, la giuria non è composta certo da filosofi.

Peter Wust – Si, cercherò di essere più semplice. Signor avvocato potrebbe favorirmi due penne?

A- Certo! Ecco le penne.

Peter Wust – Vedete io sto guardando e toccando queste due penne tra qualche giorno dimenticherò come erano fatte queste penne, ma certamente non dimenticherò mai cosa è una penna! Questo cosa vuol dire? Che in realtà la mia conoscenza non si basa su singoli oggetti fisici, ma sulle idee di questi oggetti che sono presenti nella mia mente. Facendo un altro esempio; vedete io sto guardando e toccando questa penna. E questa penna non è che un bastoncino di plastica che usiamo momentaneamente per giocare, mentre diviene quello per cui è stata creata solo quando qualcuno la apre e scrive; sono le possibilità che nasconde che la renderanno viva, ma chi la rende viva? Sono io che la rendo viva perché so ciò che può fare, so che può scrivere, ma senza la mia coscienza e la vostra coscienza questa penna sarebbe condannata per sempre solamente a un inutile gioco adolescenziale.

G- Se l’accusa ha terminato il teste può essere interrogato dalla difesa.

A- Sì, ho terminato.

Difesa – Sig. Wust non ritiene che la dissertazione intitolata “Il problema dell’empatia”, che la Stein presentò nel 1916 per il suo dottorato, ridimensioni notevolmente gli attributi atea e razionalista riferiti dall’accusa alla giovane fenomenologa?

Peter Wust – Indubbiamente sì! Se, infatti, non è possibile una lettura unilaterale del pensiero di una qualsiasi persona, come possiamo pretendere che ciò possa valere, invece, per una filosofa come Edith Stein? Riguardo all’empatia credo che essa venga ad essere una lettura “inconsapevolmente cattolica” della fenomenologia di Husserl.

L’empatia infatti, indica un atto conoscitivo rivolto alla percezione dell’altro. Per fare un esempio possiamo dire che può definirsi empatico il cogliere il dolore di un amico o il vivere la gioia di una persona che ha brillantemente superato un esame. Empatia è, dunque, il “rendersi conto” dell’esperienza dell’altro.

D- Potremmo, dunque, dire che l’empatia è “il gioire con chi è nella gioia e il patire con chi è nella sofferenza”, di cui parla San Paolo?

Peter Wust – In un certo senso sì.

D- Allora si può dire che suor Teresa abbia preso il concetto di empatia direttamente dal cristianesimo?

Peter Wust – La riflessione sull’empatia è anteriore alla conversione di Edith ed è, dunque, da escludersi una derivazione diretta dal Cristianesimo, inoltre essa è da considerarsi come una teoria che discende logicamente e rigorosamente dal pensiero fenomenologico.

D- Oltre a quest’opera la Stein elaborò anche altri scritti, posteriori alla sua conversione, che tentavano una conciliazione tra la “Fenomenologia” e il Cristianesimo, esempio lampante è lo scritto “La Fenomenologia di Husserl e la filosofia di Tommaso d’Aquino”. È dunque possibile, in ultima analisi, una lettura cattolica della filosofia della Stein?

Peter Wust – Sì, con i debiti accorgimenti di cui prima parlavo, è possibile parlare di un pensiero cattolico della Stein. Un pensiero che l’accompagnò prima e dopo la conversione, un pensiero che le fece prendere coscienza oggettiva dell’esistenza dell’Altro.

D- Bene ho finito vostro onore. Chiamo a deporre l’Abate Raphael Walzer.

G- Sig. Walzer in base all’articolo 497 del codice di procedura penale, legga la formula d’impegno.

Raphael Walzer – Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza.

G- Il teste può essere interrogato dall’accusa.

A- Sig. Raphael Walzer conosce la dottoressa Edith Stein?

Raphael Walzer – Sì, la conosco. Sono stato il suo padre spirituale.

A- Allora avrà sicuramente avuto dei colloqui spirituali con lei. Credo, dunque, che lei sia la persona che meglio di qualunque altra possa dirci dell’autenticità o meno dell’amore della Stein per Dio. Sig. Raphael Walzer: è stato amore sincero quello della Stein?

Raphael Walzer – Dai colloqui diretti avuti con suor Teresa Benedetta della Croce e dalle frequenti lettere ch’ella mi inviava, posso ben dire che ella è stata davvero una donna dotata di un amore incredibile per Dio. Un Dio, che se ella inizialmente ricercò come verità, scoprì poi essere amore concreto per il prossimo, un Dio capace di donarsi fino all’effusione del proprio sangue.

A- Sig. Raphael Walzer ci parli della conversione della dottoressa Stein. Sappiamo, infatti, che ella decise di passare dalla religione della Legge a quella, detta, dell’Amore, cioè dall’Ebraismo al Cristianesimo! Ci sa spiegare il perché di questo Tradimento?

Raphael Walzer – domanda alquanto provocatoria la sua?…

G- il teste è chiamato soltanto a rispondere alla domanda e non a formulare giudizi. Sig. Raphael Walzer la invito ad attenersi alle norme.

Raphael Walzer – Ok, Sig. Giudice, mi atterrò alle norme. Comincio, col dire, anzitutto che in realtà il fondamento su cui nasce il Cristianesimo è proprio l’Ebraismo. Gesù era ebreo, ebrei erano i suoi discepoli, ebrei furono i primi cristiani. Dunque potremmo concludere che tutti noi cristiani siamo, in fondo, figli dell’ebraismo! Riguardo alla conversione della Stein credo proprio che essa sia stata autentica e spontanea. Sicuramente nel suo cammino di conversione, fondamentale fu l’incontro ch’ella ebbe con la signora Reinach allora in lutto per la perdita del marito. Ella poi mi confidò che fu proprio quello il tempo in cui perdette l’ingenua sicurezza del razionalismo, impallidì la sua fede nell’ebraismo e Cristo si levò raggiante davanti al suo sguardo.

Raphael Walzer – Se la sua conversione fosse derivata dal sentimentalismo davanti alla sofferenza dell’uomo potrei darle ragione. Ma vede, ricordo ancora chiaramente quando Edith mi parlava delle sue svariate esperienze spirituali. In particolare ricordo di quando mi raccontò del fascino che aveva suscitato in lei la lettura della “Vita di santa Teresa d’Avila”. Ricordo, inoltre, anche con quale determinazione decise di farsi battezzare. Ritengo, dunque, che non si possa parlare di “falsa” conversione o peggio di tradimento.

G- Se l’accusa ha terminato, il teste può essere interrogato dalla difesa.

A- Ho terminato, sig. Giudice.

G- Bene la difesa proceda pure.

D- Solo due domande abate Raphael Walzer. È vero che suor Teresa Benedetta della Croce voleva consacrarsi totalmente a Dio fin dal momento del battesimo e che fu lei a consigliarle di attendere?

Raphael Walzer – Sì, è proprio così fui io infatti a consigliarle di attendere. L’attesa, però, non fu fine a se stessa, ma, anzi, aiutò la Stein a maturare ancor di più nella fede e a prendere ancor più consapevolmente la scelta di entrare, il 15 ottobre 1933, nel Carmelo di Colonia.

D- Padre abate, è vero che la famiglia di suor Teresa della Croce, una famiglia rigorosamente ebraica, si oppose con tutte le forze alla scelta di Edith di entrare nel Carmelo di Colonia?

Raphael Walzer – Sì, è proprio vero. Ma suor Teresa Benedetta della Croce non si fece scoraggiare e, nonostante nutrisse per la famiglia un profondo affetto, decise tuttavia di seguire la strada che il suo Signore aveva tracciato per lei.

D- Ho finito vostro onore.

G- La corte chiama a deporre l’imputata Stein Edith. La avverto che le sue dichiarazioni potranno essere utilizzate contro di lei. Lei ha inoltre la facoltà di non rispondere ad alcuna domanda comunque il procedimento seguirà il suo corso.

Stein- No, intendo rispondere!

G- L’imputata può essere interrogata dall’accusa.

A- Bene signorina Stein ebrea, donna filosofa, atea poi monaca; dovremmo forse aggiungere Martire e Santa?

D- Obiezione vostro onore è una provocazione gratuita.

G- Accolta, avvocato si attenga alla disciplina processuale.

A- Riformulo la domanda, vostro onore. Signorina Stein quello che non capiamo, ci consenta, è come mai abbia deciso di entrare nel Carmelo proprio quando infuriava l’antisemitismo nazista, certo chiunque avrebbe preferito la grata di un convento al filo spinato dei campi di sterminio questo è naturale, e comprensibile da tutti noi; quello che ci è invece incomprensibile è come una scelta di comodo dettata dalla necessità del momento sia ora innalzata come un vessillo di santità a modello di spiritualità. Non le sembra alquanto comico che un’ebrea per di più atea sistematica sia indicata come modello di spiritualità e sia innalzata agli onori dell’altare?

Stein – È comico, è vero, ma la vita ha spesso del comico. Ma non sono entrata in convento per sfuggire alla persecuzione Nazista come lei insinua anzi avevo già un biglietto per gli Stati Uniti. Alcuni anni prima quando i miei fratelli, intuita la pesante situazione che stava precipitando, decisero di partire per l’America, ma io non volli partire; ero già da tempo Cristiana. L’entrata al Carmelo non fu una scelta di comodo; scelta di comodo sarebbe stata partire con i miei fratelli, ma io volevo seguire il Cristo che ormai era entrato nella mia vita. I limiti dei presupposti razionalistici nei quali ero cresciuta caddero e il mondo della fede comparve improvvisamente davanti a me. Soltanto 11 anni dopo la mia conversione sono entrata nel Carmelo di Colonia nel 1933. La mia conversione è quindi un fatto antecedente alla persecuzione nazista.

A- Allora non siamo davanti a una santa ma a una folle.

D- Obiezione vostro onore.

G- Accolta.

A- Riformulo vostro onore. Lei vorrebbe farci credere, signorina Stein, che non entrò nel Carmelo pur di rimanere in Germania ma che rimase in Germania pur di entrare nel Carmelo. E non solo ma che rimase in Germania consapevole di ciò che stava avvenendo, consapevole di dover affrontare la persecuzione e probabilmente anche la morte. Questa se non è pazzia è certamente masochismo.

Stein – La croce è sempre pazzia per i sapienti, io lo so bene, anche meglio di voi. Le pratiche ascetiche e la purificazione dei sensi per voi sono solo un perverso masochismo, ma il crocifisso è l’apice della nostra storia, della nostra salvezza, perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà mentre chi avrà perduto la propria vita per causa del Cristo la salverà. Così il vero discepolo rinnega se stesso prende ogni giorno la sua croce e va dietro al maestro. Questa è la scienza della croce che a voi sapienti non si rivela. Io ho imparato che la logica di Dio che crocifigge il proprio Figlio non la si può capire con la ragione, è come voler gustare la cioccolata con una mano, non è l’organo adatto, solo la fede può dare quelle ragioni che la ragione da sola non comprende.

A- Non ho altre domande vostro onore non ho bisogno di dimostrare una tale follia che si è autoconfessata.

D- Obiezione vostro onore.

A- Anche qualora fosse veramente così voi non sareste entrate nel Carmelo di Colonia per convenienza ma per follia.

D- obiezione!

A- Sì, sì, ho finito vostro onore.

G- La parola alla difesa.

D- Suor Teresa Benedetta della Croce vorrebbe illuminarci, per quanto è possibile, circa la sua spiritualità che da quanto abbiamo capito è una spiritualità che si basa sulla croce.

Stein – La Scienza della Croce, la dottrina che riguarda la purificazione dei sensi e delle potenze dell’anima è semplice. Spesso quello che è difficile è metterle in pratica. Dire che questi insegnamenti sono impraticabili vorrebbe dire che i passi più sublimi del vangelo hanno solo un significato teorico e astratto. La croce è l’apice dell’unione nuziale tra Dio e l’uomo. Tale unione consumata sulla croce, verrà sigillata dalla croce per l’eternità.

D- Ci sta dicendo che predicare il vangelo sarebbe una cosa vana se non fosse in realtà espressione di una vita in unione col crocifisso.

Stein – Vede, la fede è essa stessa una partecipazione alla croce che arriva a toccare il suo traguardo finale nella perfetta unione amorosa con Dio, non si tratta di una sofferenza per la sofferenza, questo sì che sarebbe masochismo, ma di una sofferenza propria dell’amante che non può far a meno di com-patire con l’amato crocifisso per esser così unito all’amato in tutto. La vita spirituale è un salire dell’anima verso l’amato, verso Dio è come un cammino nella notte. L’anima amante si sforza di diventare una cosa sola con Cristo, vivendo della sua vita e battendo accanto a Lui la via della croce, poiché è la croce il mezzo di redenzione prescelto dall’insondabile sapienza di Dio.

D- Suor Teresa della Croce potrebbe essere più precisa riguardo il cammino spirituale che nasce da questa così detta scienza della croce, e come questo l’abbia portato in una logica a noi incomprensibile ad intendere la morte nel lager come dono di Dio.

Stein – Spesso la notte oscura della sofferenza, delle malattie, dei maltrattamenti, delle umiliazioni, la stessa morte vengono da sé, ma bisogna accettarle alla luce del Vangelo. Così, l’anima conosce se stessa, l’anima fa esperienza della propria nullità; e si sente come se la notte la inghiottisse, ma l’anima anelando di congiungersi all’amato si sforza e inizia ad entrare in quella che è detta la notte dei sensi; qui si è come sloggiati dalla casa della propria ragione per intraprendere una strada buia e immersa nella notte: la via della fede che condurrà all’unione perfetta con l’amato. È dura questa notte dei sensi, i sensi sono infatti come le finestre da cui entra in noi la luce della conoscenza, di essi non si può fare a meno; ma tramite i sensi l’uomo rischia di legarsi al mondo come luogo in cui appagare le proprie brame senza regole. Questo modo di comportarsi diviene quasi come una seconda natura spesso inconciliabile con la vita di fede. Perciò purificando i sensi l’uomo impara pian piano a spogliarsi dell’uomo vecchio e a rivestirsi dell’uomo nuovo, cioè di Cristo, dell’amato.

D- Noi, carissima suor Teresa, abbiamo compreso che la croce è la strada che guida al cielo tramite la fede che è abbandono in Dio; ma non capiamo come la fede sia anche abbandono da Dio in quella che lei chiama la notte oscura.

Stein – Vede l’uomo può iniziare questo cammino di purificazione e abbandonarsi alla notte dei sensi, l’uomo può abbracciare la croce, ma non può crocifiggersi da sé. La croce è sempre un dono dell’amato che totalmente fa partecipare della sua vita; ecco allora si passa per il silenzio e l’aridità spirituale progressiva fino alla morte dell’uomo sensibile, è qui che si sperimenta quell’abbandono di Dio che sempre si consuma sulla croce.

Soltanto successivamente inizia quella tappa chiamata notte dello Spirito o della fede. È questa via della fede che dona conoscenze inimmaginabili e che conduce all’unione con Dio.

D- Può dirci suor Teresa come avvenga tale unione dell’anima con Dio? Come l’anima nell’unione amorosa con Dio viene assorbita ed è trasfigurata?

Stein -Tale unione soprannaturale si verifica all’or quando le due volontà, quella dell’anima e quella di Dio, sono fuse in una sola. L’anima per amor di Dio si alleggerisce di tutto ciò che non è Dio e di contro Dio le comunica il suo stesso essere soprannaturale. Solo nel buio si vede veramente Dio. Come gli Apostoli sul Tabor furono come accecati dalla Luce, e nell’oscurità videro chiaramente il volto di Dio. In questo itinerario spirituale bisogna sforzarsi di camminare senza vedere; perché la ragione e gli occhi non possono vedere non sono i sensi adatti per percepire Dio; come ho già detto è come voler gustare la cioccolata con una mano, non è possibile! È invece una conoscenza amorosa accompagnata da contatti soavissimi con Dio. In questa oscura conoscenza piena d’amore la visione è molto più nitida che non quella degli occhi.

Tale unione amorosa può avvenire con una vera e propria crocifissione ma che sarà sempre una grazia! Perciò con verità, io posso dirvi che Auschwitz è stato per me quel dono di unione totale con l’amato che da tempo imploravo.

G- Lei si definisce dunque una martire?

Stein- Ai martiri fu dato il dono di morire per testimoniare la loro fede e il loro amore a Cristo, a me fu dato il dono di morire esaudendo la mia preghiera di poter partecipare totalmente alle sofferenze di Cristo il mio amato. Un amore che dona la propria vita non è forse sempre il ripetersi dello stesso miracolo della croce?

D- Ho finito vostro onore; ma per dire alla giuria la terribile morte che subì la mia assistita vorrei riportare alcune testimonianze dai lager sempre se il volto crocifisso dell’uomo non impressioni troppo la sensibilità di questa corte.

A- Obiezione, vostro onore, si potrebbe condizionare la giuria.

D- Non diciamo idiozie vostro onore, si tratta di una donna uccisa nei campi di concentramento, l’accusa vuole forse cancellare anche la morte orrenda della mia assistita come ha cercato di cancellare la sua conversione e la sua spiritualità?

G- Obiezione respinta, si proceda pure con le testimonianze.

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