Il profeta Elia

Profilo Biografico

Il profeta Elia, padre del Carmelo

Elia è il profeta del Dio vivente: il suo nome stesso, che significa: “Jhwh è Dio”, è il vero programma della sua vita. È davvero uno dei più grandi uomini dell’Antico Testamento: l’uomo che sta alla Presenza del suo Dio. Lo zelo (cioè l’ardore) è il tratto essenziale della sua fisionomia e il suo simbolo il fuoco (Sir 48, 1).

Porta un messaggio molto rivoluzionario e originale, che si comprenderà meglio però alla conclusione della sua stessa vicenda.

Il racconto biblico lo fa apparire, più di una volta, quasi all’improvviso, come una folgore, per trasmettere la parola di Dio.

L’empietà di Acab e Gezabele

Nativo di Tisbe, Dio lo aveva mandato al Re di Samaria, Acab, che si era reso gravemente colpevole, istigato dalla perversa moglie Gezabele, per aver servito l’idolo Baal, e per essersi prostrato dinanzi a lui.

Gli aveva eretto anche un altare e un palo sacro, irritando così il Signore Dio d’Israele, più di tutti i suoi predecessori. Per questo l’ira del Signore si era scatenata su di lui facendo risuonare la parola punitrice del profeta: “Per la vita di Jhwh, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto: in questi anni non ci sarà né rugiada, né pioggia, fino a quando io lo dirò” (I Re, 17, 1ss).

Perseguitato per questo da Acab, Elia, sempre per volere di Dio, rimane nascosto presso il torrente Cherit, nel folto verdeggiante e nelle grotte che si trovavano sul pendio, mentre i corvi gli portavano da mangiare. Egli beveva al torrente, che presto però si prosciugò; seguendo sempre la voce del Signore Elia cercò rifugio a Sarepta, a sud di Sidone, recandosi da una vedova, per avere un po’ di cibo. Così questa donna, che praticava la grande virtù orientale dell’ospitalità, gli offrì il poco cibo che le rimaneva, vedendo con gioia la moltiplicazione della farina e dell’olio nella giara; vide anche con stupore che il suo unico figlioletto morto, per la preghiera di intercessione del profeta, era ritornato in vita.

Gezabele, la malvagia moglie di Acab, aveva meditato la sua vendetta contro Elia.

Ella che era figlia del Re di Tiro e sacerdote di Astarte, vedeva nella sua religione un mezzo per civilizzare tutta la Samaria. Ordinò dunque un giorno un massacro generale dei profeti di Jhwh, a cui poterono sfuggire solo un centinaio di persone, per la protezione di Abdia, maestro di palazzo, che seguiva il vero Dio, Jhwh. Elia trascorse a Sarepta tre lunghi anni, quando Dio stesso gli si rivolse ancora, per mandarlo ad Acab e far cessare la tremenda siccità.

Il monte Carmelo: luogo della sfida

Lo scontro fra i due personaggi è forte e tagliente. Elia ordina allora ad Acab di convocare sul Carmelo il popolo d’Israele e la comunità dei 450 profeti di Baal, sostenuti dalla regina Gezabele. Vengono così a confronto due visioni religiose: quella del Dio vivente e quella di Baal di Tiro.

La scena è davvero drammatica. Elia, che si proclama l’unico profeta rimasto fedele a Jhwh, lancia la sfida inesorabile, rimproverando il popolo per la sua incoerenza: si tratta di decidere chi è Dio. Se lo è Jhwh, Baal non solo è superato, ma neppure esiste.

L’evento è pieno di umorismo, nelle parole di Elia ai profeti e nei suoi stessi gesti (I Re 18, 19).

Ed ecco che la voce dei profeti di Baal, che gridano e danzano, ebbri fino al delirio, intorno all’altare posto al centro, invocando il loro Dio, rimane inascoltata: Elia, dopo averli espressamente derisi, “prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe. Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto… dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: “Riempite quattro brocche d’acqua e versatele sull’olocausto e sulle pietre””. Lo fece fare per tre volte. La risposta di Dio alla voce di Elia che gli si era rivolto per essere esaudito nella sua richiesta è bellissima e quanto mai incisiva: “Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tale vista tutti, prostrandosi a terra dissero: “Il Signore è Dio, il Signore è Dio!””. Immediatamente Elia ordina alla folla di afferrare i profeti di Baal per ucciderli.

L’idolatria è vinta! Il quadro è veramente suggestivo e impressionante.

Scroscia la pioggia

Elia, secondo la parola di Dio, deve ancora dire ad Acab che presto ritornerà a piovere nel paese: lo fa dopo essersi portato con il giovane che lo serviva a scrutare il cielo e a pregare per questo. Il giovane, invitato a guardare il cielo sette volte, alla fine vede una piccola nuvola, indice che la pioggia è prossima. Elia va ad avvisare Acab di attaccare subito i cavalli per tornare ad Izreel: la pioggia infatti cade subito a dirotto.

La prova di Elia

Eppure in questo profeta dalla linea ferrea è vivo anche un senso di umanità e di povertà quando è colto dallo scoraggiamento; è vivo anche il senso della misericordia verso coloro che sono sopraffatti dall’ingiustizia o dalla sofferenza.

Elia infatti, fino a questo momento, è stato un uomo molto sicuro di sé, desideroso di mostrare la sua potenza e la sua forza e di essere vittorioso sugli altri, anche al di là della Parola di Dio: ha ricercato insomma più se stesso, facendosi vedere uomo coraggioso e capace di farsi valere.

Per trovare veramente Dio deve percorrere ancora un lungo cammino di prova, che lo renderà più umile, meno sicuro di sé: egli dovrà nascondersi per dare a Dio il suo vero posto.

Gezabele manda messaggeri ad intimidirlo e a minacciarlo di morte. Elia allora, prima così pieno di sé e dell’aiuto del suo Dio, è stranamente preso da una forte crisi e fugge, profondamente intimidito da questa minaccia.

La nuova esperienza di Dio

Deve tornare, per riprendere l’antica fiducia, all’Oreb, alle sorgenti della pura fede. Non si sente migliore dei suoi Padri e chiede al suo Dio di farlo morire.

Si addormenta sotto un ginepro. Un angelo lo sveglia e gli ordina di alzarsi e di mangiare. Elia, con il pane offertogli e con l’acqua dell’orcio che gli è posto dinanzi, riesce a riprendere forza e a rimettersi in cammino. Andrà così fino all’Oreb, attraversando per quaranta giorni e quaranta notti il deserto, misteriosamente incoraggiato e nutrito.

Se prima Elia si era mostrato come l’eroe che combatte per Dio, da questo momento egli, ritraendosi nel deserto, si immedesima con la Parola di Dio. Vuole attendere che Dio gli si manifesti, prima che egli stesso parli. Lo stile letterario esprime a questo punto la nuova esperienza di Dio: è essenziale, sobrio, scarno.

Elia si rifugia in una caverna, sulla cima del monte. Probabilmente pensa, come Mosè, di incontrarsi con Dio. Ma Dio non gli si mostra né nel vento forte, né nella tempesta, né nel fuoco, con tutti i suoi fenomeni impressionanti. Egli allora si copre col mantello ed esce, fermandosi all’ingresso della caverna.

Siamo in un clima che sottolinea la trascendenza: l’ebraico esprime la forte esperienza che Elia fa di Dio con queste parole: “qol demamah daqqa”, ossia una “voce di silenzio svuotato”; sono parole difficili da interpretare che indicano la sua profonda estasi. Parlano di un silenzio, che non è il silenzio che si ha perché mancano i suoni, ma di un silenzio cercato, che parla di ricerca, che non viene da sé. Di un silenzio perciò “procurato”.

Elia arriva così ad una conoscenza più reale di quel Dio, alla cui presenza vive, che è tale da cambiare la sua persona, da renderlo diverso, veramente “uomo di Dio”.

Egli, dopo la crisi e la dura prova, si rivela d’ora in poi il vero contemplativo, il primo monaco, padre dei futuri monaci, che conosce in questa “voce di silenzio svuotato” qualcosa di più profondo e vero della realtà divina. E ne rimane letteralmente trasformato.

Il suo incontro è portatore di intimità, di profondo silenzio, di forza: Elia diventerà l’uomo umile, che si nasconde dietro la Parola di Dio.

Questo fatto è il segno evidente dell’importanza che l’esperienza dell’Oreb ha avuto per la sua vita. C’è qui una rivelazione nuova del volto di Dio, inattesa. Elia, mettendosi nelle mani di questo Dio, da ora in poi dovrà cambiare vita: non agirà più come prima in virtù della sua volontà, ma aspetterà che veramente il Signore gli parli, facendo solo così la Sua volontà.

Un angelo gli affida una triplice investitura: di Hazael come Re di Damasco, di Jehu come Re d’Israele, di Eliseo come profeta. Così ha termine il grande incontro.

Le ultime vicende

Le ultime vicende, dopo la discesa dal monte, sono più sfumate; dopo aver rimproverato aspramente Acab, secondo la Parola di Dio, per l’assassinio di Nabot (I Re 21, 1), Elia riappare alla morte di Acazia, ove per due volte fa scendere il fuoco dal cielo sui soldati mandati a lui dal Re. Una terza volta consente di andare presso Acazia, confermando l’annuncio della sua morte, a causa della sua infedeltà.

Il carro di fuoco

L’itinerario di Elia si svolge in due tempi fondamentali: da una parte l’esperienza dell’Oreb che cambia la sua vita e dall’altra l’apoteosi finale, il suo rapimento mistico.

Elia scompare in circostanze dense di chiarezza e ancor più di mistero.

Parte da Galgala per Betel e poi per Gerico con Eliseo, che presago della sua fine, vuole seguirlo, nonostante le sue insistenze di rimanere solo.

Sulle rive del Giordano le acque, percosse dal mantello di Elia, si aprono. Egli si decide finalmente a riconoscere che sta per essere rapito in cielo e chiede ad Eliseo che cosa debba fare per lui. “Due terzi del tuo spirito diventino miei” dice Eliseo (II Re 2, 7ss). I due terzi, nella mentalità ebraica, rappresentano la parte di eredità spettante al primogenito. Eliseo vuole essere riconosciuto quale primogenito del profeta Elia. Al che Elia risponde: “Se mi vedrai, ciò ti sarà concesso”.

Eliseo vedrà Elia, in una specie di estasi profetica, con l’apparire del carro di fuoco e dei cavalli di fuoco e con l’improvviso suo elevarsi nel turbine, inseguito dal suo grido di figlio, cui il padre è strappato: Eliseo soffre per la dipartita del suo maestro, ma pur essendo “il suo discepolo” non riesce a comprendere bene cosa sia successo.

Egli si strappa le vesti e raccoglie il mantello di Elia: non capisce che il profeta, in una grande estasi, è salito al cielo, quasi in una ascensione, anticipatrice di quella che sarà poi l’ascensione di Gesù stesso.

Elia primo monaco

Elia primo monaco

Nella figura del profeta Elia si sente il fascino dell’archetipo, dell’esemplare, pronto ad obbedire al suo Dio: Egli è fuoco e acqua, zelo e misericordia, azione e contemplazione. “Unico nel tuo coraggio, possente nella tua audacia, tu corresti impavido in soccorso della verità”, dice l’Ecclesiastico.

C’è in Elia qualcosa di ricco e profondo: egli, dopo la crisi del deserto, diviene l’uomo del distacco, dell’obbedienza, della purezza interiore e della preghiera.

Forte è in lui il desiderio e la speranza di vedere il suo Dio, di essere in comunione con lui, quando è afferrato dalla Carità; Carità che trabocca nello sforzo di poterla comunicare ad altri, allontanandoli dal male.

È diventato così, in un certo modo, Padre di tutto il monachesimo.

Il luogo sacro per Elia non è più al di fuori, come il tempio di Gerusalemme: il suo santuario è dentro e viene percorso interiormente; è un pellegrinaggio interiore per incontrare il Dio vivo e vero. Leggendo il testo, illuminati dall’esperienza cristiana, ci si trova bene in sintonia con la parola stessa di Gesù: “Né sul Garizim né a Gerusalemme adorerete Dio, ma il Padre si adora in spirito e verità” (Gv 4, 20-24).

Questa esperienza storica di Elia, davvero originale, per molto tempo non è stata compresa, nel secondo secolo avanti Cristo è stata ripresa in parte dagli Esseni, i membri del popolo di Israele che si ritiravano nel deserto per una vita rigorosa per aderire a Dio secondo la Torah, praticata nella comunità di Qumran. Ma è un tesoro nascosto, che va tuttora ripenetrato e riscoperto. L’esperienza monastica lo farà risorgere, di generazione in generazione. È consegnata in eredità come un mantello: il Carmelo lo ha indossato e ne ha fatto il suo baluardo, considerando Elia come capostipite di tutti i suoi figli di ogni generazione.

Il segno del mantello

Il mantello di Elia

“Poi, volendo Dio rapire in cielo in un turbine Elia, questi partì da Galgala con Eliseo. Elia disse a Eliseo: “Rimani qui perché il Signore mi manda fino a Betel”. Eliseo rispose: “Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò”. Scesero fino a Betel. I figli dei profeti che erano a Betel andarono incontro a Eliseo e gli dissero: “Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone?”. Ed egli rispose: “Lo so anch’io, ma non lo dite”. Elia gli disse: “Eliseo, rimani qui, perché il Signore mi manda a Gerico”. Quegli rispose: “Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò”. Andarono a Gerico. I figli dei profeti che erano in Gerico si avvicinarono a Eliseo e gli dissero: “Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone?”. Ed egli rispose: “Lo so anch’io, ma non lo dite”. Elia gli disse: “Rimani qui, perché il Signore mi manda al Giordano”. Quegli rispose: “Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò”. E tutt’e due si incamminarono. Cinquanta uomini tra i figli dei profeti li seguirono e si fermarono a distanza. Loro due si fermarono sul Giordano” (2 Re 2, 1-7).

In questa pagina abbiamo la chiamata di Eliseo, il cui nome significa “Dio è la mia salvezza”, al ministero profetico e la paternità spirituale di Elia come eredità.

Eliseo era figlio di Safat, faceva il contadino e viveva con i genitori ad Abel-Mecola, una località di identificazione incerta. Molti sono i simboli che accompagnano questa chiamata.

“Arava con dodici paia di buoi”. Basterebbe soltanto questa citazione del v. 19, per descrivere la nostra riflessione sulla chiamata di Eliseo.

Il termine “Arare” nella Bibbia viene usato sia letterale che metaforico. Metaforicamente, il termine indica la situazione di una persona, di uno stato o il giogo dei nemici (Sal 129,3); oppure anche la consacrazione diretta, come dirà Gesù: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volta indietro, è adatto per il regno di Dio” (Lc 9, 62).

Il numero dodici è molto importante per vari aspetti. Fra questi ricordiamo la pienezza numerica del popolo di Dio evidenziandone i dodici figli di Giacobbe (Gen 35, 22-26), dai quali derivano le dodici tribù di Israele. Il numero dodici simboleggia la restaurazione di Israele. Gesù istituisce i dodici come garanzia dell’autenticità degli insegnamenti di Gesù, che dopo la sua resurrezione formeranno la Chiesa.

Ma ciò che caratterizza di più in questo versetto 19 è il simbolo del mantello, tipico indumento del profeta (cfr Zac 13, 4; Mt 3, 4). Esso indica la vita e la personalità di chi lo indossa (cfr 1 Sam 28, 14; 2 Re 1, 18).

Eliseo è stato attratto dalla personalità di Elia, è stato attratto proprio dall’uomo che vive alla presenza di Dio. Poco prima Elia aveva sperimentato il suo vivere alla presenza di Dio in modo “silenzioso”, “come un lieve sussurro” (v. 13).

È interessante notare la differenza della vocazione di Eliseo dalle altre. Dio lo chiama inaspettatamente: non in un contesto di preghiera, ritiro spirituale o in modo straordinario come Mosè (Es 3, 1). Non è chiamato attraverso la mediazione della Parola come accadde a Samuele (1 Sam 3, 1) o attraverso l’animatore vocazionale; ma in tutt’altre faccende: la vita di ogni giorno, il lavoro. Questo perché la vocazione non è solamente il progetto generale della propria vita, pensato da Dio e faticosamente scoperto dal credente, ma soprattutto le singole chiamate giornaliere, sempre nuove e provenienti dalla stessa fonte, dalla medesima volontà d’amore che Dio ha nei nostri confronti e sempre orientate verso la piena realizzazione e felicità del nostro essere. È nell’esperienza della vita che incontriamo Dio, è nell’arco dell’esistenza che avvengono le continue chiamate. L’importante è essere vigili, saper “arare globalmente” (il numero dodici vuole indicare anche questa globalità), in pienezza per essere capaci di riconoscere la sua voce e pronti a rispondergli ogni giorno e tutto il giorno: “Ogni vocazione… è “mattutina”, è la risposta di ciascun mattino a un appello nuovo ogni giorno” (NVNE, 26°).

Nel brano proposto non troviamo né il tempo né il luogo, perché non ha bisogno di citare quando la Vita (il mantello) ci passa accanto, “sopra”, perché quell’Eliseo può essere chiunque: ogni uomo e ogni donna, appartenenti ad ogni luogo e ad ogni parte del tempo: questi possono partecipare al carisma profetico di Elia (cfr Mc 1, 16-20; Mt 9, 9; Lc 9, 61-62). Tuttavia vi è un passaggio obbligato nella scoperta d’ogni progetto vocazionale che è legato all’identificazione del senso fondamentale dell’esistenza umana. In pratica Eliseo ha capito che la sua vita, la sua esistenza è un bene ricevuto che tende, per natura sua, a divenire bene donato. Infatti, questa sua logica lo accompagna a salutare, a congedarsi dai genitori che l’hanno portato alla vita come un dono (cfr 19, 20).

Simbolo di questa donazione della propria esistenza sono i buoi uccisi, il giogo che li teneva per l’aratura usato per il fuoco e la tavola imbandita per la gente (cfr 19, 21). È un gesto iniziale ma che segna il cammino di una scelta responsabile. Il cammino è luminoso per Eliseo (cfr Sal 119, 105; 132, 17), perché il Padre veglia su di lui, sorgendo prima del sole. Ed è proprio in questo viaggio che Eliseo viene confermato nel suo ministero che raccoglie l’eredità di Elia. È il viaggio della fedeltà. Elia parte per il suo ultimo viaggio ed Eliseo non desiste dal seguirlo manifestandogli la sua fedeltà e comunione di vita. Non è facile quello che la vita da profeta richiede: costanza, fedeltà, impegno e sarà più difficile, quando non abbiamo modelli, punti di riferimento. Eliseo decide di impegnarsi in questo cammino di fedeltà che segnerà il passaggio (il Giordano) del carisma profetico di Elia ad Eliseo.

I “due terzi dello Spirito” (2, 9) richiede Eliseo ad Elia, evoca il diritto di primogenitura: “Dovrà riconoscere come primogenito il figlio della donna meno amata, e, fra tutto quel che possiede, gli darà il doppio rispetto all’altro. Questo infatti è il suo primo figlio e ha il diritto del primogenito” (Dt 21, 17). Eliseo vuol essere riconosciuto discepolo primogenito di Elia. È una richiesta esigente! (cfr 2, 10).

La condizione per diventare profeta simile ad Elia è un’intensa esperienza di Dio, per parlare di Dio al popolo, bisogna fare prima un’intensa esperienza di Lui, un’intensa esperienza contemplativa: dice infatti Elia “se mi vedrai” (2, 10). Eliseo deve fare questa esperienza, deve vedere.

Elia viene rapito, assunto in Dio, nella passione di Dio (il carro di fuoco). Egli è l’uomo vivente in Dio.

Eliseo vive questo distacco dal suo padre spirituale: “non lo vide più”, ma gli rimane il mantello, la vita di Elia, il suo stile di vita da imitare come un discepolo fedele.

Questa è l’esperienza di vita di Eliseo che in Elia “è stato generato”, ha raccolto la sua paternità spirituale per poter iniziare una vita nuova. Simbolo di questo inizio sono le vesti che Eliseo lacera (2, 12), per indossare le vesti di Elia che lo ha generato al ministero profetico. Lo assume come modello, si ispira a lui. Tanto è vero che il seguito del brano racconta il viaggio di ritorno di Eliseo, passando dalle stesse difficoltà di Elia fino al Carmelo e vivendo come Elia (cfr 2 Re 4, 5; 6-8; 13, 14-21).

La vocazione di Eliseo ci ricorda ancora oggi che siamo stati voluti “ad immagine e somiglianza di Dio” (Dt 1, 26-27) e inoltre, chiamati a diventare immagine di Dio attraverso la comunione con Cristo, conformandosi sempre più a Cristo che è la vera immagine di Dio, associandoci sempre più a Cristo diventiamo immagine di Dio. Il conformarsi a Cristo è un dono ed un impegno che ci accompagnano nella vita. Leggiamo in 2 Cor 3, 18: “E noi tutti a viso scoperto… veniamo trasformati in quella medesima immagine”.

Paolo ci fa capire che non abbiamo bisogno di aspettare la fine dei tempi per essere conformi all’immagine di Cristo risuscitato. È vero che la sua conformazione piena e definitiva avverrà solo alla fine. Giovanni dice “Noi fin d’ora siamo figli di Dio… Sappiamo perciò che… noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3, 2), ma è anche vero che già sulla terra, attraverso la propria esperienza di fede, l’uomo viene progressivamente trasformato dal di dentro e reso capace di contemplare in Gesù la presenza della gloria divina.

Questo ci deve far corrispondere sempre più al nostro battesimo, impegnandoci responsabilmente, perché tutti chiamati ad accettare e approfondire – come ha fatto Eliseo – quello che veramente siamo.

Elia nella tradizione ebraica

Elia nella tradizione ebraica

Elia nella liturgia ebraica è presente nel rito di Pesach: un posto è lasciato vuoto proprio per richiamare la sua presenza. Racconta Chouraqui: “il mondo in cui noi vivevamo era popolato da presenze ineffabili di cui eravamo i soli a conoscere il segreto. Il profeta Elia quindi era seriamente atteso in ogni pasto di Pasqua, in ogni famiglia. Gli si preparava sedia e coperto”.

Narrano le leggende ebraiche che la pelle del capro sacrificato da Abramo servì ad Elia come cintura. Elia è considerato il patrono degli studenti della Torah e interviene nelle difficoltà legate allo studio “Si conserverà tutto questo così fino alla venuta del profeta Elia” afferma il trattato talmudico delle Benedizioni (24a). Ruolo di maestro e guida che anche i carmelitani sottolineeranno.

Nel rito della circoncisione Elia è considerato presente. Edith proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della circoncisione di Gesù, ricevette il Battesimo.

Negli ultimi giorni sarà ancora Elia che raccoglierà il popolo sparso sulla terra: “Se i vostri sono ai quattro angoli del cielo, da là le parole del Signore, vostro Dio, vi riuniranno alla voce di Elia, il grande prete e da là Elia vi condurrà per le mani del Messia Re”.

Elia nella tradizione mussulmana

Elia nella tradizione mussulmana

I mussulmani chiamano Elia el khader, il Verdeggiante nel Corano alla Sura XXXVII si dice di Elia:

“In verità Elia era uno degli Inviati. Disse al suo popolo: “Non sarete timorati di Allah? Invocherete Baal e trascurerete il Migliore dei creatori: Allah, il vostro Signore e il Signore dei vostri avi più antichi?” Lo trattarono da bugiardo. Infine saranno condotti al castigo, eccetto i servi devoti di Allah. Perpetuammo il ricordo di lui nei posteri. Pace su Elia! Così ricompensiamo coloro che fanno il bene. In verità era uno dei nostri servi credenti”.

Beato transito

Rapito in cielo mentre era ancora in vita

Elia, il Profeta rapito in Cielo

L’ascensione di Cristo al cielo ha un’anticipazione nella vicenda finale di un personaggio celebre dell’Antico Testamento, il profeta Elia. Egli era entrato in scena all’improvviso, solo con la sua parola, l’arma che egli impugnerà. Infatti quella sorta di libretto che racconta la sua storia, e che è presente a partire dal capitolo 17 del primo Libro dei Re fino al capitolo 2 del secondo Libro dei Re, si apre semplicemente così: “Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Galaad, disse ad Acab: Per la vita del Signore Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io” (1 Re 17, 1).

Contro il potere corrotto e violento di questo re, Elia, originario della Transgiordania, si ergerà armato della sola parola divina e per lui inizierà una vita di scontri, di incubi e persino di fuga. Ma egli non tacerà mai. Sfiderà sul monte Carmelo i sacerdoti del culto pagano introdotto dal re su sollecitazione dell’influente moglie fenicia Gezabele, un culto legato a Baal, il dio della fecondità (capitolo 18). Sfiderà la stessa coppia reale che aveva usurpato il terreno di un contadino, Nabot, facendolo condannare a morte con un processo-farsa (capitolo 21). Sfiderà i falsi profeti, succubi del regime, ma sarà pronto a venir incontro alla sofferenza e alla miseria di una povera vedova, con una serie di miracoli clamorosi (17, 7-24).

La lettura delle pagine bibliche sopra citate – simili spesso a un libro di “Fioretti” del primo dei grandi profeti – potrà rendere più vivo e colorito il volto di Elia, peraltro tanto amato dalla storia dell’arte, della musica (l’Elias di Felix Mendelssohn-Bartholdy, 1847) e della letteratura (il dramma Elija di Martin Buber, 1963). Noi ci accontentiamo ora di evocare due momenti della sua vita. Il primo è da collocare in una delle fasi più tragiche, quando l’implacabile regina Gezabele cerca a tutti i costi di eliminarlo.

Il profeta si rifugia al sud, nelle aspre solitudini del deserto sinaitico, e la sua fuga disperata (cerca persino di lasciarsi morire sotto un ginepro, mentre il sole incandescente lo consuma) si trasforma in un pellegrinaggio alle sorgenti della fede biblica.

Infatti egli sale sull’Horeb-Sinai e là riceve una nuova vocazione attraverso un’epifania divina sorprendente.

Dio non gli appare né nel vento gagliardo che spacca le rocce, né nel terremoto che sommuove il deserto e neppure nelle folgori di una tempesta. Il Signore si presenta, invece, come dice il testo ebraico, in una qòl demamah daqqah, che letteralmente significa “una voce di silenzio sottile” (19, 12). Ella, che aveva pensato sempre a un Dio potente e battagliero, deve imparare che il mistero divino si annida anche nella quiete, nel silenzio, nella pace.

Ritornerà, dopo questo incontro, per continuare la sua missione solitaria in Israele. Ma quel Dio che l’aveva lanciato in un’avventura così drammatica non lo abbandonerà più, neppure nell’istante estremo della morte. Attraversato il Giordano, le cui acque si aprono davanti a lui come era accaduto a Israele al tempo dell’ingresso nella terra promessa, Elia è catturato da un cocchio di fuoco, tirato da cavalli di fuoco, e, davanti al discepolo Eliseo, entra nell’infinito di quel Dio che aveva servito con passione, scomparendo nella fiamma e nel cielo. Sulla terra resterà il suo mantello, destinato a Eliseo in segno d’investitura.

Sei secoli dopo, nel II secolo a.C., un sapiente biblico, il Siracide, lo canterà così: “Sorse Elia profeta, simile al fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola…” (48, 1).

Di Mons. Francesco Ravasi

Come invocarlo

Come invocarlo

Che cos’è una novena?

Dal Vangelo di Luca appare chiaro che la forza che animava gli apostoli era certamente lo Spirito Santo e ciò che dobbiamo considerare attentamente è come Egli sia sceso sopra di loro mentre erano riuniti insieme in una preghiera comunitaria seguendo l’insegnamento dato da Gesù “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20).

Una Novena di preghiera e d’intercessione è dunque un’antica tradizione della Chiesa. Si ispira alla preghiera fatta con un cuore solo dagli apostoli, riuniti attorno a Maria nel Cenacolo, durante i nove giorni che separano l’Ascensione del Signore dalla discesa dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste (At 2, 1-4).

Questa perseveranza nella preghiera fu suggerita anche da San Paolo “Pregate continuamente…” consigliava ai Tessalonicesi ben sapendo come una richiesta continua, e fiduciosa, sia il mezzo migliore per ottenere quanto desiderato. Si ricorda, a proposito, anche la parabola dell’amico importuno (Lc 11, 5-8) che, sorpreso dall’arrivo notturno di un amico, si rivolse ad un altro amico che si era già coricato richiedendo del pane; pane che gli venne concesso soltanto dopo una insistente preghiera.

Ogni Novena persegue un fine spirituale o materiale. Nessun aspetto della nostra vita è indifferente, e meno ancora straniero, al Padre Nostro che è nei Cieli. Egli ci accorda ogni grazia, ogni dono che favorisce la nostra crescita spirituale, a condizione che noi glielo chiediamo: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7, 7; Gv 14, 13-14; Lc 11, 9-13).

Il nostro Padre celeste ama ricolmare i suoi figli di cose buone. Esaudisce le nostre preghiere a suo tempo, il che, naturalmente, non corrisponde sempre alle nostre attese. A modo suo non lascia alcuna preghiera inascoltata: anche se le risposte non sono le nostre, possiamo essere certi che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Una novena produce buoni frutti quando è fatta con fervore e nel totale abbandono alla volontà di Dio.

La Novena per la festa del profeta Elia ha inizio l’11 luglio essendo la sua memoria liturgica il 20, ma la preghiera può essere fatta anche in ogni periodo dell’anno.

NOVENA A SANT’ELIA PROFETA

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre, Credo.

PRIMO GIORNO

Devotamente vi supplichiamo, o Patriarca e nostra Guida Sant’Elia, per lo zelo che aveste dell’onor di Dio quando vi opponeste all’idolatra Acab ed ai suoi falsi profeti, i quali pretendevano ad ogni costo farvi adoratore di falsi Numi, vogliate ottenerci da Dio il vero zelo del suo onore, onorandolo e temendolo, e che sia da tutti onorato e temuto il suo Santissimo Nome.

Pater, Ave e Gloria.

PREGHIERA – Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria, dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto, per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

SECONDO GIORNO

Devotamente vi supplichiamo, o zelante campione dell’onor di Dio, per quel gran merito, per cui otteneste che per tre anni e sei mesi non piovesse né cadesse rugiada sulla terra per ricondurre i figli d’Israele alla fede del vero Dio, vogliate ottenerci da Dio di vivere e morire nell’osservanza della sua Santa Legge, e che vogliamo convertirci ai suoi dettami.

Pater, Ave e Gloria.

PREGHIERA – Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria, dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto, per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

TERZO GIORNO

Devotamente vi supplichiamo, o prodigioso Tesbita, per la grande fiducia che aveste in Dio grazie alla quale otteneste che scendesse il fuoco divoratore dal cielo a consumar le vittime da voi designate per screditare le offerte dei sacerdoti di Baal, vogliate ottenerci da Dio viva confidenza nel suo aiuto nelle nostre necessità spirituali e temporali, e che vogliamo finalmente disingannarci dalle apparenti lusinghe di questo mondo.

Pater, Ave e Gloria.

PREGHIERA – Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria, dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto, per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

QUARTO GIORNO

Devotamente vi supplichiamo, o grande operatore di miracoli, per quella carità che ardeva nel vostro cuore e verso Dio e verso il prossimo allorché vi esponeste a mille patimenti e disagi, peregrinando dall’empia Corte di Samaria per le solitudini della Siria e manifestando dappertutto la Santa Legge, vogliate ottenerci da Dio che noi per amor suo e del nostro prossimo non temiamo alcun pericolo, neanche quello di perdere la propria vita.

Pater, Ave e Gloria.

PREGHIERA – Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria, dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto, per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

QUINTO GIORNO

Devotamente vi supplichiamo, voi che siete stato favorito della divina condiscendenza, per quella gratitudine affettuosa verso la povera vedova di Sidone, a cui voi, avendovi dato vitto e ricovero nel misterioso viaggio, impetraste non mancarle né farina né olio nei suoi vasi durante la carestia, vogliate ottenerci da Dio di essere anche noi sempre grati a Lui come a nostro, affettuosissimo Padre provvidente, che ci dà vitto e sostegno nel faticoso viaggio di questa misera vita.

Pater, Ave e Gloria.

PREGHIERA – Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria, dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto, per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

SESTO GIORNO

Devotamente vi supplichiamo, o dispensatore segnalato dei tesori della natura, per quella grande potenza che vi comunicò il Signore, allorché risuscitaste il figlio morto della vedova di Sidone, distendendovi sul suo cadavere, vogliate ottenerci da Dio di risorgere dai nostri vizi, sottomettendoci di buona voglia alla croce della salutare penitenza.

Pater, Ave e Gloria.

PREGHIERA – Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria, dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto, per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

SETTIMO GIORNO

Devotamente vi supplichiamo, o Beniamino del Sacro Amore, per la vostra somma umiltà allorché, perseguitato a morte dalla regina Gezabele, viveste solitario e mendico lungo le riviere di Cherit col sostegno di un corvo che vi nutriva, vogliate ottenerci da Dio il suo santo timore, col quale, allontanandoci sempre più da ogni occasione di peccato, ci sian cibo di eternità le stesse suggestioni del nemico infernale.

Pater, Ave e Gloria.

PREGHIERA – Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria, dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto, per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

OTTAVO GIORNO

Devotamente vi supplichiamo, o depositario fedele delle divine condiscendenze, per quella grazia che riceveste di esser cibato col pane, figura della Santa Eucaristia, svegliandovi l’Angelo dal sonno sotto il ginepro col quale cibo confortato camminaste per il deserto quaranta giorni fino al monte Oreb, vogliate ottenerci da Dio un vivo desiderio di degnamente ricevere la Santa Eucaristia, vero e sicuro viatico a camminare pel deserto di questo mondo, finché giungeremo in salvezza nel Santo Paradiso.

Pater, Ave e Gloria.

PREGHIERA – Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria, dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto, per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

NONO GIORNO

Devotamente vi supplichiamo, o potente nostro Protettore, per quel favore speciale concessovi da Dio di farsi da Voi vedere a faccia a faccia il Salvatore Gesù sul monte Tabor nella sua gloriosa trasfigurazione, di volerci ottenere da Dio la grazia di vivere sempre con la considerazione che Iddio ci vede, affinché, serbandoci sempre degni dei suoi purissimi occhi, possiamo svelatamente vederlo nel Santo Paradiso.

Pater, Ave e Gloria.

PREGHIERA – Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria, dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto, per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) e il profeta Elia

Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) e il profeta Elia

Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) ha molto amato il profeta Elia. Citiamo alcuni passi delle sue opere che ne mettono in risalto la figura:

Commentando un passo della Regola del Carmelo ella scrive:

“Meditare nella legge del Signore può essere una forma di preghiera quando assumiamo la preghiera nel suo ampio senso abituale. Ma noi pensiamo al vigilare nella preghiera come all’inabissarci in Dio, come è proprio della contemplazione, allora la meditazione ne è solo una via.

Vegliando in preghiera, esprime lo stesso che Elia disse con le parole: Stare davanti al Volto del Signore… La preghiera è guardare in alto al Volto dell’Eterno. Lo possiamo solo quando lo Spirito veglia nelle ultime profondità, sciolti da ogni attività e godimento terreno, che lo attutiscono. Essere vigilanti con il corpo non garantisce quest’essere vigilanti e la quiete, desiderata secondo la natura, non lo impedisce.

Non abbiamo il Salvatore solo nelle narrazioni dei testimoni sulla sua vita. Egli è presente a noi nel Santissimo Sacramento, e le ore di adorazione dinanzi al Massimo Bene, l’ascolto della voce del Dio eucaristico sono: meditare la Legge del Signore e vigilare nella preghiera nel contempo.

Elia ritornerà come testimone della rivelazione segreta, quando si avvicinerà la fine del mondo, nella lotta contro l’Anticristo per patire la morte dei martiri per il suo Signore”.

Ella parla del popolo ebraico:

La Chiesa era fiorita, ma lontano rimaneva
la massa del popolo, lontano dal Signore
e da sua Madre, nemico della Croce.
Esso erra qua e là e non può trovare riposo,
oggetto di scherno e di disprezzo:
Tale rimarrà fino all’ultima battaglia.
allora prima che la Croce nel cielo appaia,
prima ancora che Elia venga a radunare i suoi,
il Buon Pastore in silenzio percorrerà le nazioni.

“Nella sua festa che celebriamo al 20 luglio, il sacerdote va all’altare con i paramenti rossi… In questo giorno il convento dei nostri padri sul monte Carmelo, che racchiude la grotta di Elia, è meta di folte schiere di pellegrini: ebrei, musulmani e cristiani di tutte le confessioni gareggiano nell’onorare il grande profeta”.

I legami tra il Carmelo e l'ebraismo

I legami tra il Carmelo e l’ebraismo

di Bruno Secondin

Succede, a volte, che un’intuizione carismatica – nella regola di un Ordine, nell’idea di un fondatore, all’interno di un gruppo religioso, ecc… – debba aspettare a lungo, anche secoli, per trovare persone e ambiente adatto per il suo sviluppo. Un segno e un esempio abbastanza chiaro ce lo offre la Chiesa stessa: son dovuti passare quasi duemila anni prima di riscoprire, con il Concilio Vaticano II, la sua più vera identità, il suo messaggio, la sua missione nel mondo, il modo più autentico di trasmettere il vangelo di Gesù. Tutto questo era nelle sue viscere, non ha inventato nulla, ha dovuto solo attendere il tempo propizio per ascoltare “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2, 7), tornare alle fonti e rileggere con umiltà e in maniera più genuina il compito affidatole da Cristo e dagli Apostoli.

Anche il Carmelo ha, nella sua spiritualità, delle intuizioni carismatiche non del tutto riscoperte. Ad esempio, nella nostra Regola c’è un chiaro, preciso, indiscusso punto di riferimento proposto come guida: san Paolo apostolo. Eppure, la tradizione carmelitana non l’ha percepito e son dovuti trascorrere ben settecento anni prima di trovare risposta nella vita e negli scritti della beata Elisabetta della Trinità!

La coscienza dei legami tra il Carmelo e l’ebraismo è una riscoperta di un carisma che richiederà ancora pi&ugarve; tempo, benché qua e là qualcuno abbia cominciato ad accorgersi dello stretto rapporto che intercorre tra la spiritualità dell’Ordine Carmelitano e quella ebraica. Il fatto è che la novità del dialogo ebraico-cristiano del dopo Concilio, si fa strada tutt’oggi con molte difficoltà poiché è necessario un vero cambiamento di mentalità, e non solo da parte degli studiosi in materia, di qualche teologo o di esperti di ecumenismo, ma di tutta la massa della cristianità, della grande porzione del popolo. In questo arduo cammino fatto di timidi passi di dialogo e riconciliazione tra Chiesa e Israele, il Carmelo rilegge le sue origini e vi trova qualcosa di insospettato, un filo d’oro che, anteriore alla stessa fondazione dell’Ordine, ne attraversa tutta la storia, la spiritualità, la Regola, i santi… un filo d’oro che oggi chiede di essere riconosciuto, di risplendere: è l’affinità con l’ebraismo.

L’esame di questa affinità viene, qui, concentrato in diversi punti unicamente per schematizzare il discorso e andare con un certo ordine, ma in realtà si tratta di relazioni e somiglianze strettissime, capillari, diffuse, allo stesso modo di come un figlio può somigliare al padre per il colore degli occhi o la forma della bocca o per la statura ecc… ma non si potrà mai dire quanto gli assomigli nell’intensità dello sguardo, o nella maniera di fare, o nell’espressione del linguaggio, ciò rimane indefinibile, un qualcosa che non si può precisare e che tuttavia è ben presente e reale.

Il monte Carmelo

Il sorgere dell’Ordine Carmelitano si riallaccia a un gruppo di fedeli cristiani (penitenti, pellegrini) che, provenendo dall’Europa – e quindi latini – in linea con la “peregrinatio hierosolymitana” allora in voga, si stabilirono al Monte Carmelo più o meno nel periodo della terza crociata, 1189-1192. Essendo in atto l’occupazione dei Saraceni, che tra l’altro avevano conquistato Gerusalemme, i pellegrini che giungevano in Terra Santa dovevano trovare dei luoghi sicuri. È questo uno dei motivi per la scelta di dimorare sul monte Carmelo, appartenente al Regno Latino e protetto da fortilizi militari. Il monte Carmelo è l’ultima parte di una catena montuosa in Terra Santa, oggi Israele. Il suo nome in ebraico significa: giardino, frutteto, in riferimento alla sua rinomata fertilità e vegetazione spontanea. È un monte caro alla tradizione biblica: cfr Is 35, 2; Ger 50, 19; Ct 7, 6. In esso si vede anche il luogo del rinnovo dell’alleanza con Dio attraverso il profeta Elia (1 Re 18, 20-46).

Giovanni Paolo II, durante un’udienza ai Carmelitani, affermava: “Il Carmelo vanta una lunga storia, che affonda le proprie radici nella tradizione e nella spiritualità biblica. Esso infatti si ricollega col monte sul quale gli antichi “figli dei profeti” stabilirono il centro di attrazione e di ispirazione per quella parte di popolo ebraico che desiderava rimanere fedele al Dio di Israele e alla sua rivelazione. In tali propositi gli israeliti erano spronati e sostenuti dagli esempi e dalla predicazione del profeta Elia…”. I primi carmelitani erano pienamente consapevoli di tutto ciò. Sapevano di abitare in un luogo in cui, ai tempi di Elia, pii israeliti vivevano un puro e autentico culto al Signore ed erano fedelissimi allo javhismo.

Il Targum al Cantico dei Cantici del versetto suindicato dove si accenna al Carmelo, ha questa interpretazione: “E il re, costituito capo sopra di te, è giusto come il profeta Elia che arse di zelo per il Sovrano del cielo e uccise i profeti di menzogna sul monte Carmelo e riportò il popolo della casa di Israele al timore del Signore Iddio”; il Cantico Rabba ha quest’altra interpretazione: “Disse il Santo – benedetto Egli sia – a Israele: il capo che è su di te è come il Carmelo, e i poveri che sono fra voi mi sono cari come Elia che salì al monte Carmelo”. Probabilmente i nostri eremiti carmelitani non erano a conoscenza di questi testi di matrice ebraica (i tempi non lo consentivano), ma certamente furono pronti a recepirne tutta la ricchezza simbolico/spirituale. Lo vedremo meglio più avanti.

Elia

Il monte Carmelo richiama alla memoria le gesta e la vita del grande profeta Elia: egli rimane il massimo punto d’incontro e parentela tra i carmelitani e gli ebrei. L’haggadah elianica nella tradizione rabbinica-ebraica, sviluppatasi soprattutto in Oriente, ha talmente influenzato il patrimonio culturale e spirituale dei carmelitani da farne i più autorevoli portavoce su Elia in Occidente. I primi eremiti sul monte Carmelo, là dove si sentiva la presenza quasi fisica del grande profeta, là dove presero dimora “presso la fonte di Elia”, lo considerarono subito, come una cosa molto naturale e spontanea, loro padre e guida, modello ispiratore. Da chi appresero questa profonda venerazione nei confronti di Elia? È ormai documentato ampiamente come i primi eremiti carmelitani attingessero abbondantemente alle tradizioni giudaiche sul profeta Elia. Porto solo qualche esempio. Quando i carmelitani furono costretti dai Saraceni ad abbandonare la montagna del profeta e ad emigrare in Europa, portarono con sé le loro tradizioni eliane. Allorché venivano interrogati circa la loro origine, dichiaravano di essere i successori di Elia e di Eliseo. Per confermare tale pretesa si rifacevano alla tradizione, vecchia di secoli, secondo cui il primo discepolo di Elia fu Giona, il figlio della vedova di Sarepta. Essa l’aveva affidato alle cure di Elia dopo che il profeta l’aveva riportato in vita. Questo Giona diventò il celebre profeta di Ninive. Affermazioni del genere oggi ci lasciano perplessi, ma non sono un’invenzione dei carmelitani; si possono trovare nelle prime fonti cristiane. Per esempio Severo di Antiochia, patriarca monofisita santo e martire, afferma che quella tradizione aveva fonti ebraiche. Che il popolo giudaico fosse convinto di una certa relazione fra Elia e Giona è fuori di ogni dubbio. Lo riporta anche Elie Wiesel, un sopravvissuto dell’olocausto di Auschwitz, nella sua incantevole storia di Elia: “Una fonte colloca Giona dopo Davide e Samuele. Ci si chiede perfino di credere che era uguale ad Elia che lo aveva ordinato”. Tale tradizione venne ripresa dai carmelitani del medioevo che l’usarono al massimo.

Molto prima che l’Ordine del Carmelo fosse costituito mediante la Regola Albertina, un’antica tradizione giudaica affermava che Elia era celibe. Con riferimento a fonti bibliche o talmudiche Elie Wiesel dice di Elia: “Non ha una professione particolare; di fatto è disoccupato, senza casa e celibe”. I primi scrittori cristiani fecero propria la tradizione giudaica. Non deve sorprenderci allora che, ricchi di questa conoscenza della tradizione giudaica e cristiana, i carmelitani abbiano visto in Elia il celibe ideale.

Elia assunto nel turbine lascia senza risposta una domanda: è morto Elia? E se no, ritornerà? Secondo pie tradizioni giudaiche Elia vive ancora. Egli compare spesso in questo mondo, per lo più come un angelo, per accompagnare il popolo ebraico nel suo lungo e doloroso pellegrinaggio. Nel rito della circoncisione viene lasciata libera una sedia: è la sedia di Elia. Forse il profeta potrebbe apparire durante la cerimonia. E nella cena pasquale – il seder – viene posto sulla tavola un bicchiere di vino in più: è per Elia, qualora dovesse arrivare durante la celebrazione. Elie Wiesel, basandosi su tradizioni ebraiche, scrive: “Ma un giorno egli [Elia] verrà e si fermerà. In quel giorno accompagnerà il Messia al cui destino è legato. L’uno non può portare a termine la propria missione senza l’altro. Perché giunga il Messia, deve essere preceduto e annunciato da Elia. Nel frattempo, egli consola e occasionalmente cura i malati. Incoraggia i deboli. Corre dei rischi e sfida i nemici per salvaguardare la sopravvivenza ebraica: non abbiamo miglior difensore in cielo di Elia. Egli è legato al dolore ebraico e parla di esso a Dio”.

Un nostro storico carmelitano, padre Emanuele Boaga, in una sua conferenza sul profeta Elia ha detto: “Nell’esegesi rabbinica talmudica di Elia si sottolinea l’essere plasmato e guidato solo dalla parola di Dio e il suo cuore indiviso, tutto davanti a Dio, e tutto dedito al servizio dei piani divini. Elia prepara i tempi messianici come artefice di pace. Nella tradizione popolare ebraica Elia è considerato grande maestro e ritenuto l’autorità capace di rispondere a tutte le questioni irrisolte del tempo messianico. Egli appare come il precursore del Messia e gli si attribuisce una partecipazione sempre più attiva alla redenzione dell’umanità […] Elia è la figura più amata nel folklore giudaico, forse anche per il fatto che egli risulta sempre molto attento alle necessità di esso. Per gli ebrei Elia è un personaggio vivente, che non appartiene solo al passato e che accompagna Israele nel suo continuo pellegrinaggio nel mondo. Nei pericoli è avvocato e soccorritore del popolo giudaico”.

Gerusalemme

Nella norma di vita che i primi eremiti sul monte Carmelo chiesero e ottennero da sant’Alberto, patriarca di Gerusalemme, vi è un costante riferimento alla prima comunità gerosolimitana, cioè quella prima chiesa di giudei che divenne la Chiesa madre di tutte le chiese. Chi conosce anche solo vagamente la storia della Chiesa e soprattutto la storia dei momenti critici di essa, sa di sicuro come la memoria della chiesa primitiva e soprattutto lo stile di vita dei credenti di Gerusalemme (At 2 e 4) sempre hanno costituito un modello, un esempio, un’ispirazione stimolante. Quando poi si pensa a quanto i crociati sognassero di raggiungere Gerusalemme, di contemplare “le sue mura”, di salutarla da lontano e di venerare i luoghi che ricordavano episodi della vita di Cristo, allora si capirà come Gerusalemme fosse davvero il centro di tutti i sospiri e i progetti di coloro che andavano verso la Terra Santa. Se questo era il clima generale di tutto l’Occidente, bisogna sospettare che anche i carmelitani ne dovevano essere pervasi, arrivando al punto da individuare nell’ideale di Gerusalemme il nucleo centrale e intenzionale della Regola.

Ma quale Gerusalemme i pellegrini andavano a contemplare? O quale Gerusalemme i crociati volevano conquistare? Gerusalemme appartiene a Israele per vocazione divina. C’è una visione cristiana di Gerusalemme, c’è un affetto cristiano per Gerusalemme, c’è un legame forte dei cristiani con la città santa, ma questo non può significare appartenenza, o possesso da parte di quelli la cui vocazione è di essere, secondo l’autore Diogneto, “senza una patria” (V, 1 ss). La Chiesa per vocazione è paroikìa (esilio) e i cristiani sono pàroikoi (1 Pt 2, 11) perché la loro patria è nei cieli. I cristiani, indubbiamente, hanno un legame con la terra d’Israele e con Gerusalemme, ma il legame più manifesto oggi è quello con i cosiddetti luoghi santi, il legame dei pellegrini cristiani che visitano il paese fin dal IV secolo, legame che è vissuto come un diritto di proprietà dei luoghi dei “passi di Gesù”, come un memoriale dell’incarnazione. Io credo che questo legame con il luogo della tomba vuota, con il cenacolo o con il monte degli Ulivi è sacrosanto, ma è un legame che non deve mai essere isolato dalla visione di tutta la terra, di tutta Gerusalemme nella storia da Abramo fino al muro occidentale del Tempio, storia che è quella del popolo delle promesse e delle benedizioni, di tutto il popolo d’Israele che ancora oggi è una realtà vivente in alleanza con il suo Dio.

Ci viene quasi spontaneo il dedurre che i primi eremiti del Carmelo non avessero affatto questa “visione” della Terra Santa, la prospettiva ecumenica nel medioevo era davvero tanto lontana… Ma ci sono alcuni indizi che fanno pensare ad una certa consapevolezza “ebraica” dei carmelitani nel loro rapporto con Gerusalemme.

La Sacra Scrittura, ad esempio. Nella Regola del Carmelo è forte l’insistenza di nutrirsi della Parola di Dio, di meditare giorno e notte la legge del Signore (cfr cc. 10 e 1916). La stessa Regola è inzuppata di passi biblici, dell’Antico e del Nuovo Testamento: “per i cristiani che leggono, pregano, credono, aderiscono alle Scritture, Gerusalemme è innanzitutto una realtà precisa, localizzabile, storica, non trasportabile e non scambiabile. Il cristiano [o il carmelitano] che legge la Bibbia deve fare molta attenzione: il carattere teologico di Gerusalemme è inseparabile dal suo esistere reale di comunità di credenti nella storia, quale città. “Il Signore è là!” (Ez 48, 35), precisamente là, localizzabile là, in Gerusalemme”. Risulta difficile pensare che i primi carmelitani, sprofondando nella pagine della Bibbia, non abbiano percepito lo spessore di carne e di pietre di tutta l’intera storia della salvezza! Cantando “le mura di Gerusalemme e i suoi baluardi” (sal 121), come credere che non abbiano avuto presente la città reale, umana, geografica, biblica e storica, città con la polvere delle sue case? Gesù, il Signore del luogo che i carmelitani avevano scelto di servire, nella preghiera e in santa penitenza, non è il Messia che realizza la Legge e i Profeti? È impossibile che la pagina genealogica di Gesù, nei vangeli di Mt e Lc, non abbia evocato in loro profonde risonanze sul vissuto religioso del popolo giudaico: si veda, per esempio, la seconda strofa dell’inno “Flos Carmeli” che chiama Maria Radix Jesse.

Ma c’è un’altra traccia che lascia intravedere quanto attingessero dall’ebraismo, una traccia trascurata quanto palese:

Le leggende. Oggi, a noi, la leggenda non dice nulla, ci sembra pura fantasia, un’invenzione da screditare. Per l’uomo del medioevo non era così: egli era attento e sensibile al simbolismo, ai significati spirituali, e non narrava la storia così come facciamo noi, troppo preoccupati a documentarla e a definirla. La leggenda era una sorta di letteratura nel medioevo, e rispondeva al bisogno di assimilare valori vitali attraverso un linguaggio simbolico. Abbiamo già visto come i primi carmelitani facessero proprie leggende eliane di origine rabbinica-talmudica; ma tante altre leggende hanno questa origine ebraica come se questa fosse un canovaccio, un filo conduttore.

Ad esempio una leggenda diceva che la famiglia di Gesù dimorava a Nazareth ed usava visitare, di quando in quando, i pii eremiti carmelitani che vivevano sul monte Carmelo. Questi conoscevano l’eccelsa dignità di Maria Santissima attraverso la visione del loro fondatore, il profeta Elia, che la vide prefigurata nella nuvoletta apportatrice di pioggia copiosa e benefica, dopo tre anni di siccità. E in suo onore avevano edificato un tempio. In occasione delle ricordate visite essi andavano incontro alle persone sacre, conducendole poi in processione alla cappella, per prestare ad esse gli omaggi della loro profonda venerazione. Sant’Anna, Maria Santissima e il Divino Infante prendevano posto sull’altare e veniva acceso un candelabro a sette braccia. Il candelabro a sette braccia è la menorah. Un’altra leggenda parla dell’incontro di Maria con le vergini sue compagne sul Carmelo, affermando che le donne ebree di Nazareth sono le più belle di tutta la regione e questo era stato loro concesso da santa Maria che affermavano essere loro parente. Qui si parla di “donne ebree”, parenti della Madonna, e i carmelitani si designano come Fratelli della Beata Vergine Maria.

Ancora un’altra leggenda che si riferisce alla nascita di Elia: “fu un uomo di Dio della tribù di Aronne, della quale tribù nacque la vergine Maria, Sobach. Fu della città Tisbe, che è della provincia di Galaad. E questo Sobach ebbe un figliolo: si chiamava Elia di Tisbe. Dice lo scrittore Pietro Mangiante sopra i quattro libri dei Re: leggesi che Sobach, padre di Elia profeta, innanzi che nascesse Elia vide in sogno l’angelo che gli dimostrava uomini vestiti di bianco, i quali salutavano Sobach. Dopo tale visione andò in Gerusalemme e lo disse ai saggi: e gli fu risposto dagli uomini sapienti queste parole: il fanciullo, il quale nascerà dalla tua donna, giudicherà il popolo di Israele con la spada di fuoco”. Alla leggenda si aggiunse anche il particolare che gli uomini vestiti di bianco veduti nel sogno dal padre di Elia, Sobach, altri non fossero che i carmelitani che il fanciullo avrebbe fondato. Da notare che tale leggenda, oltre a contenere nomi e luoghi tipicamente giudaici, fu rappresentata in una tavola dal pittore Pietro Lorenzetti (oggi conservata nella pinacoteca di Siena e che risale al 1329) e in questo dipinto addirittura viene raffigurato un tallit, lo scialle che gli ebrei tuttora usano per la loro preghiera. Che cosa spingeva i carmelitani ad usare simboli e midrashim ebraici? Forse inconsapevolmente cercavano le radici della fede cristiana?

Sono veramente tanti gli indizi che ci inducono a pensare quanto la prima generazione dei carmelitani formasse la sua storia e spiritualità su una base di letteratura e liturgia giudaica e come ciò abbia influito sulla loro visione “israelitica” della città di Gerusalemme. “Da tutti questi elementi possiamo dire che – anche se non esistono prove assolute del legame fra progetto di vita e ispirazione gerosolimitana – tuttavia ci sono moltissimi spunti del testo e dell’ambiente, che sembrano condurre verso questa linea. Così appare significativo che coloro che erano partiti dall’Europa per arrivare a contemplare i luoghi dove si era “manifestata la bontà di Dio nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini” (1 Tito 3, 4), non potendo arrivare fino alla città santa, occupata dai Saraceni, abbiano cercato di ricostruirne i simboli e i valori nel luogo dove si erano ritirati. Così si manteneva viva la speranza di vedere Gerusalemme terrena…” la città di Davide, il luogo santo che era ed è una sola realtà, un luogo preciso, una entità storica legata in modo inscindibile alla storia di Israele, il popolo di Dio. Solo in questo senso può capirsi l’invito di un noto autore carmelitano: per legittima dilatazione di significato delle origini, i carmelitani possono avere un ruolo più attivo nel dialogo con gli eredi della Terra Promessa (arabi, palestinesi e israeliti); avere maggiore attenzione ai legami spirituali e culturali con la loro esperienza; sentirsi responsabili dell’incontro fra Oriente e Occidente, fra le rispettive saggezze spirituali (mistiche, simboliche, iniziatiche). Le antiche vicinanze geografiche potrebbero stimolare un recupero vitale espresso in termini nuovi. È come fare ancora la “peregrinatio hierosolymitana” ma in prospettive innovative.

È una sfida e una nuova profezia rivolta a tutti i carmelitani di prendere coscienza della nostra tradizione ed eredità e farne la nostra missione oggi, in risposta agli auspici dei documenti magisteriali della Chiesa (cfr dichiarazione Nostra Aetate, i Documenti ufficiali della Pontificia Commissione per i Rapporti con l’Ebraismo, i Discorsi e i gesti significativi di Giovanni Paolo II durante il suo viaggio in Israele nell’anno giubilare del 2000).

Nella Regola

Al capitolo 9 la Regola dice: la cella del Priore sia presso l’entrata del luogo di abitazione, così che egli possa essere il primo ad accogliere coloro che vi giungano da fuori… È forse un accenno all’ospitalità abramitica (cfr Gen 18, 1-5)?

Al capitolo 10 si raccomanda di meditare giorno e notte la “legge del Signore” (cfr Salmo 1). Quest’ultima espressione è tipicamente veterotestamentaria e nel linguaggio ebraico designa la Torah. Anche i rabbini raccomandano insistentemente ai loro discepoli di meditare la Torah: “l’ebraismo è chiamato civiltà del commento. “La Torah non è in cielo” (Dt 30, 12), ma nel commento: l’uomo cerca con ansia la Parola autentica di Dio, e Dio gli viene incontro: “la Parola è vicinissima a te, è sulla tua bocca, nel tuo cuore” (Dt 30, 14): nel cuore umano è presente lo Spirito che permette percezione e adeguamento della Parola ai tempi: così il commento è una progressiva teofania di Dio”.

Quasi tutto il capitolo 12 si ispira al modello della primitiva comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme: “nessuno dei fratelli dica che qualche cosa è di sua proprietà, ma tutto sia in comune tra di voi e si distribuisca a ciascuno quello di cui ha necessità, per mano del Priore […], tenendo conto dell’età e dei bisogni di ciascuno”.

Il progetto di collocare la cappella in mezzo alle celle del capitolo 14 (“l’oratorio costruitelo in mezzo alle celle, se si può fare con una certa comodità…”) richiama perfino alla lettera l’edificazione del nuovo tempio descritta da Ez 48, 8 “in mezzo alle tribù il santuario”.

Il capitolo 19, proprio al centro, contiene una parte dello Shema Israel: “rivestitevi della corazza della giustizia per poter amare il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutte le forze…”. Con tutta probabilità, in questo versetto della Regola, l’autore si ricollega a Lc 10, 27 ma la citazione evangelica è desunta da Dt 6, 4-9, lo Shema, il credo per eccellenza dell’ebraismo, il cui uso liturgico e l’obbligo di recitarlo mattina e sera è attestato storicamente già un secolo prima dell’era cristiana e di esso si sono nutriti giorno dopo giorno Gesù, la Vergine Maria, gli Apostoli e le prime comunità cristiane.

Anche il riferimento nei capitoli 20-21 all’apostolo Paolo, a colui che superava nel giudaismo la maggior parte dei suoi coetanei e connazionali (Gal 1, 13-14), in quanto, come fariseo, era vissuto nella setta più rigida della religione ebraica (At 26, 4-5), può leggersi entro questa tematica. Certamente sarebbe troppo riduttivo prendere l’esempio di san Paolo solo per quel che riguarda il lavoro e il silenzio, come sembra dalla stringatezza letterale dei suindicati capitoli. I primi carmelitani, abituati alla lettura e alla meditazione della Parola, e spronati dalla stessa Regola a imitare le gloriose gesta dell’Apostolo (“seguendo lui non potete sbagliare”) non avranno certo ignorato quelle pagine mirabili dove l’ebreo Paolo di Tarso, beniaminita, parla del “resto d’Israele” (Rom 9 e 11) e della irrevocabilità dell’elezione divina.

Negli Scritti

Nei primi testi medievali degli autori dell’Ordine si trova il tentativo di spiegare in modo spirituale il nome “Carmelitano”, e in questi testi ricorre frequentemente la definizione “scienza della circoncisione”. Fra gli altri, riportiamo un passo di Tommaso Bradlhey: “e giustamente i Fratelli della circoncisione sono chiamati Fratelli della Beata Maria Vergine: infatti il Carmelo, per comune interpretazione, è ciò, cioè che conosce la circoncisione”. Come non trovarvi un’eco della circoncisione prescritta da Dio nella sua alleanza con Abramo (Gen 17, 10-11) e della “circoncisione del cuore” di cui parla Geremia (4, 4) e san Paolo (Rom 2, 25-29)? Sempre a proposito di circoncisione, riferiamo una credenza diffusa nell’ebraismo, ripresa e commentata da autori carmelitani. Così Daniele della Vergine Maria nel suo Phoenix saeculorum la ricorda: “è tradizione presso gli ebrei che a Elia sia stata donata questa grazia “di conoscere le cose che avvengono nel mondo e di curarsi di queste”, in modo che non vi sia nessuna circoncisione alla quale Elia non sia invisibilmente presente”.

Altri scritti dei primi autori carmelitani si riallacciano in qualche modo al giudaismo. Giovanni di Hildesheim, nel suo “Dialogus inter directorem et detractorem” parla di un ricco giudeo, presso il quale si riunivano gli altri poiché era il più ragguardevole, che viveva a Tolosa in Francia, e lì fu favorito da una visione della Vergine che gli appariva sopra un albero del suo frutteto. Consigliatosi con un sacerdote da lui stimato, donò la campagna dove gli appariva la Vergine ai carmelitani, che non avevano ancora un convento in quella città, e dopo si fece battezzare con tutta la sua famiglia.

Un altro autore carmelitano, Giovanni Hornby, nella sua difesa del titolo mariano dell’Ordine adduce tra le sue argomentazioni il rapporto di stirpe dei “fondatori” del Carmelo (Elia e Maria provenienti entrambi dalla stirpe di Aronne), ed anche il fatto che il primo convento a Gerusalemme venne fondato presso la Porta d’Oro, luogo dell’incontro tra Gioacchino ed Anna, con concepimento di Maria.

Anche autori carmelitani contemporanei, che descrivono la mistica del Carmelo, sentono come la “necessità” di rifarsi a scrittori e filosofi ebrei.

Nella vita

C’è un elemento particolarissimo che conferma quanto il Carmelo sia legato all’ebraismo: gli ebrei che, passati al cristianesimo cattolico, sono entrati nell’Ordine Carmelitano. Come mai l’ebreo cristiano, che non fa mai una scelta che rinnega le sue radici, si sente a proprio agio nel Carmelo? Cosa vi sente di familiare, di “conosciuto”?

Proponiamo adesso quattro figure di ebrei che, con vocazioni diverse, hanno vissuto la spiritualità carmelitana. Volutamente tralascio la leggendaria pseudobiografia di Sant’Angelo martire, scritta da un certo Enoch, secondo il quale Angelo sarebbe figlio di ebrei, ma tale racconto biografico, secondo gli storici, non merita alcuna fiducia, anche se verrebbe da chiedersi come mai i primi carmelitani vollero il loro primo santo martire proveniente dalla razza ebraica… Comunque, lasciando da parte l’intento parenetico del racconto, iniziamo con la figura più conosciuta e più luminosa, un vero astro del firmamento della santità: santa Teresa Benedetta della Croce, più famosa con il suo nome di Edith Stein. Nata a Breslavia (città tedesca al tempo di Edith, oggi appartenente alla Polonia) il 12 ottobre 1891, apparteneva a una famiglia di razza e di fede ebraica, ciò nonostante a vent’anni circa si definì atea. Filosofa, conferenziera e appassionata ricercatrice della verità, incontrò Cristo attraverso la lettura delle Opere di santa Teresa d’Avila, nell’estate del 1921. Con la conversione sentì immediatamente la vocazione al Carmelo, ma dovette attendere dodici anni prima di entrare nel monastero delle carmelitane di Colonia. La persecuzione nazista non la risparmiò: morì ad Auschwitz il 9 agosto 1942, assieme alla sorella Rosa, anch’ella passata al cattolicesimo e divenuta terziaria carmelitana.

Quando cominciò a capire – in un progressivo processo di approfondimento e conoscenza della fede – che Gesù di Nazareth, Maria vergine e i primi apostoli erano ebrei, da questa consanguineità sentirà un santo orgoglio. Scriveva: “Lei non sa che cosa significhi per me essere figlia del popolo eletto, e appartenere a Cristo non soltanto spiritualmente, ma anche nella parentela di sangue”. Giovanni Paolo II, durante la canonizzazione di Edith Stein, auspicava che la sua testimonianza “valga a rendere sempre più saldo il ponte della reciproca comprensione tra ebrei e cristiani”.

Un’altra figura, stavolta maschile, è quella di P. Daniele Oswaldo Rufeisen, nato in Polonia da famiglia ebrea nel 1922. Durante la bufera della seconda guerra mondiale, nella quale perse i genitori ad Auschwitz, visse nascosto dalle suore risurrezioniste, ricevette il battesimo e poi entrò al Carmelo. Essendo ebreo, desiderava andare in Israele per annunciare Cristo. E infatti, nel maggio del 1959, lasciata la Polonia, si stabilì nel monastero “Stella Maris” sul monte Carmelo, culla dell’Ordine Carmelitano. All’inizio si occupò soprattutto delle coppie miste cristiano-ebree, provenienti anzitutto dall’Europa orientale. In seguito creò, presso la parrocchia carmelitana di rito latino in Haifa, la comunità cristiana profondamente inserita nella tradizione e cultura ebraica e di conseguenza si servì della lingua ebraica nella liturgia. Era convinto che soltanto in questo modo si possono ottenere copiosi frutti nel lavoro di evangelizzazione fra gli ebrei. Morì il 30 luglio 1998, all’indomani del suo ricovero in ospedale ad Haifa (Israele) e la sua dipartita fu ricordata anche dai mass media israeliani e dalle comunità ebraiche che tanto lo stimavano.

Quasi contemporanea di padre Daniele è la figura di Odette Fleischmann, nata a Parigi nel 1928. Ella stessa si racconta: “Sono nata in una famiglia ebrea praticante, i miei genitori frequentavano regolarmente la sinagoga. Sono figlia unica… i miei genitori erano molto buoni con me, ma allo stesso tempo io dovevo comportarmi bene. Eravamo felici, ma ecco che scoppia la guerra! In questi frangenti ho vissuto con i miei genitori dei momenti tragici. A quell’epoca dovevamo portare la stella di David, di colore giallo, con la scritta in nero “ebreo”. Mamma ed io la portavamo sui risvolti dei nostri cappotti. Mamma, non volendo che soffrissi per gli orrori della guerra, accetta che mi prepari al battesimo. Il 20 dicembre 1942 divento cattolica. Avevo allora 14 anni… Il pomeriggio ricevo il sacramento della Cresima dalle mani del Card. Suhard. Sono felice e se ben ricordo, quel giorno ho detto al buon Dio: io sono tutta per te”. Persi entrambi i genitori durante la guerra, Odette matura le esigenze del suo battesimo e nel 1950 entra nella Famiglia Missionaria Donum Dei, affiliata all’Ordine Carmelitano, consacrandosi totalmente a Dio e al servizio dei fratelli. Lavora a Parigi, in Argentina, in Perù donandosi con tutte le sue forze: “è veramente una povera ragazza che hai scelto come sposa del tuo Gesù, [o Maria], una povera ragazza di origine ebrea, che la sua mamma, prima di morire deportata, ha fatto battezzare all’età di 14 anni. Questa povera ragazza, fragile di salute, con sette costole in meno, dal giorno in cui ha accettato di dire sì e di conformare la sua volontà a quella di Gesù si è offerta con tutto l’amore…”. Morì in una data assai significativa, il 9 agosto del 2000, festa di santa Teresa Benedetta della Croce: anche Odette, infatti, come Edith Stein, era ebrea e carmelitana.

È del XIX secolo la testimonianza di un altro ebreo carmelitano, Hermann Cohen. Nato ad Amburgo il 10 novembre 1821, figlio di Israele, ragazzo prodigio della tastiera, pianista applaudito in mezza Europa, giovane uomo dissoluto e libertino, entra infine al Carmelo nel 1849 divenendovi padre Agostino Maria del Santissimo Sacramento. Figlio spirituale di Teodoro Ratisbonne (altro ebreo convertito al cristianesimo, gesuita, fondatore, assieme al fratello Alfonso, della Congregazione delle Suore di Sion), lavora per la ricostruzione del Carmelo in Francia e in Inghilterra e, dopo la disfatta francese del 1870, parte come cappellano dei prigionieri e muore a Spandau, presso Berlino, nel 1871.

Conclusioni?

Da quanto si è detto, il Carmelo ha avuto, ed ha ancora oggi fra i suoi membri, ebrei che hanno vissuto la loro conversione ed esperienza cristiana con una consapevolezza profonda ed irrinunciabile di quel vincolo di carne e di sangue che li univa da sempre e per sempre al popolo eletto. Perché gli ebrei cristiani si sentono attratti dal Carmelo? Vi trovano qualcosa della loro tradizione religiosa?

Don Giuseppe Sorani, religioso della Congregazione di don Orione, ebreo, sacerdote ed esegeta, la prima volta che visitò il nostro Carmelo disse, appena entrato: “Sapete qual è la mia prima impressione quando entro in un Carmelo? Di trovarmi in terra d’Israele… e quindi a casa”. Lo stesso, durante una conversazione con la nostra comunità, associò la vocazione del popolo ebraico a quella del Carmelo: “Non è forse vero che il vostro Ordine si riallaccia al profeta Elia, il quale difese sul Carmelo l’alleanza e la santità del Dio vivente? E che da Elia avete ricevuto in eredità lo zelo ardente nell’amare il Signore e nel proclamarlo unico Dio? Questa è anche la vocazione di Israele. Pensate quale grande dono: il Signore vi ha fatto partecipi – e l’ha fatto solo a voi – della chiamata unica e irripetibile che ha rivolto al suo popolo. Da quel momento Israele e il Carmelo sono uniti da un’unica vocazione”.

Probabilmente ci troviamo davanti ad un’ispirazione profetica che invita il Carmelo a rileggere le sue origini e l’aspetto carismatico proveniente dal fatto che sia nato in Terra Santa. E se fosse davvero un’intuizione che mette in luce il nostro filo d’oro?…

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