Santa Teresa di Gesù o d’Avila

Profilo Biografico

Teresa de Ahumada y Cepeda

Teresa de Jesús, la donna che salì al sommo della gloria mondiale per la grandezza della sua santità e per lo splendore delle sue imprese, venendo anche nominata, come prima donna, Dottore della Chiesa, nacque ad Avila il 28 marzo 1515, da Alonso Sánchez de Cepeda e da Donna Beatrice de Ahumada.

La sua fanciullezza fu segnata da un precoce amore per il Signore, insegnatole soprattutto dalla madre. È famoso il suo tentativo di fuggire alla terra dei mori, col fratellino Rodrigo, per trovarvi il martirio, o il suo costruire insieme a lui, nel giardino paterno, romitaggi e monasteri, per vivere nella solitudine l’incontro con il Signore. Teresa è una bambina che amava ripetere: Sempre, sempre! pensando di morire e così di vivere sempre con Dio.

Nascita di una vocazione

Verso i 14 anni rimase orfana di madre; l’adolescente a contatto con una cugina piuttosto frivola e subendo l’influsso dei romanzi di cavalleria, una passione della madre che li leggeva di nascosto dal marito, s’inclinò alla vanità. Provò un affetto intenso per un cugino, proprio nel periodo in cui la sorella maggiore Maria si stava sposando e quindi sarebbe venuta a mancare una presenza femminile nella sua casa.

Il padre decise allora di seguire l’uso delle famiglie benestanti della città, affidandola per la sua educazione alle Agostiniane di Avila. Qui Teresa ebbe la fortuna di incontrare una santa religiosa; il frequente contatto con lei riuscì ad allontanarla dalle vuote compagnie e a porre nel suo cuore il germe di una vera vocazione.

A 21 anni infatti, dopo l’opposizione paterna alla sua chiamata, fuggì il 2 novembre 1536 dalla sua casa per entrare nel monastero carmelitano dell’Incarnazione di Avila, consacrandosi per sempre al servizio di Dio.

Si distinse, giovane professa, per la sua singolare virtù; ma purtroppo una strana e misteriosa malattia la colpì nel fiore della sua età, portandola quasi alla morte. Anzi, sembrò a chi le era vicino già morta, tanto che le scavarono la fossa nel cimitero monastico.

Dopo quattro giorni di catalessi, riprese a vivere: era però in uno stato pietoso. Rattrappita per fortissimi dolori di nervi, si ravvolgeva in se stessa come un gomitolo. Quello che i medici non riuscirono a fare, lo fece la preghiera e il ricorso ai santi del cielo: S. Giuseppe, il santo che fu da lei tanto prediletto, la riportò alla salute, con un vero miracolo.

Convalescente, tornò al monastero dell’Incarnazione, dal quale era uscita per le cure. Riprese la sua vita ascetica e la sua fervente preghiera, stimolata nella direzione dell’orazione dalle letture indicatele dallo zio Pietro di cui era stata ospite.

Il demonio però, prevedendo che proprio quella giovane religiosa avrebbe potuto strappargli col tempo molte persone, con la sua attraente personalità e col suo amore per Dio, fece quanto poteva per spegnere nel cuore la fiamma di questo comunicativo amore.

Attraverso le grate del monastero, Teresa incominciò a dialogare con molte persone del secolo, portando la conversazione anche su questioni frivole e piuttosto mondane, fino – dice lei stessa: – “a vergognarmi di continuare con Dio quella particolare amicizia che deriva dall’orazione”. Teresa però legge questo periodo della sua vita quando è giunta al culmine della sua personale maturazione e interpreta queste sue mancanze con colori più oscuri della verità stessa.

Dio stesso però, che vegliava su di lei, con segni interni ed esterni di disapprovazione, le fece capire la meschinità del suo comportamento. Teresa si dette per vinta: troncò ogni relazione con le persone che la frequentavano e tornò con molta generosità alla pratica dell’orazione, prima assai trascurata.

Da allora in poi l’orazione divenne il suo bene più grande, disponendola ad un rapporto sempre più profondo con Dio. Raggiunse così in un tempo relativamente breve le vette più alte e l’amore pieno e totale verso Dio e verso le sorelle. Ormai muove passi da gigante. Trasportata sulle ali dell’orazione, può irradiare intorno a sé tanta luce da illuminare chi le sta attorno.

La cristianità stava attraversando in quell’epoca una forte crisi, specialmente per quella che allora era detta l’eresia dei luterani. Giungevano spesso all’orecchio della santa le sofferenze che la lacerazione della Chiesa provocava in Francia e in altre nazioni: ella ne sentiva un dolore e una pena profonda. Avrebbe voluto fare chissà quali cose, pur di ovviare a nuove divisioni, ma… si sentiva donna e, come tale, allora impossibilitata a compiere grandi cose. Non si rassegnò però all’immobilità e si decise a fare tutto quello che poteva: osservare i consigli evangelici con la più grande perfezione e procurare che facessero altrettanto tutte quelle che avrebbero voluto seguirla.

Scelta per una nuova impresa

Illuminata dal Signore, dopo aver parlato insieme ad alcune sorelle dell’Incarnazione, pensò ad una Riforma del Carmelo, ritornando alle sorgenti della primitiva Regola carmelitana.

Il 24 agosto 1562 ebbe così inizio la fondazione di San Giuseppe: il suo primo monastero riformato, che poté attuare in mezzo a moltissime difficoltà di ogni genere, sia da parte della città stessa, sia da parte di alcune persone forse istigate dal demonio.

Le nuove monache, strette in severa clausura, consumano la loro vita nella preghiera, nella mortificazione, nella comunione fraterna e nel lavoro. Alla liturgia delle ore del coro seguono due ore di orazione mentale; nel cibo si astengono completamente dalle carni e aggiungono altre penitenze.

Consumano quindi la loro vita in olocausto di gradito odore, per la gloria di Dio, per la salvezza dei fratelli vicini e lontani e si spendono in un apostolato indispensabile ed efficace per la Chiesa tutta.

Alla prima fondazione ne seguiranno altre sedici. I mezzi di trasporto da un monastero all’altro sono carri rozzi e malmessi: ella saprà cambiarli in una sorta di monasteri ambulanti, dove con un campanello si davano i segni della preghiera, della ricreazione e del silenzio, pagando i carrettieri e i viaggiatori, perché rispettino il raccoglimento delle monache.

Se l’insediamento di una comunità e la sistemazione del monastero dovrà farsi a volte di notte, per opporre il fatto compiuto a degli illegittimi oppugnatori, Madre Teresa avrà la tattica di avvisare al mattino, al suono di una campanella, che un nuovo monastero è sorto in città.

Teresa è donna dalle grandi vedute e dai desideri infiniti: ella vuole che non manchi nel suo Ordine anche il ramo maschile.

Coinvolgere anche i frati!

Medita quindi di introdurre nella sua Riforma anche i Carmelitani e vi riesce assai bene con Juan de la Cruz, che in Duruelo fonda il suo primo convento di Carmelitani Scalzi, nel 1568.

Essi avranno l’obbligo, oltre la Regola comune con le monache, ma senza clausura, di occuparsi, in parte, anche dell’apostolato diretto ed esteriore. Così, presto, si fonderanno ben 14 conventi maschili. Arriva però, come sempre, l’ora della prova: tutte le opere di Dio sono contrassegnate dalla Croce.

La tempesta che pare affogare il nuovo Carmelo non trova Teresa impreparata. Ella, imperturbabile nella sua fierezza castigliana, persuasa di aver lavorato unicamente per la gloria di Dio, attraversa con calma e pazienza le molte persecuzioni che le sopravvengono da parte degli uomini e del demonio stesso, geloso di tanto bene.

Quando sembra che la sua opera venga distrutta, perché i noviziati sono chiusi, e capi della Riforma sono in carcere o fuori dalle proprie sedi, ella, dal monastero di Toledo, dove viene rinchiusa con la proibizione di uscirne, domina la tempesta.

Con la sua numerosa corrispondenza, rianima i colpiti, rinfaccia l’ingiustizia ai colpevoli, incita le figlie alla preghiera e coinvolge il Re per il trionfo della giustizia.

Si abbandona soprattutto a Dio: viene infatti il momento della vittoria: la sua opera viene giuridicamente riconosciuta dall’autorità della Chiesa e costituita in un organismo a parte, indipendentemente dal vecchio tronco su cui era sbocciata.

Quando si tratta della gloria di Dio nessuno ferma Teresa: né la febbre che molto spesso la tormenta con i suoi malanni, né le opposizioni degli uomini, non la povertà, non gli assalti che deve subire da parte dell’inferno stesso.

È donna tutta d’un pezzo: è anche però Madre molto tenera, e la bontà naturale del suo cuore di donna sa bene temperarlo alla fiamma dell’amore divino, di cui arde come un braciere.

Sa rispondere a tutte le necessità delle figlie e se ne interessa, preoccupandosi per la loro salute materiale e spirituale, interpellando per loro, secondo le necessità, teologi e medici.

Le sue stesse effusioni con Madre Maria di S. Giuseppe, con Madre Anna, con la nipote Teresita e col P. Girolamo Gracián e molte altre persone, lasciano sorpresi per la sua calda tenerezza, per la spontaneità, la semplicità, il candore con cui apriva loro il suo cuore. Teresa era un’anima di fede; non conobbe mai la tentazione del dubbio.

Quanto più grandi erano i doni con cui Dio l’arricchiva, tanto più profondo era il sentimento della sua umiltà. Sapeva proprio soffrire quando un rapimento la sorprendeva in pubblico, come sapeva godere quando qualcuno la copriva di ingiurie.

Madre di anime e fondatrice di monasteri, si riteneva l’ultima di tutte e non voleva che le sue figlie le strappassero di mano la scopa e non volessero permetterle di lavare i piatti. Non usciva mai dalla sua bocca alcuna parola contro la carità e non si meravigliava mai delle debolezze altrui. Eccelleva nello spirito di ubbidienza, di povertà, di generosità, di prudenza.

Ma ella era grande soprattutto nell’amore, tanto che sapeva ripetere: “Signore, che altri vi serva meglio di me e che voi gli conserviate in cielo una maggiore felicità, ciò sia alla buon’ora: ne sono contenta; ma che vi sia uno che vi ami più di me, no, non lo so proprio sopportare”.

Trasaliva di gioia a ogni batter d’orologio per il pensiero di essersi avvicinata di un’ora al momento d’incontrarsi col suo Dio…

Ebbe davvero nella vita a soffrire moltissimo. Le sue continue infermità corporali non le lasciavano un momento di tregua; il martirio ineffabilmente doloroso a causa delle vie molto straordinarie per cui Dio la conduceva, l’incomprensione di confessori e di persone che la pensavano quasi indemoniata, la lotta stessa col demonio, che a volte pareva atterrirla, le ignominiose calunnie di alcuni nemici e dello stesso Nunzio Apostolico che la giudicò femmina inquieta e vagabonda le furono molte volte causa di gravi afflizioni. Con l’Amore che le bruciava il cuore, tuttavia, è lieta, anche in quelle occasioni, di poter donare qualcosa al suo Dio.

Il motivo però che pone Teresa tra le figure di primo piano, che hanno illuminato per secoli la Chiesa stessa, è senz’altro il suo sicuro e solido magistero, esplicato nella mistica, nella quale ha lasciato un’impronta veramente incancellabile della sua personalità più pratica che speculativa. Ella ha la capacità di spiegare il mistero di amore di Dio, vissuto nella sua esperienza, con una semplicità impressionante, grande dono anche questo di Dio stesso.

È solo attenta che il suo insegnamento non sia in contrasto con quello della Chiesa: in tale modo non vi è arcano della sua disciplina mistica, che ella non ricerchi e spieghi acutamente, salendo per tutti i gradi della contemplazione.

I più illustri teologi del suo tempo si stupivano nel vedere come da questa donna fossero state raccolte in un solo corpo di scritti le massime di teologia mistica, tramandate dai Padri della Chiesa.

Dopo l’ultima fondazione, quella di Burgos, la più difficile contrastata di tutte, la sua giornata volse rapidamente alla fine. Arrivata un giorno ad Alba de Tormes, vi chiudeva gli occhi in pace, il 4 ottobre 1582, consunta più dall’amore che dalla malattia. Aveva sessantasette anni.

Considerata dalla Chiesa “Madre degli spirituali”, cioè di coloro che cercano l’unione profonda con Dio, fu proclamata santa il 12 marzo 1622 e poi, il 27 settembre 1970, da Paolo VI Dottore della Chiesa.

Opere, Pensiero, dottrina di S. Teresa di Gesù

Opere, pensiero, dottrina di Teresa de Jesús

Le sue più grandi opere sono: la sua Autobiografia, in cui fa conoscere tutte la tappe complesse del suo cammino spirituale, che assurge, attraverso varie peripezie, alle vette della contemplazione; Il Cammino di perfezione scritto per desiderio e richiesta delle sue monache, che spiega, seguendo la preghiera del Padre nostro tutte le virtù e l’amore che si devono praticare per raggiungere la santità.

Per ordine del suo Superiore, Girolamo Gracián, scrisse il Castello interiore, che terminò nel 1577; in esso l’argomento è sempre l’orazione. Quelle che ella chiama Mansioni, cioè dimore, sono i diversi gradi di orazione, salendo per i quali si giunge fino al punto più alto, alla mansione centrale, dove siede il Re della gloria e dove avviene quell’intima unione dell’anima con Dio, che, per ragioni di analogia, si chiama matrimonio spirituale.

Le prime tre mansioni sono proprie delle persone che combattono ancora con le occasioni cattive, raffigurate dalla santa in certe lucertolette che s’infiltrano dovunque.

Nelle quarte mansioni la persona incomincia a incontrarsi col soprannaturale e nelle quinte mansioni entra nell’orazione di unione.

Le seste mansioni corrispondono al fidanzamento spirituale, prima del quale l’anima stessa deve attraversare tremende purificazioni, che preludono poi ad estasi, rapimenti, visioni intellettuali e immaginarie. In seguito l’anima entra nelle settime mansioni, dove il suo spirito si unisce a Dio, divenendo una cosa sola con Lui.

Così ella sa concretizzare le cose più astratte in forme sensibili e attraenti, con la forza poetica del genio e con un simbolismo che si arricchisce di sempre nuovi particolari. In questo scritto s’intravede una donna resa esperta dei doni di Dio, innalzata alle più sublimi esperienze.

Scrisse il Castello interiore in cinque mesi: parte di getto, parte con continue interruzioni dovute a viaggi o imprevisti.

Molti di voi forse sanno che anche in questo nostro secolo è stato scritto un libro celebre intitolato Il Castello. – un romanzo di Kafka in cui il protagonista è chiamato dal Signore del Castello, è assunto con regolare contratto, abbandona tutto per recarvisi, ma poi si trova nell’assurda situazione di non potervi entrare e di non potersi neppure allontanare. Appartiene al Castello perché ha un contratto da rispettare, ma non può entrarvi perché nessuno ha bisogno di lui e il Castello sembra non avere alcuna porta. È impenetrabile.

Con questa parabola angosciante Kafka voleva descrivere l’assurdità a cui è approdato l’uomo moderno.

Ebbene, trecentocinquant’anni prima, Teresa de Jesús aveva invece descritto un Castello, quello dell’anima, ricco di molteplici dimore e migliaia di stanze tutte disposte concentricamente attorno alla dimora centrale, quella più intima, nella quale abita Dio Trinità e da cui emana uno splendore intensissimo che si riflette in tutto il Castello.

Nel libro delle Fondazioni parla dei suoi lunghi, pericolosi viaggi che affrontava insieme alle sue monache, per fondare sempre nuovi monasteri, incurante delle numerose difficoltà cui andava incontro, felicissima di poter soffrire qualche cosa per il suo Dio. Così ella doveva trattare affari, stipulare contratti, immergersi nelle più distraenti preoccupazioni materiali, senza perder di vista il Signore Gesù suo Sposo.

Nella narrazione si indugia con compiacenza, talora, su alcuni fatti edificanti che avvennero nei monasteri: a volte sono narrazioni curiose, schizzate con pochi tratti di penna. Le battute spesso si moltiplicano, sotto la sua mano, senza sforzo e senza preoccupazioni di alcun genere: a volte si compiace di una leggera tinta di ironia e di buon umore che fa comprendere la continua serenità del suo spirito.

Ben 17 furono le sue fondazioni (di cui 12 dedicate a S. Giuseppe!):

il Protomonastero di San José in Avila, culla della Riforma, fondato il 24 agosto 1562;
il Monastero di San Giuseppe nella città di Medina del Campo il 15 agosto 1567;
il Monastero di San Giuseppe nella città di Malagón l’11 aprile 1568;
il Monastero della Concezione nella città di Valladolid il 15 agosto 1568;
il Monastero di San Giuseppe nella città di Toledo il 14 maggio 1569;
il Monastero della Concezione della Vergine Maria nella città di Pastrana il 23 giugno 1569;
il Monastero di San Giuseppe nella città di Salamanca il 1° novembre 1570;
il Monastero dell’Incarnazione nella città di Alba de Tormes il 25 gennaio 1571;
il Monastero di San Giuseppe nella città di Segovia il 19 marzo 1574;
il Monastero del Glorioso San Giuseppe del Salvatore nella città di Beas della Sierra il 24 febbraio 1575;
il Monastero del Glorioso San Giuseppe del Carmine nella città di Siviglia il 29 maggio 1575;
il Monastero di San Giuseppe nella città di Caravaca il 1° gennaio 1576;
il Monastero di Sant’Anna nella città di Villanueva de la Jara il 21 febbraio 1580;
il Monastero di San Giuseppe di Nostra Signora della strada nella città di Palencia il 29 dicembre 1580;
il Monastero della SS. Trinità nella città di Soria il 14 giugno 1581;
il Monastero di San Giuseppe nella città di Granada il 20 gennaio 1582;
il Monastero del Glorioso San Giuseppe di Sant’Anna nella città di Burgos, ultima fondazione di Teresa de Jesús fatta il 19 aprile 1582.

Scrive sul Modo di visitare i Monasteri delle Carmelitane Scalze, richiesta da P. Gracián, perché fosse di guida a Visitatori dei vari monasteri. In questo scritto si rivela la sua penna saggia e prudente, il senso di praticità e la cura di contemperare il rigore e la dolcezza nel modo di agire.

Gli Avvisi per le sue monache, sono una collezione di brevissimi scritti o frasi, conservate in alcuni monasteri carmelitani; non si sa se da lei stessa o raccolti dalle sorelle carmelitane, man mano che cadevano dalla sua bocca in conversazioni pubbliche o private.

Gli Scritti vari riguardano fatti avvenuti, o sfide fra Carmeli, come allora si usava fare, o raccomandazioni alle monache, ed altro.

Teresa compose anche delle Poesie, tipiche del linguaggio dei mistici. Il modo loro di scrivere infatti assume talora la foga impetuosa di un torrente di montagna, il bagliore del lampo o lo scoppio di un tuono; è invito che sa infiammare e tenerezza che fa piangere.

Sotto la sua penna balzano nella luce mille particolari deliziosi, che in pochi tratti, portano tutta la bellezza di un quadro.

Il soggetto preferito dei suoi canti sono sempre Dio, la sua brama di possederlo, il dolore di sentirsene lontana. A volte celebra anche le feste in uso nella sua comunità. La sua metrica, spesso, lascia parecchio a desiderare, perché non aveva cognizioni esatte intorno alle regole.

Antologia di testi

Orazione sacerdotale di Teresa de Jesús

Padre santo che sei nei cieli,
tuo Figlio ha trovato un modo meraviglioso
perché potessimo offrirlo in sacrificio
quante volte vogliamo:
per la sua offerta così preziosa e santa,
si arresti questa moltitudine di peccati.

Cos’è questo, mio Dio? O dai fine al mondo
o trovi rimedio a mali così gravi;
non vi è cuore che lo sopporti,
neppure quello di noi poveretti.
Ti supplico, eterno Padre,
non sopportarlo neppure tu.
Arresta questo fuoco.

Guarda, nel mondo c’è ancora tuo Figlio:
per riguardo verso di lui
cessino cose tanto brutte;
per la sua bellezza e purezza
egli non merita di stare
dove ci sono cose simili.

Non farlo per noi, Signore,
perché non lo meritiamo: fallo per tuo Figlio.
Non osiamo chiederti
che egli non stia quaggiù: che ne sarebbe di noi?
Se una cosa ti è gradita
è questo Pegno divino che abbiamo con noi.
Poiché qualche rimedio deve esservi
trovalo tu, mio Dio.

Oh, se ti avessi servito tanto
da ottenere in cambio questa grazia!
Ma non ti ho servito,
anzi forse sono i miei peccati
la causa di tanti mali.

Che posso fare, mio Dio
se non presentarti questo Pane benedetto?
Tu ce lo hai dato e io te lo ridono
e ti supplico per i meriti di tuo Figlio
di concedermi quello che ti chiedo.

Adesso, subito, mio Signore,
fa’ che si calmi questo mare!
Non sia sempre tra le tempeste
la nave della Chiesa.

Salvaci, Signore, perché stiamo per perire!

(Cammino Valladolid 35,3-5)

Ricordiamoci sempre dell’amore di Cristo

Chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente. Infatti ha sempre riconosciuto e tuttora vedo chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacratissima umanità di Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi.

Ne ho fatto molte volte l’esperienza, e me l’ha detto il Signore stesso. Ho visto nettamente che dobbiamo passare per questa porta, se desideriamo che la somma Maestà ci mostri i suoi grandi segreti. Non bisogna cercare altra strada, anche se si è raggiunto il vertice della contemplazione, perché per questa via si è sicuri. È da lui, Signore nostro, che ci vengono tutti i beni. Egli ci istruirà.

Meditando la sua vita, non si troverà modello più perfetto. Che cosa possiamo desiderare di più, quando abbiamo al fianco un così buon amico che non ci abbandona mai nelle tribolazioni e nelle sventure, come fanno gli amici del mondo? Beato colui che lo ama per davvero e lo ha sempre con sé! Guardiamo il glorioso apostolo Paolo che non poteva fare a meno di avere sempre sulla bocca il nome di Gesù, perché l’aveva ben fisso nel cuore. Conosciuta questa verità, ho considerato e ho appreso che alcuni santi molto contemplativi, come Francesco, Antonio da Padova, Bernardo, Caterina da Siena, non hanno seguito altro cammino. Bisogna percorrere questa strada con grande libertà, abbandonandoci nelle mani di Dio. Se egli desidera innalzarci fra i principi della sua corte, accettiamo volentieri tale grazia.

Ogni volta poi, che pensiamo a Cristo, ricordiamoci dell’amore che lo ha spinto a concederci tante grazie e dell’accesa carità che Dio ci ha mostrato dandoci in lui un pegno della tenerezza con cui ci segue: amore infatti domanda amore. Perciò sforziamoci di considerare questa verità e di eccitarci ad amare. Se il Signore ci facesse la grazia, una volta, di imprimerci nel cuore questo amore, tutto ci diverrebbe facile e faremmo molto, in breve e senza fatica.

(Il libro della vita, cap. 22, 6-7, 14)

Il Signore non vuole la preghiera delle labbra…

Orazione vocale è, per esempio, recitare il Padre nostro o l’Ave Maria o qualche altra preghiera, ma se non l’accompagnate alla preghiera mentale, è come una musica stonata, tanto che alle volte non vi usciranno con ordine neppure le parole… Quando pregate vocalmente cercate la compagnia del Maestro che ci ha insegnato la preghiera del Padre nostro; fate il possibile di stargli dappresso… Non vi chiedo di concentrarvi tutte su di lui, ma guardarlo.

(Cammino di perfezione, XXV 3; XXVI, 1-3)

10 pensieri di Teresa

L’amore vuole le opere.
Non abbandonate mai la preghiera.
Quando desidero qualcosa lo desidero con passione.
Tutto è perduto se non permettiamo a Dio di agire in noi. Non siamo noi che andiamo verso Dio, è Lui che ci porta nel suo cuore.
Una suora malinconica contamina tutto il convento.
Dio è presente anche in mezzo alle pentole.
Tutto ci può mancare, ma Tu, Signore di tutto, non ci mancherai mai.
Dio non vizia le anime, più le ama e più fa loro percorrere la via della Croce.
Chi ha cominciato a fare orazione non pensi più di tralasciarla, malgrado i peccati in cui avvenga di cadere. Con l’orazione potrà presto rialzarsi, ma senza di essa sarà molto difficile. Non si faccia tentare dal demonio a lasciarla per umiltà, come ho fatto io, e si persuada che la parola di Dio non può mancare.
Nel coraggio non siate donne ma uomini forti… anzi da far paura agli stessi uomini […]. Qui rinchiuse lottiamo per Cristo… Siamo venute a morire per lui.

(Teresa alle sue monache)

Cronologia

Cronologia Teresiana

Le tappe di una avventura che continua ad accadere “ancora adesso, vera ed attuale come allora”
(Cammino Valladolid 34,8)

famiglia, infanzia, adolescenza e giovinezza (1515-1535)

1515

Gottarrendura presso Avila – 28 marzo – Nasce Teresa de Ahumada da Alonso Sanchez de Cepeda e Beatriz de Ahumada. Il 4 aprile riceve il battesimo nella Chiesa parrocchiale di san Giovanni.

Fratelli di Teresa:

a) Figli di Catalina del Peso y Henao, prima moglie di Alonso Sanchez de Cepeda:
Maria de Cepeda (n. febbraio-marzo 1506)
Juan Sanchez de Cepeda (n. 1507)

b) Figli di Beatriz de Ahumada, seconda moglie di Alonso Sanchez de Cepeda:
Hernando de Ahumada (n. 1510)
Rodrigo de Cepeda (n. 28 marzo 1513?)
Teresa (n. 28 marzo 1515)
Juan de Ahumada (n. 1517?)
Lorenzo de Cepeda (n. 1519)
Antonio de Ahumada (n. 1520)
Pedro de Ahumada (n. 1521)
Jerónimo de Cepeda (n. 1522)
Agostín de Ahumada (n. 1527)
Juana de Ahumada (n. 1528)

1522

Avila – Teresa col fratello Rodrigo, compagno dei suoi fervori infantili, fugge da casa verso la “terra dei mori”.

1528

Morte di Donna Beatriz, madre di Teresa.

1531

Teresa viene mandata nel collegio delle Agostiniane. L’amicizia con una monaca, Maria de Briceno, le fa riscoprire le verità del vangelo.

monaca carmelitana (1535-1561)

1535

All’alba del 2 novembre, di nascosto dal padre, Teresa lascia la sua casa per il monastero dell’Incarnazione che appartiene alla famiglia religiosa ufficialmente designata con il nome di “Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, fondata all’inizio del secolo XIII sul monte Carmelo, attualmente nello stato di Israele, da dove presto dovette emigrare in Europa.

1537

Il 3 novembre Teresa fa la professione religiosa. Alcuni mesi dopo, una grave malattia la costringe a lasciare il monastero. Le cure di una guaritrice a Becedas la portano quasi in fin di vita.

1540

Teresa, rientrata in monastero, riprende gradualmente le forze; ma una salute precaria l’accompagnerà per tutta la vita.

Segue un periodo difficile e oscuro che durerà più di dodici anni. Teresa si dibatte tra il fervore e la tiepidezza, tra il dialogo con Dio e le conversazioni mondane, incoraggiate dai Superiori perché procuravano vantaggi materiali alla comunità sempre in difficoltà economiche.

1543

Il 24 dicembre muore Alonso Sanchez de Cepeda, confortato dalla presenza di Teresa che negli ultimi anni lo aveva iniziato al cammino dell’orazione.

1554

Inizia per Teresa una “vita nuova”. Cristo la richiama con grazie che provocano la sua conversione. Legge le Confessioni di sant’Agostino. Incontra san Francesco Borgia.

1559

In Spagna, Hernando de Valdés, inquisitore generale, pubblica l’Indice dei libri proibiti. Teresa viene praticamente privata di tutti i suoi libri spirituali, ma Cristo la consola dicendole: “Io sarò per te libro vivo”.

1560

Teresa ha due grazie mistiche determinanti, riferite nel libro della Vita: visione di Cristo e visione dell’inferno. Don Alvaro de Mendoza è nominato vescovo di Avila. Teresa incontra Pedro de Alcántara al quale confida la sua situazione interiore.

PEDRO DE ALCÁNTARA nacque ad Alcántara, in Estremadura nel 1499. Entrò nell’Ordine dei Frati Minori Francescani e nel 1540, a Pedroso, iniziò la Riforma detta degli Alcantarini, particolarmente austera. Ebbe grande stima e amicizia per Teresa de Jesùs, confortandola e consigliandola circa la riforma che stava compiendo. Morì il 18 ottobre 1562 ad Arenas.

Teresa de Jesús lo incontrò per la prima volta nella tarda estate del 1558 e poi nel 1560 nella casa di Donna Guiomar de Ulloa. Due anni dopo, nel 1562, i due si incontrarono di nuovo a Toledo e poi ad Avila nell’estate dello stesso anno. Teresa ne parla ampiamente nel libro della Vita (cfr. 27,16-20; 30,2-7; 35,5; 36,1-2.20-21).

In una serata fra amiche nella sua cella all’Incarnazione, nasce la prima idea della fondazione di una nuova comunità carmelitana. Erano presenti: Maria de Ocampo, educanda. È lei che suggerisce l’idea della fondazione di un nuovo monastero. Suor Ana Suarez, Suor Inés e suor Anna de Tapia.

monaca carmelitana scalza (1561-1582)

1561

Iniziano i primi preparativi per la fondazione del nuovo monastero. Da Quito giunge a proposito del denaro mandato dal fratello Lorenzo de Cepeda.

1562

Toledo – Per ordine del Provinciale, Teresa trascorre sei mesi nel palazzo di Donna Luisa de la Cerda. A giugno conclude la prima redazione della “Vita”.

Avila – Il 24 agosto, ottenuto da Roma il Breve di fondazione, si inaugura il piccolo e povero Carmelo di san José. Il giorno stesso Teresa viene richiamata all’Incarnazione e solo dopo un anno avrà l’autorizzazione di risiedervi stabilmente. Il Consiglio di Avila convoca le autorità cittadine e muove causa contro la fondazione.

1565

Teresa conclude la redazione definitiva della “Vita”. In questo periodo stende anche il primo autografo del “Cammino di perfezione” conservato all’Escorial, come pedagogia concreta della vita nella piccola comunità carmelitana di san José.

1566

Nell’agosto arriva a san José il francescano fra Alonso Maldonado proveniente dall’America. Il missionario rivela la situazione reale dei “milioni di Indios che là si perdevano”. Teresa ne resta sconvolta.

1567

Il Generale dell’Ordine, Giovanni Battista Rossi, incontra Teresa a san José e le concede la facoltà per fondare nuovi monasteri in Castiglia. Nell’agosto successivo l’autorizza a fondare anche due conventi di frati Carmelitani Scalzi.

Medina del Campo – Il 13 agosto Teresa parte da Avila con un gruppo di monache e, dopo una sosta ad Arévalo, giunge a Medina del Campo dove, il 15 agosto, inaugura un nuovo Carmelo. Qui incontra fra Juan de santo Matía, studente a Salamanca, da poco ordinato sacerdote e gli propone di fondare un convento di carmelitani con lo stesso spirito che anima la comunità di san José d’Avila.

1568

Toledo – Il 30 marzo, nel palazzo di Donna Luisa de la Cerda, Teresa firma i documenti per la sua terza fondazione, Malagón.

Malagón – L’11 aprile si inaugura il nuovo Carmelo.

Avila – Fine giugno: in viaggio da Avila verso Medina, Teresa visita il cascinale di Duruelo, futuro conventino dei primi frati scalzi.

Medina – Il 9 agosto, accompagnata da fra Juan, Teresa parte da Medina per la fondazione di Valladolid.

Valladolid – Eretto il nuovo Carmelo il 15 agosto, Teresa introduce fra Juan nello stile di vita, fraternità e ricreazione che ha avviato col suo gruppetto di monache. Alla fine di settembre fra Juan parte per Duruelo e assume il nome nuovo di fra Juan de la Cruz. A Duruelo, il 28 novembre: fra Juan de la Cruz e fra Antonio de Jesús (Heredia) iniziano la nuova vita carmelitana nel cascinale riadattato a conventino. In dicembre Teresa avvia la fondazione del Carmelo di Toledo.

1569

In febbraio Teresa intraprende il viaggio verso Toledo, passando da Duruelo e visitando la fondazione degli Scalzi, che ha visto nascere.

Toledo – Verso la fine di marzo Teresa de Jesús giunge in città per la fondazione, ma solo il 14 maggio riesce a stabilirvi il Carmelo, incontrando grosse difficoltà. La principessa d’Eboli, Ana de Mendoza, insiste perché ne fondi uno anche nel suo feudo di Pastrana. Il 30 maggio parte per recarsi a Pastrana, passando per Madrid.

Madrid – Teresa vi trascorre otto giorni e conosce due eremiti italiani, Mariano Azzaro e Giovanni Narducci.

Pastrana – Il 23 giugno fonda il nuovo monastero, mentre il 10 luglio successivo Teresa inizia il secondo convento di Carmelitani Scalzi: i due eremiti incontrati a Madrid ricevono l’abito col nome di Mariano di san Benedetto e Giovanni della Miseria. Teresa riparte per Toledo.

1570

Salamanca – Teresa vi giunge il 31 ottobre. Il 1° novembre fonda il Carmelo, dopo una notte travagliata nella “casa degli studenti”, di cui ci ha lasciato il gustoso racconto nelle fondazioni.

Alcalá de Henares – Il 1° novembre gli Scalzi fondano un loro collegio in questo famoso centro universitario. Salamanca e Alcalá sono i maggiori centri universitari della Spagna del tempo, segni del sapere, crocevia della gioventù spagnola. Teresa de Jesús è “amica delle lettere”. Lettere nel suo lessico, significa cultura biblica e umanistica. È grande ammiratrice degli uomini dotti. “Un vero dotto non mi trasse mai in inganno”, scrive. Mentre fonda un Carmelo a Salamanca, riesce ad ottenere un collegio per i suoi giovani religiosi ad Alcalá. Presto vi invierà come rettore fra Juan de la Cruz. Lotta insistentemente per fondare un’altra casa di studi a Salamanca. Lo otterrà verso la fine della sua vita nel 1581. Entrambi i collegi saranno famosi per i loro celebri Cursos Salmanticenses (teologia) e Cursos Complutenses (filosofia).

1571

Alba de Tormes – Il 25 gennaio fonda il Carmelo. È presente fra Juan de la Cruz. All’inizio di febbraio Teresa torna a Salamanca.

Avila – Il 20 maggio Teresa è nuovamente a san José, dove incontra padre Pedro Fernández, nominato commissario apostolico da papa Pio V due anni prima. Egli la nomina priora del monastero dell’Incarnazione di Avila, una carica imposta che Teresa accetta per obbedienza. Il 6 ottobre avviene il suo contrastato ingresso come priora all’Incarnazione. Vi rimarrà per tre anni. Teresa fa venire fra Juan de la Cruz come confessore delle monache dell’Incarnazione. Frattanto la sua vita interiore è potenziata da doni mistici. Il 15 novembre riceve la grazia del “matrimonio spirituale”.

1573

Salamanca – Il 25 agosto Teresa, che ha ottenuto il permesso di visitare questo monastero incomincia a scrivere la storia delle sue fondazioni e redige i primi nove capitoli. Continuano anche a sorgere altri conventi di Scalzi: Altomira, La Roda, Granada, La Penuela.

1574

Segovia – Fondazione del nono Carmelo teresiano il 19 marzo. Sono presenti Juan de la Cruz e Julian de Avila, che hanno accompagnato Teresa nel viaggio da Avila a Segovia. Ai primi di aprile vi giungono le monache di Pastrana che hanno dovuto lasciare segretamente di notte il loro Carmelo, a causa della situazione insostenibile creata dalla principessa d’Eboli, che si rifarà dell'”affronto” subito denunciando all’Inquisizione il “Libro della Vita”.

Avila – Il 6 ottobre, rientrata da Segovia, Teresa conclude il suo triennio di priorato all’Incarnazione e torna al suo primo monastero di san José.

1575

In gennaio, Teresa progetta e inizia un lungo e faticoso viaggio: Valladolid, Medina, Toledo, Malagón. Destinazione: Beas de Segura.

Beas de Segura – Teresa vi giunge il 16 febbraio e, dopo otto giorni, fonda il monastero nominandovi priora Ana de Jesús (Lobera). Non sa che il paese si trova in terra andalusa e perciò la fondazione va contro i permessi del padre Generale.

Piacenza, Italia – Il Capitolo Generale dell’Ordine Carmelitano, convocato il 22 maggio, decide la soppressione di quasi tutti i conventi degli Scalzi e ingiunge a Teresa di interrompere le fondazioni e ritirarsi in un monastero della Castiglia.

Siviglia – 29 maggio: fondazione del nuovo Carmelo. Nella vita di Teresa, Siviglia rappresenta un’esperienza fondamentale, paragonabile solo a quella di san José d’Avila. Significò innanzitutto un allargamento di orizzonti: la città era la via all’oceano, l’avamporto dell’Europa rispetto all’America; l’incontro con una diversità di clima, tradizioni, cultura; l’impatto, faccia a faccia, con l’Inquisizione, l’inizio di un lungo periodo di conflitti per la sua opera di fondatrice.

Mentre Teresa si trova a Siviglia ritornano dall’America i fratelli Pedro de Ahumada e Lorenzo de Cepeda coi suoi tre figli (Francisco, Lorenzo e Teresita).

In Castiglia, denunciano all’Inquisizione il “Libro della Vita”; a Siviglia accusano lei e le sue monache. Don Alvaro de Mendoza è costretto a consegnare agli inquisitori castigliani l’autografo del Libro della Vita. Lo difende davanti al tribunale un uomo di prestigio, il teologo domenicano Domingo Bánez (7 luglio). Ma l’opera teresiana rimarrà in potere degli inquisitori. A Siviglia questi la interrogano, ma lei dissipa facilmente i loro sospetti. Per questo motivo dovrà scrivere due lunghe relazioni della sua vita ed esperienze mistiche.

1576

Caravaca – Il 1° gennaio viene fondato il Carmelo senza la partecipazione di Teresa che vi manda come priora Ana de sant’Alberto.

Siviglia – All’inizio di giugno Teresa, accompagnata dal fratello Lorenzo, parte per la Castiglia. Passando per Malagòn, giunge a Toledo il 23 giugno.

Toledo – Teresa si ferma in questo monastero e sospende le fondazioni. Continua invece a scriverne la storia e a metà novembre termina il capitolo XXVII.

1577

Il 2 giugno, su richiesta del padre Gracián, Teresa inizia a scrivere il “Castello Interiore”.

Persistono le difficoltà per la Riforma: il 18 giugno era morto il Nunzio mons. Nicola Ormaneto – già Vicario Generale di san Carlo Borromeo – molto favorevole all’opera di Teresa. Col suo successore, il bolognese mons. Filippo Sega, gli avvenimenti precipitano. Teresa segue le vicende con estrema sollecitudine, come attestano le numerose lettere di questo periodo, indirizzate al Nunzio, al Generale, al Re, a Vescovi, ad amici e nemici.

Avila – Il 29 novembre Teresa termina di scrivere il “Castello Interiore”.

Nella notte fra il 3 e il 4 dicembre Juan de la Cruz viene sequestrato dal monastero dell’Incarnazione dove si trovava in qualità di confessore delle monache. Teresa teme per la sua vita e quel giorno stesso scrive a Filippo II. Non si darà pace finché non saprà della sua fuga dal carcere conventuale dei Carmelitani di Toledo, nove mesi più tardi.

1578

Roma – Il 4 settembre muore il Generale padre Giovanni Battista Rossi.

Avila – In ottobre, Teresa non ancora informata di questa morte, scrive un lungo memoriale da fargli pervenire a Roma per cercare di far cadere la barriera di malintesi e contrasti che si erano accumulati.

1579

Malagòn – Teresa vi arriva alla fine di novembre per dirigere i lavori di costruzione del nuovo monastero, dove la comunità si trasferisce l’8 dicembre successivo. Nei sei mesi precedenti aveva viaggiato quasi ininterrottamente fra i suoi monasteri: Medina, Valladolid, Salamanca, Alba de Tormes e poi di nuovo a Salamanca, Avila, Toledo e infine Malagón.

1580

Villanueva de la Jara – Riprendono le fondazioni. Teresa, partita da Malagón a metà febbraio, vi arriva il 21; avvia il monastero e riparte un mese dopo per Toledo, dove si ammala gravemente.

Toledo – La tempesta contro gli Scalzi si va calmando. In maggio viene eletto il nuovo Generale dell’Ordine, padre Giovanni Battista Caffardo e padre Gracián viene riabilitato e ristabilito nelle sue mansioni. Ai primi di giugno Teresa riparte con lui per Madrid e quindi per Segovia.

Roma – Il 22 giugno, con il breve Pia Consideratione, papa Gregorio XII costituisce gli Scalzi in provincia separata dal resto dell’Ordine.

Avila – Nella sua tenuta di La Serna, muore l’amato fratello Lorenzo de Cepeda, che dal tempo della fondazione di Siviglia aveva partecipato da vicino a tutte le vicende di Teresa, mentre lei a sua volta lo aveva introdotto e accompagnato nel cammino spirituale. Ella apprende questa notizia a Segovia alcuni giorni dopo (4 luglio) e ne informa subito con una lettera accorata ma serena la priora di Siviglia, Maria de san José, tornando quindi ad Avila.

Valladolid – Teresa vi arriva all’inizio di agosto e contrae l’epidemia detta “catarro universale” che in quell’anno devastò la Castiglia, portandole via anche tante persone amiche. Ne esce “invecchiata e sfinita”, ma alla fine di dicembre riparte ugualmente per un’altra fondazione, quella di Palencia.

Palencia – 29 dicembre: nasce il quattordicesimo Carmelo teresiano.

1581

Alcalá – Primi di marzo: si apre il primo Capitolo degli Scalzi e il padre Gracián viene eletto provinciale dei frati e delle monache. Nei mesi precedenti da Palencia, Teresa aveva partecipato ai preparativi di questo avvenimento decisivo attraverso un fitto scambio di lettere con Gracián. A fine marzo scrive a Maria de san José a Siviglia: “Ora, figlia mia, posso dire ciò che disse il santo Simeone, perché ho visto realizzato nell’Ordine della Vergine Nostra Signora ciò che desideravo”.

Palencia – A fine maggio Teresa lascia Palencia per andare a Soria. Nel frattempo, padre Gracián le aveva dato l’autorizzazione per un’ulteriore fondazione a Burgos.

Soria – Teresa vi fonda il Carmelo e si trattiene fino al 16 agosto, poi ritorna ad Avila dove viene eletta priora a san José.

Avila – Il 28 novembre si incontra con Juan de la Cruz, che le espone il progetto di una fondazione a Granada. Teresa però è già impegnata nei preparativi per Burgos. È la loro ultima conversazione: Juan parte per l’Andalusia e i due non si rivedranno più. La fondazione di Granada si farà senza di lei il 20 gennaio successivo.

1582

Burgos – Partita da Avila il 2 gennaio, accompagnata dalle monache fondatrici e da padre Gracián Teresa arriva a Burgos il 26 gennaio, dopo un viaggio pieno di peripezie e di disagi. Il gruppo deve trasferirsi in alloggi provvisori perché il Vescovo, dopo aver dato in un primo tempo un permesso verbale, non vuole più saperne delle Scalze e solo nell’aprile successivo autorizzerà la fondazione.

Il 7 maggio Gracián lascia Teresa e le monache e parte per l’Andalusia: un distacco molto sentito da lei che forse ne intuisce la definitività. Ne resta una traccia – umanissima – nell’ultima lettera che gli scrive da Valladolid il 1° settembre.

Il 27 luglio Teresa parte da Burgos diretta ad Avila, dove però non giungerà. È il suo ultimo viaggio. Fa sosta a Palencia, Valladolid, Medina.

Alba De Tormes – Partita da Medina il 19 settembre, per ordine di padre Antonio, Teresa dirotta verso Alba de Tormes: la giovane Duchessa d’Alba era prossima a partorire e voleva accanto a sé la “Santa”. Arriva ad Alba il 20 settembre alle sei di sera, sfinita, e si mette a letto per non rialzarsi più.

Il 4 ottobre, alle nove di sera, muore “figlia della Chiesa”. Ha 67 anni. Proprio in quel giorno papa Gregorio XIII riforma il calendario giuliano, per cui al 4 ottobre seguiva il 15.

Fondazioni durante la vita di Teresa de Jesús:

17 Carmeli di monache: Avila, Medina, Malagón, Valladolid, Toledo, Pastrana, Salamanca, Alba de Tormes, Segovia, Beas, Siviglia, Caravaca, Villanueva de la Jara, Palencia, Soria, Granada, Burgos.

13 conventi di frati: Duruelo-Mancera, Pastrana, Alcalá de Henares, Altomira, La Roda, Granada, La Penuela, Siviglia, El Calvario, Almodóvar del Campo, Valladolid, Salamanca, Lisbona.

Teresa de Jesús – dopo la morte

1588

Nel Canale della Manica gli Inglesi sconfiggono l’Invincibile Armata Spagnola che avrebbe dovuto, secondo le intenzioni di Filippo II, congiungersi con le truppe di Alessandro Farnese nei Paesi Bassi e invadere la Gran Bretagna. È questo l’inizio della decadenza spagnola.

Prima edizione delle “Opere” di Teresa de Jesús a cura di fra Luís de Léon.

1593

Solenne abiura di Enrico IV che abbandona il calvinismo e si proclama cattolico. Parigi gli apre le porte: “Parigi val bene una messa”.

1598

Editto di Nantes che sanciva la libertà di culto. Enrico IV era riuscito a dare l’avvio per il superamento della terribile crisi delle guerre di religione, accontentando i cattolici, ma senza rompere con i suoi ex correligionari.

Morte di Filippo II. Gli succede il figlio Filippo III, uomo alquanto debole, abulico e manovrabile. Lo stesso Filippo II aveva ben definito il carattere del figlio: “Dio, che mi ha dato tanti regni, mi ha negato un figlio capace di reggerli”.

1604

Fondazione dei primi Carmeli teresiani in Francia, a Parigi e a Digione.

1605

Cervantes pubblica il “Don Chisciotte”.

1609

Espulsione dei “Moriscos” (discendenti degli arabi, convertiti ma ritenuti sempre sospetti) dalla Spagna.

1614

Teresa de Jesús è beatificata da Paolo V.

1616

La Chiesa condanna le teorie copernicane.

1621

Salita sul trono di Spagna di Filippo IV con la ripresa del militarismo e dell’imperialismo.

1622

Il 12 marzo Teresa de Jesús è canonizzata da papa Gregorio XV, insieme con Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Filippo Neri e Isidoro di Madrid.

1664

Teresa de Jesús è dichiarata patrona di Napoli.

1812

Teresa de Jesús diventa compatrona della Spagna insieme a san Giacomo.

1965

Il 18 settembre, con il breve apostolico Lumen Hispaniae et Universae Ecclesiae, Paolo VI nomina santa Teresa de Jesús patrona principale degli scrittori cattolici spagnoli.

1970

Il 27 settembre Paolo VI la proclama, prima tra le donne, Dottore della Chiesa Universale.

Beato Transito

Beato transito di Teresa di Gesù, nostra madre

L’anno dell’Incarnazione del Signore Nostro Gesù Cristo 1582, il 4 ottobre, la nostra Santa Madre Teresa de Jesús entra nella vita. Il transito avviene nel Monastero di Alba di Tormes in Spagna. Ricevuto il viatico passa da questa vita al Cielo esprimendo il desiderio di vedere Dio. Muore esclamando: “Sono Figlia della Chiesa”.

Morte in Viaggio

Partì da Burgos il 26 luglio 1582: la destinazione era Avila dove l’attendevano, come sempre, gioie e fatiche. Nel viaggio si fermò qualche giorno a Palencia, a Valladolid e a Medina, dove il Signore permise, come ultima prova, che fosse ricevuta dalle sue figlie predilette un po’ freddamente.

Per ordine di Antonio di Gesù (Heredia), Teresa si diresse verso Alba de Tormes, sebbene fosse un po’ contrariata da questa deviazione per la fretta che aveva di arrivare ad Avila. Giunse ad Alba il 21 settembre, affaticata e indebolita.

La comitiva era partita da Medina del Campo il 19 settembre 1582, e a ogni passo che facevano qualcosa della vita di Teresa se ne andava. La sua infermiera, Anna di San Bartolomeo, dice: “Il viaggio le causò tanta sofferenza che, quando giungemmo a una piccola località, la santa era così sofferente e sfinita, che perdette i sensi e procurò a tutti noi una grande pena e preoccupazione”.

Non trovarono nulla da darle da mangiare, così che quando giunsero al Monastero di Alba de Tormes e le sue porte si aprirono per accoglierla, fra gli abbracci commossi delle sue figlie, dovette confessare di essere molto debole. Disse che “si sentiva così rotta che le pareva di non avere neppure più un osso sano”. E contro ogni sua abitudine e desiderio dovette andare subito a letto, confessandosi vinta dal male e mormorando: “Mio Dio, come mi sento stanca. In venti anni è la prima volta che vado a letto così presto!”.

Ad Alba la priora era stata eletta proprio in quei giorni, e non era una sua figlia devota. Pare che Teresa avesse già dovuto rimproverarle alcune cose, dovute specialmente alla sua giovane età.

Per la priora questo fu un motivo sufficiente per trattarla con una certa durezza. Perciò, non solo privò la santa del suo affetto quando ne avrebbe avuto un maggior bisogno, ma volle privarla anche dell’affetto degli altri. Non permise che ricevesse altre visite all’infuori di quelle delle sorelle del Convento. La fece mettere in un’infermeria molto appartata, e non si presentò con la comunità quando le fu portato il Viatico.

Poche volte come nella morte di Teresa, si è avverato quel detto secondo il quale la morte è esattamente come è stata la vita. Come la sua era stata un continuo impegno per camminare e cercare sempre un modo più perfetto di servire Dio, il suo grande amico, così, quando sentì che la morte le era ormai vicina, la salutò dicendo: “Ormai è tempo di mettersi in cammino”. A dire il vero, la morte era stata per Teresa il desiderio di un incontro che sentì molto presto e che invecchiò con lei; un desiderio coltivato per lungo tempo e mai soddisfatto, ma al quale non aveva saputo rinunziare. Ora però lo sentiva misteriosamente a portata di mano, come chi è sicuro d’aver portato a termine la missione che gli era stata affidata. Perciò, quando il padre Antonio si avvicinò al suo letto, e presagendo la sua fine, le chiese che pregasse il Signore di lasciarla ancora fra le sue figlie, Teresa gli rispose: “Taci, padre, proprio tu dici queste parole? Io non sono più utile in questo mondo”.

La sua missione era veramente finita: le restava da compiere l’ultimo sforzo per superare la soglia della morte e trovarsi nelle braccia di Dio per rendergli conto del lungo viaggio che aveva fatto. Ed essa, perfettamente conscia della situazione, chiese, per compiere meglio quell’ultimo passo, il Viatico. Nessuno dei presenti poté dimenticare l’emozione provata in quel momento. Erano le cinque della sera del 3 ottobre 1582. Teresa chiese che le fosse portato il Santissimo. La sua infermiera, Anna di San Bartolomeo ricorda che “sebbene fosse così debole da non potersi muovere dal letto senza essere aiutata, quando il Santissimo entrò nella sua cella, si pose a sedere sul letto senza che alcuno l’aiutasse, e lo fece con tale impeto quasi volesse buttarsi fuori dal letto… Con le mani giunte e con grande fervore, diceva tra l’altro: Oh mio Signore e mio Sposo! Finalmente è giunta l’ora di vederci! È giunta l’ora di partire; andiamocene in pace. Sia fatta la vostra volontà. Sì, è giunta l’ora che io esca da questo esilio e che goda Voi che tanto ho desiderato. Vi ringrazio mille volte per avermi fatta figlia della Chiesa e di finire in essa la mia vita”.

Si rivolse poi alle consorelle e figlie presenti e disse loro: “Figlie mie e signore mie, vi prego per amore di Dio di tenere in grande conto l’osservanza della Regola e delle Costituzioni; se le osserverete con esattezza non avrete bisogno di altro miracolo per essere canonizzate. Non badate al cattivo esempio che questa cattiva monaca vi ha dato e perdonatela per amore di Dio”.

In quel momento Teresa vedeva ancora più chiaro quello che aveva sempre presentito: che, per presentarsi a Dio senza sentirsi oppressi, è necessario portare nelle mani un documento del prossimo che attesti il nostro amore per lui e dica che ci ha perdonato le nostre mancanze d’amore nei suoi confronti. Allo stesso tempo, come se sentisse il peso di tutti i peccati della sua vita, ne chiedeva continuamente perdono a Dio. Quindi non cessava di ripetere alcuni versetti del Salmo di Davide col quale come peccatrice, sentiva di identificarsi: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio non disprezzi. Crea in me, o Dio, un cuore puro. Non respingermi dalla tua presenza”.

Queste furono davvero le sue ultime parole. Era come se sentisse d’essere a un passo da Dio e pensasse che, per vederlo a faccia, a faccia, è necessario che Egli purifichi ancora un’ultima volta gli occhi e più ancora il cuore.

Ripeté queste parole per tutta la notte, ma, quando spuntò l’alba, come se Dio avesse consolato il suo cuore, Teresa rimase in silenzio, l’unico modo veramente rispettoso di disporsi all’intimità con Dio.

E così, essa trascorse l’ultimo giorno della sua vita sulla terra in una grande quiete, come per smaltire meglio la fatica di tutti i suoi lunghi viaggi.

Non pronunziò più una parola fino alle nove di sera, quando spirò. Quella fu la sua ora, quella in cui terminò davvero il suo ultimo viaggio per il faccia a faccia.

Quelle che fecero l'impresa

24 agosto 1562

Mentre il Concilio di Trento volge al termine, sotto il Pontificato di Pio IV, regnando in Spagna Filippo II, e governando l’Ordine Nicola Audet, ha inizio oggi la riforma del Carmelo femminile promossa da Teresa de Cepeda y Ahumada.

Ottenuto da Roma il Breve di fondazione (7 febbraio 1562), sotto l’obbedienza del vescovo locale Mons. Álvarez de Mendoza, si inaugura il piccolo e povero Carmelo di San José in Avila, Protomonastero e culla di tutti i Carmeli teresiani.

Don Alvaro de Mendoza, il Vescovo, che sentiva grande affetto per la Madre Fondatrice, non poté essere presente alla cerimonia inaugurale e come suo delegato incaricò il Maestro Daza. Questi collocò nella casa il SS. Sacramento e diede l’Abito alle prime quattro giovani, inaugurando così il Monastero, collocato nel quartiere di S. Rocco in Avila.

Mancava all’appuntamento un altro grande amico della Madre, Fra Pietro de Alcantara, quasi moribondo, nel suo convento di Arenas. Erano invece presenti alla cerimonia Francesco de Salcedo, il cavaliere santo, e Giuliano d’Avila, il cappellano.

Le prime pietre fondamentali del provvidenziale edificio furono Agnese e Anna de Tapia, sorelle e cugine di Teresa. Presero il nome di Agnese di Gesù e Anna dell’Incarnazione. Per delega del Vescovo, il Maestro Daza diede l’abito alle prime quattro giovani. Ricevettero l’abito di Nostra Signora: Antonia de Henao che prese il nome di Antonia dello Spirito Santo; Maria de la Paz che prese il nome di Maria della Croce, conosciuta da Teresa presso Donna Guiomar de Ulloa; Orsola de Revilla y Arevalo che si chiamò Orsola dei Santi; e Maria di Avila che prese il nome di Maria di San Giuseppe, sorella di Giuliano d’Avila, il cappellano fedele del nuovo Carmelo. Fu una festa semplice e suggestiva, cui presenziarono solo pochi intimi. Non mancarono nemmeno un paio di monache amiche, del Monastero de La Encarnación che s’ingegnarono a trovarsi fuori dalla clausura per poter assistere alla cerimonia. Era l’ora degli amici, di coloro che avevano sofferto sotto le raffiche della buriana.

La gioia degli inizi fu di breve durata. Il giorno stesso della fondazione, la priora de La Encarnación, Donna Maria Cimbrón, eletta il 12 agosto precedente, richiamò Teresa in Monastero per rendere conto dei fatti. Intanto la Madre affida la nuova piccola comunità a Maria di San Giuseppe.

Soltanto il 5 dicembre dello stesso anno, accompagnata da alcune monache, Teresa può far ritorno stabilmente a San José. Porta con sé: Isabella di San Paolo (Isabella de la Peña) figlia di Francesco de Cepeda, fratello di Teresa. La nipote porta con sé una dote di 200 ducati.

Le altre erano Anna di San Giovanni (Dávila, ritornerà però a La Encarnación tre mesi dopo); Anna degli Angeli (Anna Gómez); e Maria Isabella Ordoñez di cui non conosciamo il nome da carmelitana.

Arrivarono qualche tempo dopo: Maria de Ocampo (figlia di cugini di Teresa), che suggerì l’idea della fondazione di un Monastero secondo la Regola primitiva (settembre 1560), e prese il nome di Maria Bautista di San Giuseppe; Eleonora de Cepeda, già monaca a La Encarnación e sorella della precedente (dovette però ritornare al suo Monastero de La Encarnación per malattia); Maria di San Girolamo (Maria Dávila) aveva 22 anni e giunse nel settembre del 1563, anche lei cugina di Teresa, e portò con sé una dote di 250 ducati; infine Isabella di San Domenico (Isabella Ortega), aveva 23 anni, entrò il 4 ottobre 1563 portando una dote di 600 ducati. Se si tolgono Anna Dávila ed Eleonora de Cepeda che ritornarono a La Encarnación, rimasero con la Madre Teresa de Jesús in 13, il numero primitivo che fissò agli inizi Teresa stessa: “solo 12 monache e una priora” (Vita 36,19); “A San José non devono essere più di 13 e non devono aumentare” (Cammino di perfezione A, 6,4). È il numero mistico di 12 spose con Cristo, è il numero apostolico, i 12 apostoli con Cristo, il piccolo Collegio di Cristo.

Con Teresa de Jesús, nel secolo d’oro dell’umanesimo rinascimentale spagnolo, nasce così un tentativo originale di sintesi tra eremitismo radicale (la sua passione per gli antichi padri e la Regola eremitica) e una fraternità quotidiana coinvolgente quant’altro mai: eremitismo insieme. La figura simbolica della nuova sintesi è l’amicizia: un gruppo di amici e amiche (13) che si aiutano a imparare e vivere una vita di preghiera (vita di orazione) che è soprattutto amicizia con Dio per salvare i fratelli.

Ecco i nomi del nuovo “piccolo collegio di Cristo”:

Agnese de Tapia, si chiamò Agnese di Gesù
Anna de Tapia, si chiamò Anna dell’Incarnazione, entrambe sorelle e cugine di Teresa
Antonia de Henao, si chiamò Antonia dello Spirito Santo
Maria de la Paz, si chiamò Maria della Croce
Orsola de Revilla y Arevalo, si chiamò Orsola dei Santi
Maria di Avila, si chiamò Maria di San Giuseppe
Isabella de la Peña, si chiamò Isabella di San Paolo, nipote di Teresa
Anna Dávila, si chiamò Anna di San Giovanni, ritornerà però a La Encarnación
Anna Gómez, si chiamò Anna degli Angeli
Maria Isabella Ordoñez, non conosciamo il nome da carmelitana
Maria de Ocampo, si chiamò Maria Bautista di San Giuseppe, figlia di cugini di Teresa
Eleonora de Cepeda, già monaca a La Encarnación e sorella della precedente, ritornò a La Encarnación
Maria Dávila, si chiamò Maria di San Girolamo, anche lei cugina di Teresa
Isabella Ortega, si chiamò Isabella di San Domenico

La vocazione secondo Teresa

La vocazione secondo Teresa

Avevo il dono di spargere la gioia dappertutto.
(Vita 2,8)

Dall’infanzia… una vita impetuosa

L’aver dei genitori virtuosi timorati di Dio, abbinato ai favori di cui Egli mi circondava, sarebbe certo dovuto bastarmi per crescere buona (…).

Mio padre era appassionato alla lettura di buoni libri e ne teneva pure di quelli scritti in lingua nazionale, perché potessero leggerli anche ai suoi figli. Mia madre si premurava poi di farci pregare e di fomentare in noi la devozione alla Madonna e ad alcuni santi in particolare. Ora, tutto questo incominciò a destare precocemente la mia intelligenza che si aprì – ritengo – già verso i sei o sette anni. Mi aiutava molto il fatto di non scorgere nei miei genitori altra propensione se non quella verso la virtù. E di virtù ne avevano molte (…).

Eravamo tre sorelle e nove fratelli. Grazie al Buon Dio in materia di virtù assomigliavano tutti ai genitori, tranne me, che pure ero la prediletta di mio padre. E prima che cominciassi ad offendere Dio, la sua predilezione poteva forse anche essere in certo qual modo motivata, perché io mi sento attanagliare dal rimorso, quando rammento le buone inclinazioni che il Signore mi aveva elargite e quanto male abbia saputo approfittarne.

I miei fratelli infatti non mi distoglievano minimamente dal servizio di Dio. Ne avevo uno quasi della mia età (ed era poi quello che amavo di più, sebbene li amassi tutti intensamente, venendone cordialmente riamata), col quale mi appartavo spesso a leggere le vite dei santi (…) progettavamo addirittura di recarci nella terra dei mori, elemosinando per amore di Dio nella speranza che là poi ci decapitassero. E credo che il Signore, pur in un’età così tenera, ce ne avrebbe dato il coraggio, se ne avessimo trovato i mezzi. Ma il maggior ostacolo ci sembrava quello di avere i genitori.

Il sentir affermare, nelle nostre letture, che pena e gloria erano destinate a durare per sempre, ci impressionava molto. Ci accadeva sovente di soffermarci a lungo su questo pensiero, provando un gusto matto a ripetere innumerevoli volte: Sempre, sempre, sempre! Pronunciando con insistenza tale parola, piacque al Signore mi restasse impresso nell’anima fin dalla più tenera infanzia il cammino della verità (…).

Suscita ancora in me un moto di tenerezza il constatare come Dio mi abbia concesso tanto presto ciò che poi ho perduto per colpa mia (…).

Rammento che quando mia madre morì, avevo poco meno di dodici anni. Appena cominciai a capire che cosa avessi perduto, mi recai angosciata davanti ad un’immagine della Madonna, supplicandola con molte lacrime a farmi da madre. Mi sembra che il gesto, sebbene compiuto con tutta semplicità, mi abbia giovato; sì, perché da parte di questa Vergine sovrana mi sono sistematicamente vista esaudita in ciò che le ho raccomandato ed ella ha poi finito per avvincermi a sé (…).

O Signore, (…) riconosco che a te non restava da fare nulla più di quanto hai fatto, perché sin da quell’età io fossi interamente tua. E quand’anche volessi lamentarmi dei miei genitori, non potrei fare nemmeno quello, perché in essi non ebbi a vedere altro che bene e preoccupazioni per il mio bene.

Trascorsa questa età, allorché cominciai a rendermi conto dei doni di natura elargiti dal Signore – che, a detta della gente erano molti -, mentre avrei dovuto ringraziarne Dio, presi invece a servirmi di tutti per offenderlo. (cfr. Vita 1,3.4.5.7.8.)

Una ragazza esuberante in una società in crescita

Mia madre era appassionata ai libri di cavalleria; solo che a lei tale passatempo non faceva tanto male quanto ne faceva invece a me (…). Cominciai a prendere l’abitudine di leggerli: e quel piccolo difetto da me riscontrato nella mamma cominciò a sua volta a raffreddare le mie buone aspirazioni, avviandomi a mancare anche nel resto. Si noti che non mi sembrava neanche un male sciupare tante ore del giorno e della notte, in una occupazione così futile, per di più all’insaputa di mio padre. La mia infatuazione era tale che, se non avevo fra le mani un libro nuovo, mi sembrava di non essere contenta.

Presi a portare abiti sofisticati e a desiderare di far bella figura, dedicando molta cura alle mani e ai capelli, usando profumi e abbandonandomi a tutte le vanità possibili, che erano assai numerose data la mia raffinatezza. Intenzioni cattive però non ne avevo, poiché non volevo assolutamente che alcuno offendesse Dio per causa mia. Comunque, mi trascinai addosso per parecchi anni una forte smania di ricercatezza personale e di esagerata affettazione (…).

Avevo alcuni cugini (…). Erano quasi della mia età, un pochino più grandi. Stavamo sempre insieme. Mi volevano un gran bene e io li stuzzicavo ad incentrare la conversazione su tutti i fatti che procuravano loro soddisfazione, ascoltando avidamente la storia delle loro simpatie e delle loro affezioni tutt’altro che buone (…).

Imparai tutto il male possibile da una parente che bazzicava molto in casa mia (…). Mio padre e mia sorella si preoccupavano assai di quell’amicizia e me la rinfacciavano spesso (…). In effetti da tale relazione uscii cambiata a tal punto che della mia buona indole e del mio spirito virtuoso non restò in me quasi neanche più traccia. Ho addirittura l’impressione che lei e un’altra tizia stampassero in me la loro impronta.

Dopo nemmeno tre mesi da quando mi ero abbandonata a queste vanità mi rinchiusero in un monastero del luogo, dove si educavano ragazze del mio ceto (…).

Era così intenso l’amore nutrito per me da mio padre e così scaltra la mia abilità nel dissimulare che egli non arrivò mai a ritenermi tanto colpevole, e quindi non lasciò mai che il suo affetto si raffreddasse nei miei confronti (…).

Durante i primi otto giorni soffrii molto, non tanto per il fatto di trovarmi in quel posto, quanto per il sospetto lancinante che fosse stata scoperta la mia leggerezza. Ormai però ero stanca di sventatezze (…). Si stava avviando in me un risveglio, sicché nel giro di otto giorni – credo forse anche meno -, mi sentivo molto più felice che in casa di mio padre. Tutte erano affiatate con me perché il Signore mi ha dato la grazia di spargere la gioia dovunque mi trovi, e quindi anche là ero molto amata (…).

L’anima mia cominciò a riprendere le buone abitudini della prima età; ebbi così modo di toccare con mano la grande grazia che il Signore accorda a quanti Egli mette in compagnia dei buoni. Sembra quasi che Sua Maestà andasse pensando e ripensando per quale via avrebbe potuto riattirarmi a sé. Sii tu benedetto, Signore, che tanto mi hai sopportata! – cfr. Vita 2, 1.2.3.4.5.6.7.8

Con noi educande dormiva una monaca, tramite la quale sembra che il Signore abbia voluto cominciare a darmi qualche sprazzo della sua luce, come adesso dirò.

Cominciando dunque a gustare la buona e santa conversazione di quella monaca, godevo di sentirla parlare così bene di Dio, santa e assennata com’era. Questo genere di discorsi, del resto, posso dire che m’è sempre piaciuto. Mi raccontò che aveva preso il velo solo per aver letto nel vangelo: “molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Mt 15,15), e mi diceva del premio che il Signore dà a quelli che lasciano tutto per lui. Cominciò questa buona compagnia a sradicare in me le abitudini seminatevi da quella cattiva, e a far rinascere nel mio spirito il desiderio delle cose eterne, riducendo alquanto l’avversione che avevo per la vita monastica (…).

In quel monastero rimasi un anno e mezzo migliorando decisamente (…). Tuttavia desideravo proprio di non farmi suora augurandomi che Dio non mi chiamasse per quella via, benché a quel tempo mi spaventasse pure l’idea di sposarmi (…).

Allo scadere del mio periodo di soggiorno nell’educandato, sentivo già una propensione maggiore a farmi monaca, peraltro non nella casa in cui mi trovavo, a causa di certe costumanze rigorose che mi sembravano di un ascetismo eccessivo (…). Questa idea di farmi monaca un momento mi veniva e un altro se ne andava, sicché non sapevo decidermi a fare il passo.

Nel frattempo, il Signore (…) mi mandò una malattia così grave da costringermi a far ritorno a casa di mio padre. Una volta guarita, mi portarono a casa di mia sorella per fare una visita, dato che l’amore da lei nutrito per me era intensissimo e, qualora avessi voluto assecondare il suo affetto, non avrei mai dovuto abbandonarla. Anche suo marito mi voleva molto bene (…). È questa un’altra grazia di cui sono largamente debitrice al Signore, il quale mi ha sempre fatto trovare affetto dovunque fossi (…).

Lungo il percorso che dovevamo fare abitava un fratello di mio papà, vedovo, che pure il Signore andava disponendo per sé. Volle che mi trattenessi qualche giorno con lui. Occupava il suo tempo leggendo buoni libri in volgare (…). Mi ordinava di fargli la lettura e io, sebbene quei libri non mi piacessero gran che, mostravo di trovarci gusto perché ho sempre cercato ansiosamente di accontentare gli altri, anche quando la cosa mi pesava (…).

Grazie alla pressione esercitata sul mio cuore dalle parole di Dio lette ed ascoltate, giunsi a comprendere sempre meglio la verità delle massime udite da bambina (…) e quantunque la mia volontà non riuscisse ancora ad accettare l’idea di farmi suora, capii che in sostanza quello era lo stato migliore e più sicuro, per cui a poco a poco decisi di forzare me stessa ad accettarlo.

Sostenni tale lotta per tre mesi (…). Mi sembra però che, in questo impulso ad abbracciare la vocazione, mi stimolasse più il timore servile che l’amore (…).

Mio padre però mi voleva tanto bene, che non riuscii assolutamente ad ottenere il suo consenso (…). Il massimo che da lui si poté ottenere fu che dopo la sua morte sarei stata autorizzata a fare quello che avessi voluto. Ma io temevo di me stessa e avevo paura che la mia debolezza finisse per farmi tornare indietro (…). (cfr. Vita 2, 10; 3, 2-7)

Per meandri complicati e tortuosi.
(Vita 4,3)

L’entrata al monastero dell’Incarnazione: un difficile salto di qualità

Appena vestii l’abito religioso, subito il Signore mi fece capire fino a che punto Egli favorisca quelli che si fanno violenza per servirlo. Rammento, e credo proprio di affermare il vero, che quando lasciai la casa di mio padre provai un dolore così lancinante, da farmi pensare che non se ne provi uno maggiore allorché si sta per morire: sembrava che le ossa mi si slogassero ad una ad una (…). Procedevo esercitando su me stessa uno sforzo così intenso che, se il Signore non mi avesse aiutata, ogni mia considerazione sarebbe stata insufficiente per continuare la rotta. In quel frangente Egli mi infuse una tale energia per vincere me stessa, da permettermi di concretizzare il mio ideale.

Nessuno sospettava l’accanita lotta che io pure avevo dovuto sostenere con me stessa, poiché tutti pensavano fossi dotata di una fortissima volontà. Sin dai primi istanti però, Dio mi ricolmò di gioia: una gioia immensa, che non è mai venuta meno fino ad oggi (…). Tutti gli esercizi della vita religiosa mi piacevano, anche se per la verità talvolta mi accadeva di dover spazzare nelle ore che solitamente dedicavo a farmi bella; anzi, ricordando di essermi finalmente liberata da quella schiavitù, provavo una gioia nuova, sconosciuta, che mi stupiva e stentavo a capire donde provenisse.

Rammentando questo fatto, posso dire che non v’è cosa, per quanto difficile, che io esiti ad affrontare quando mi si prospetta. So infatti per esperienza acquisita quel che succede, allorché mi sforzo fin dal principio di prendere la decisione di fare qualcosa (…). Sua Maestà me lo ripaga già in questa vita con un profluvio di favori che solo chi ha la fortuna di assaporarli può apprezzare. Ne ho fatto l’esperienza anche in casi molto gravi; per cui, se fossi persona autorizzata a dar consigli, suggerirei di non tralasciare mai e poi mai, per paura, di tradurre in atto una buona ispirazione che si presenta con insistenza.

Sarebbero pur dovute bastare, o mio sommo Bene e mio riposo, le grazie di cui mi avevi ricolmata fino a quel momento, pilotandomi con la tua magnanimità e misericordia, per meandri complicati e tortuosi, sino a raggiungere un porto così sicuro (…). Mi sento persino imbarazzata a proseguire quando ricordo la cerimonia della mia professione, la decisa risolutezza e la gioia con cui la emisi, lo sposalizio che celebrai con te (…).

Mi sembra ora di aver avuto ragione a non volere una dignità così alta, visto che poi dovevo usarla tanto male (…). Dio mio, sembra davvero che io non facessi altro fuorché promettere di non mantenere nulla di quanto t’avevo promesso (…). La consapevolezza delle mie gravi infedeltà viene spesso contemperata dall’inebriante soddisfazione infusa nella mia anima dal fatto che si veda così brillare l’infinità della tua misericordia.

Il cambiamento di vita e di alimentazione pregiudicò la mia salute; per cui, sebbene la mia contentezza fosse intensa, essa non bastò a controbattere gli attacchi (…). Trascorsi quindi il primo anno in pessime condizioni di salute (…). Mio padre si dava d’attorno con la massima premura per trovarvi un rimedio; ma, non essendo in grado di procurarglielo i medici locali, mi fece trasportare in un posto dove correva voce si guarissero altre malattie, e quindi avrebbero curato anche la mia.

Durante il viaggio di andata, lo zio, che stava di casa lungo la strada, mi diede un libro intitolato “Terzo Abbecedario”, che si propone di insegnare l’orazione di raccoglimento (…). Provai molta soddisfazione nel trovarmi fra le mani quel libro e decisi di seguire col massimo impegno il metodo ivi abbozzato (…). Fino allora non avevo mai trovato un vero maestro, voglio dire un confessore che mi capisse, quantunque l’avessi cercato; e lo cercai senza trovarlo per altri vent’anni (…).

In quel primo periodo di assestamento Sua Maestà cominciò ad accordarmi tante grazie (…). L’orazione lasciava in me degli effetti così incisivi che, pur avendo io allora sì e no vent’anni, mi sembrava di avere il mondo sotto i piedi (…).

Mi sforzavo in tutti i modi possibili di tenere presente in me Gesù Cristo; era questo il mio metodo di orazione. Quando meditavo qualche brano della sua vita, me lo raffiguravo nel mio intimo. Tuttavia la maggior parte del tempo la spendevo nel leggere buoni libri (…). Durante questo tempo non osavo nemmeno iniziare l’orazione senza un libro, poiché la mia anima aveva paura di mettersi a pregare senza averlo tra mano (…). Munita di tale rimedio invece, che rappresentava per me una compagnia o uno scudo destinato a parare i colpi inferti dall’ora dei pensieri importuni, mi sentivo rincuorata (…). Quando mi mancava un libro da leggere l’anima mia andava subito sottosopra e i pensieri si disperdevano in mille rivoli, ma con esso riuscivo gradatamente a raccoglierli e mi sentivo l’anima come blandita da una carezza. Tante volte mi bastava aprire il libro per non aver più bisogno di altro. (cfr. Vita 4,1.2.3.5.7.9.)

L’affettuosa lettura di una storia ferita

Arrivato il momento di iniziare la cura, che stavo attendendo (…), vennero mio padre, mia sorella e la mia affezionatissima amica monaca accompagnatrice e, coi più delicati riguardi, mi portarono sul posto. Là il demonio cominciò a turbarmi lo spirito, ma Dio ne ricavò poi tanto bene. Nel luogo scelto per curarmi risiedeva un ecclesiastico di condizione assai distinta, molto intelligente e, in certa qual misura, anche colto. Presi a confessarmi da lui (…).

Egli si affezionò profondamente a me (…). Il suo non era un affetto malsano, ma per il fatto di essere eccessivo, finiva per diventare certo non buono. Sapeva bene che io per nulla al mondo sarei giunta a commettere qualcosa di grave contro Dio, e la stessa identica disposizione mi assicurava di averla lui. Così le nostre conversazioni si infittivano. Imbevuta com’ero di Dio, provavo il massimo piacere nel discutere su argomenti che lo riguardavano. Ora, tanto fervore in una ragazza ancor così giovane, riempiva di confusione il mio interlocutore, il quale, spinto dalla forte simpatia che nutriva per me, incominciò a rivelarmi la sua disastrosa condizione morale. Non era davvero da minimizzare: basti pensare che ormai da quasi sette anni versava in una situazione spiritualmente assai pericolosa, in quanto si era innamorato e aveva allacciato una relazione con una donna del luogo, eppure continuava a dir messa ugualmente. La cosa era talmente pubblica, che egli aveva perduto il suo buon nome e la sua reputazione, ma nessuno osava affrontarlo su tale argomento. A me faceva una gran compassione, perché gli volevo sinceramente bene: tale era infatti la mia cecità e leggerezza che stimavo virtù serbar fedeltà e riconoscenza a chi mi amava. Sia maledetta questa legge, che si estende fino a essere contraria a quella di Dio. È una follia che vige nel mondo e che ha fatto impazzire anche me: tutto il bene che la gente ci fa non lo dobbiamo che a Dio, eppure riteniamo che sia virtù non rompere un’amicizia anche se contraria al Signore. O cecità di questo mondo! Così vi fosse piaciuto, Signor mio, che io fossi stata ingratissima contro il mondo tutto ma non contro di voi! Ma per i miei peccati è stato tutto il contrario.

Cercai di saperne di più, assumendo informazioni dal personale di casa sua. Venni così a conoscere la gravità estrema del suo stato: venni però a saper che quel poveretto non era poi tanto colpevole, poiché quella donna gli aveva gettato addosso il maleficio mediante un piccolo idolo di rame che gli aveva chiesto di portare al collo per amor suo e che nessuno era stato ancora in grado di levargli di dosso.

Io decisamente non credo affatto a queste storie di sortilegi e di iettature, ma ci tengo a riportare quanto ho visto di persona (…). Quantunque io sia stata così miserabile, mai ho cercato di far del male, né anche potendolo avrei mai voluto forzare la volontà di qualcuno ad amarmi (…).

Non appena dunque fui al corrente dell’amara vicenda, cominciai a dimostrargli maggior affetto (…). Di solito gli parlavo di Dio. La cosa doveva giovargli; ma ritengo che il fattore determinante sia stato per lui quello di volere tanto bene a me. In effetti, per farmi piacere, si decise a consegnarmi il piccolo idolo, che io feci subito gettare in un torrente (…). Infine smise completamente di frequentare quella donna, e da quel momento non cessò più di ringraziare Dio per averlo illuminato.

Tempeste affettive e psicosomatiche

In capo a due mesi, a forza di medicine mi trovavo ridotta quasi in fin di vita (…). Tra la spossatezza dovuta all’estrema carenza di energie e la febbre continua e l’indebolimento, ero così sfinita e disidratata che i miei nervi cominciarono a rattrappirsi, causandomi dolori talmente intollerabili da non permettermi da trovare riposo né giorno né notte. Il tutto rincarato poi da un profondo abbattimento.

Visto il bel guadagno ottenuto, papà mi ricondusse a casa, dove i medici tornarono a visitarmi. Tutti mi dichiararono spacciata (…).

Giunse la festa della Madonna d’agosto (…). Quella notte ebbi una crisi tale, da restare completamente fuori dei sensi per quattro giorni o poco meno (…). Più di una volta dovettero ritenermi proprio morta (…), quando il Signore pensò bene di farmi riprendere conoscenza (…).

Affermo in tutta verità di sentirmi sbigottita nel constatare come il Signore mi abbia quasi resuscitata da stare addirittura tremando dentro di me. (cfr. Vita 5, 3-10)

L’amore cresce comunicandoselo.
(Vita 7,22)

Esistere è camminare coscientemente verso la propria identità

Insistetti subito per tornare in monastero, chiedendo la cosa con tanta urgenza che finirono per trasportarmi là nelle condizioni in cui ero (…). Perdurai in quello stato più di otto mesi, rimanendo rattrappita – se pure con graduale miglioramento – per quasi tre anni. Quando finalmente cominciai a trascinarmi gattonando, ne ringraziai Dio (…). Mio Creatore, sono già alcuni anni che, a quanto posso capire, mi sorreggi con la tua mano (…). Piaccia alla Maestà Tua di non abbandonarmi neanche adesso (…). Allora mi pareva davvero abbandonarti con tanta disinvoltura, Signore. Ma siccome ti ho piantato già tante volte, non posso cessar di temere, perché non appena ti scostavi anche solo un pochino da me, crollavo a terra con un solenne tonfo. Sii per sempre benedetto, perché anche quando io ti ho abbandonato, tu hai avuto la bontà di non mollarmi mai così totalmente da non stendere subito la mano per offrirmi la possibilità di rialzarmi. E spesso, Signore, io non l’accettavo. (cfr. Vita 6, 2. 9)

Di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione, cominciai ad espormi a tali rischi e a guastarmi tanto l’anima in una infinità di scempiaggini, da vergognarmi addirittura di intraprendere un riaccostamento a Dio, riallacciando con Lui quella particolare amicizia che fluisce dall’orazione (…).

Stringe davvero il cuore osservare come molte, intenzionate ad appartarsi dal mondo e convinte di andare a servire il Signore, finiscano poi col trovarsi scaraventate in dieci mondi coalizzati assieme (…), vista anche la misura in cui nell’ambito di tali monasteri sono autorizzati complimenti e diversivi mondani (…). Allorché cominciai io pure ad allacciare conversazioni di questo tipo, siccome erano ormai entrate nell’uso comune, non ritenevo ne sarebbero derivati alla mia anima il danno e la distrazione che in un secondo tempo mi resi conto promanavano da tali interscambi (…). Trovandomi però un giorno con una persona appena conosciuta, il Signore ebbe la bontà di farmi capire che quelle amicizie non erano convenienti, ammonendomi e illuminandomi nella mia ottusa cecità. Mi si raffigurò dinanzi Cristo con aspetto molto severo, facendomi intendere quanto la cosa lo addolorasse. Lo vidi con gli occhi dell’anima, ma più distintamente di quanto avrei potuto vederlo con quelli del corpo, e la sua immagine mi rimase così impressa che, pur essendo trascorsi da allora ben ventisei anni, mi sembra di averla tuttora presente (…). L’impressione che fece su di me, fu misteriosamente profonda, al punto di non permettermi più di dimenticarla (…).

Invece di badare a correggere me stessa, sentivo un gran desiderio di far del bene agli altri, tentazione molto comune ai principianti, che tuttavia nel caso mio diede ottimi risultati. Siccome amavo intensamente mio padre, mi auguravo anche di vederlo fruire del gran bene che sentivo di godere io praticando l’orazione (…). Così, cominciai a fare in modo che la praticasse, dandogli pure dei libri adatti allo scopo (…). Veniva spesso a trovarmi perché trovava conforto nel parlare di temi attinenti a Dio (…). Alla pratica dell’orazione non indussi soltanto lui, bensì anche parecchie altre persone. Pur trovandomi irretita in tante vane scempiaggini, allorché vedevo qualcuno incline alla preghiera, gli insegnavo a meditare, lo aiutavo a progredire e gli prestavo magari dei libri, perché sentivo pulsare forte in me il desiderio che anche altri servissero Dio (…). Dico questo affinché si veda la paurosa cecità in cui annaspavo: abbandonavo me stessa alla perdizione, premurandomi al contempo di conquistare gli altri (…).

Conducevo un’esistenza quanto mai tribolata, perché nel corso dell’orazione scoprivo le mie colpe: da un lato Dio che mi chiamava, dall’altro io che seguivo il mondo. Le cose di Dio mi infondevano un’incontenibile gioia, ma le cose del mondo mi tenevano imbrigliata. Sembrava insomma, che io volessi a tutti i costi conciliare tra loro questi due opposti – così irriducibilmente nemici l’uno all’altro – quali sono la vita spirituale su un fronte, i godimenti e le soddisfazioni e i passatempi sensuali sull’altro. Durante l’orazione soffrivo tremendamente perché il mio spirito non era padrone, bensì schiavo; sicché non riuscivo a rinchiudermi in me stessa senza trascinarvi dentro anche l’ammasso delle mie futilità.

Trascorsi così molti anni, e adesso perfino mi stupisco nel constatare come la mia soggettività sia stata così resistente all’usura, da non giungere ad abbandonare l’uno o l’altro: Dio o il mondo. So tuttavia benissimo che lasciare l’orazione non stava più in mio potere, poiché mi sorreggeva con le sue proprie mani Colui che voleva così per favorirmi di grazie ancor maggiori (…).

Gran male è per un’anima trovarsi sola tra tanti pericoli. Io sono dell’idea che, se avessi trovato qualcuno con cui discutere questi problemi, ciò mi avrebbe aiutata a non ricadere, almeno per vergogna visto che non avevo rispetto per Dio.

Consiglierei quindi a coloro che si dedicano all’orazione, di ingegnarsi, specialmente al principio, per allacciare amicizia e conversazioni con altre persone che la coltivino anch’esse. È cosa importantissima, non fosse altro che per aiutarsi reciprocamente con la preghiera; ma in più ci sono molti altri vantaggi. Siccome in materia di conversazioni e affetti umani, spesso nemmeno del tutto inappuntabili, ci si procurano degli amici con cui distendersi per meglio godere raccontandosi scambievolmente le proprie esperienze nel campo di quei vani piaceri, non capisco perché mai si debba proibire a chi comincia sul serio ad amare e servire Dio, di parlare con qualcuno dei propri piaceri e dispiaceri, patrimonio connaturato di tutti quanti si dedicano all’orazione (…). Io credo che chi saprà agire con questa retta intenzione, gioverà a se stesso e a quanti altri staranno ad ascoltarlo, uscendone arricchito in esperienza: senza nemmeno sapere come istruirà i suoi amici (…).

Oggi si considera cosa buona e naturale immergersi nelle futilità e nei piaceri del mondo e ben pochi occhi si puntano sui seguaci di questo andazzo, mentre se uno comincia a darsi a Dio sono subito in tanti a mormorare. Bisogna quindi farsi compagnia per difendersi, sino a divenire così forti da non temere più le sofferenze (…).

La carità cresce comunicandosela, senza poi dire degli altri beni, che io non oserei prospettare qualora non avessi una grande esperienza del loro alto valore intrinseco (…).

Ritengo che anche i più forti, umiliandosi, diffidando di sé e credendo a chi ha esperienza in questo campo, non abbiano proprio nulla da perdere. Di me posso dire che, se il Signore non m’avesse fatto scoprire questa verità e dato modo di trattare assai frequentemente con persone abituate all’orazione, a forza di cadere e di alzarmi sarei precipitata a tuffo nell’inferno. Sì, perché quando si trattava di cadere avevo molti amici pronti ad aiutarmi; mentre quando mi accingevo a rialzarmi mi trovavo tanto sola da provare ora un senso di meraviglia per non essere rimasta sempre a terra e da sentirmi obbligata a lodare la misericordia di Dio, il solo che mi stendeva la mano. (cfr. Vita 7, 4.6.8.10.13.17. 20.22)

L'orazione secondo Teresa

L’orazione secondo Teresa

Come due innamorati che si guardano dritti negli occhi.
(Vita 27,10)

L’orazione mentale: una relazione esperienziale con Dio

Sebbene tutti siano sempre sotto gli occhi di Dio, ritengo che vi si trovino in maniera tutta speciale quelli che si dedicano all’orazione perché sentono che Lui li sta guardando, mentre gli altri possono stare anche per più giorni senza nemmeno ricordarsi che Dio li vede (…).

Molti santi e buoni autori hanno scritto sul bene di cui fruisce chi si applica all’orazione, intendo dire all’orazione mentale (…).

Posso dire soltanto quello di cui ho acquistato per esperienza: per quante colpe commetta chi ha cominciato a dedicarsi all’orazione non l’abbandoni, poiché essa costituisce il mezzo per riabilitarsi, e senza il suo appoggio l’impresa gli risulterà assai più difficoltosa. Non si lasci tentare dal demonio nella subdola maniera da lui adottata con me, persuadendosi a tralasciarla per umiltà; si convinca che le parole di Dio non possono andare a vuoto, che con un sincero pentimento e con il fermo proposito di non tornare ad offenderlo si ripristina l’amicizia di prima, ed Egli riprende a farci le stesse grazie, anzi a volte persino in misura maggiore.

Chi poi non ha ancora cominciato a praticarla, io lo scongiuro per amor di Dio a non privarsi di un bene così sostanzioso (…) e qualora perseveri, io spero fermamente nella misericordia di quel Dio che nessuno ha mai preso per amico senza esserne ripagato. Secondo me infatti, l’orazione mentale altro non è che il coltivare una relazione di amicizia intrattenendoci frequentemente in solitudine con Chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non lo amate (in quanto, affinché l’amore sia vero e l’amicizia durevole, occorrono condizioni di parità, e invece è notorio che quella di Dio va immune da qualsiasi difetto, mentre la nostra è viziosa, sensuale, ingrata), ossia se non riuscite ad amarlo abbastanza perché Lui non è alla pari con voi, per lo meno, constatando quanto vantaggio vi apporti godere la sua amicizia e quanto Egli vi ami, ce la farete a sopportare la pena di intrattenervi a lungo con Chi pure è tanto diverso da voi (…).

O bontà infinita del mio Dio, adesso sì mi sembra di vedere chi sei tu e la misera cosa che sono io e, constatando l’enorme divario esistente tra noi, vorrei proprio disintegrarmi nell’amarti. Quale benefica certezza ci dà il sapere che Tu sopporti chi ti permette di stargli vicino! Che buon amico dimostri di essergli, Signore! Come lo favorisci e con quanta pazienza lo sopporti, aspettando che egli adegui un pochino la sua condizione alla tua, mentre nel frattempo tu tolleri la sua! Tieni da conto gli istanti in cui ti ama, e per un attimo di pentimento dimentichi la valanga di offese che ti ha fatte.

L’ho constatato per esperienza personale e non capisco, o mio Creatore, perché mai il mondo non si precipiti ad allacciare con te questa amicizia: persino i cattivi, che sono ben lontani dall’essere al tuo livello, li farai buoni, purché acconsentano a che Tu stia con loro anche soltanto per due ore al giorno, sebbene essi stiano alla tua presenza impelagati in un mare di preoccupazioni e pensieri mondani come facevo io. Per la violenza che devono fare a se stessi, imponendosi di stare in così eccellente compagnia, Tu vedi chiaramente che di più non possono proprio ottenere nella fase iniziale, e talvolta nemmeno in seguito; ma già costringi anche i demoni a non tentarli, indebolendo giorno per giorno la loro irruenza offensiva e accordando invece energie fresche agli attaccati, perché possano vincere. No, Vita di tutte le vite, Tu non uccidi nessuno di quelli che si fidano di Te e Ti vogliono per amico (…).

Per alcuni anni, spesso badavo più a desiderare il termine dell’ora obbligatoria di orazione e ad ascoltare il segno dell’orologio, che non ad altre utili riflessioni; e moltissime volte poi, non so quale grave penitenza mi sarei volentieri sobbarcata, pur di non raccogliermi a fare orazione.

E in realtà, talmente intollerabile era la violenza esercitata su di me dal demonio o dalle mie cattive abitudini e tale la tristezza da cui venivo colta entrando nell’oratorio, che per vincermi dovevo far appello a tutto il mio coraggio (e sì che a detta di tutti ne possiedo una dose non trascurabile) (…). Comunque, dopo aver posto in atto tutti questi sforzi, provavo una maggior distensione e una più profonda gioia di quelle che sentivo certe altre volte, quando pure anelavo a pregare (…).

Ora, se persino a quelli che non lo servono ma anzi l’offendono, l’orazione è così benefica e necessaria, perché mai dovrebbero tralasciarla proprio coloro che servono e vogliono servire Dio? Io non riesco davvero a capirlo, a meno che non mirino intenzionalmente a sopportare con maggiore pena i travagli della vita e a sbarrare la porta a Dio, così da impedirgli di usarla per inondarli di gioia. Mi fanno proprio compassione quelli che servono Dio a loro spese; sì, perché quanti praticano l’orazione, ci pensa lo stesso Dio a pagarle, poiché per un po’ di sforzo, accorda loro la gioia sufficiente ad alleviare ogni travaglio (…).

Affermo soltanto che la porta attraverso cui il Signore ha concesso tante grazie a me, è l’orazione: sprangata questa, non so come potrà elargirle, perché se Dio vuole entrare in un’anima a compiacersi e a compiacerla non trova alcun varco, in quanto la vuole sola, pura e ansiosa di riceverlo.

Nell’intento di mettere in luce la misericordia di Dio e il gran bene derivato a me dal non aver abbandonato l’orazione e la lettura spirituale, parlerò qui – poiché è quanto mai utile a sapersi – del fuoco martellante cui il demonio sottopone un’anima per conquistarla, nonché degli accorgimenti misericordiosi con cui il Signore cerca di attrarla a sé, affinché tutti si guardino dai pericoli a cui non ho saputo sfuggire io. E soprattutto, per amor del Signore, e per l’affettuosa premura che lo induce quasi ad affannarsi per avvincerci a sé, io scongiuro chiunque a stare alla larga dalle occasioni, perché, una volta intrappolati in esse, non si ha più alcun ancoraggio sicuro. (cfr. Vita 8, 2.5-10)

Il metodo dell’orazione

Il metodo di orazione da me adottato era il seguente: non riuscendo a discorrere con l’intelletto, cercavo di raffigurarmi interiormente Cristo, e a mio giudizio mi trovavo meglio fissandolo in quei momenti della sua vita in cui lo vedevo più solo. Mi pareva che, essendo solo ed afflitto, come persona bisognosa di conforto, avrebbe dovuto accogliere persino me e di ingenuità simili ne avevo parecchie.

Particolarmente a mio agio mi trovavo con l’orazione “dell’Orto”. Qui gli tenevo compagnia; pensavo al sudore e all’afflizione che egli aveva sofferto e desideravo di potergli asciugare quelle stille impregnate di dolore, ma non osavo mai decidermi a farlo perché mi tornavano alla memoria i miei gravissimi peccati; me ne stavo con lui fintanto che me lo permettevano i miei pensieri, sempre intenti a frastornarmi come uno sciame molesto. Per vari anni, la maggior parte delle sere prima di addormentarmi, quando per prender sonno mi raccomandavo a Dio, meditavo sempre un po’ su questo passo dell’orazione fatta da Gesù nell’Orto; e ciò sin dai tempi in cui non ero ancora monaca. Sono convinta che con questo esercizio la mia anima si sia molto avvantaggiata, perché avevo cominciato a fare orazione senza nemmeno saper cosa fosse, e già l’abitudine regolare da me contrattane mi impediva di lasciarla, così come mi obbligava a fare il segno della croce prima di addormentarmi (…).

A me tornava utile anche la vista della campagna, dell’acqua e dei fiori, tutte cose in cui scoprivo un richiamo al Creatore, intendo dire che me ne risvegliavano il ricordo, mi inducevano al raccoglimento e mi servivano da libro (…).

Possedevo un’abilità così scarsa a rappresentarmi le cose per via intellettiva che, se non si trattava di cosa vista con i miei occhi, l’immaginazione non mi serviva a nulla, e non riuscivo assolutamente a fare come altre persone che sono in grado di creare delle immagini su cui concentrarsi. Arrivavo solo a polarizzarmi su Cristo come uomo; ma anche così per quanto leggessi descrizioni della sua bellezza e ne contemplassi le immagini, non mi riusciva di raffigurarmelo interiormente se non come fa un cieco o uno immerso nel buio, il quale, sebbene parli con una persona e senta di essere alla sua presenza in quanto ha la netta consapevolezza che essa gli sta dinanzi, tuttavia non la vede. Ebbene: così succedeva a me quando pensavo a Nostro Signore. Per questo ho sempre avuto tanta predilezione per le immagini (…).

All’atto in cui cercavo di raffigurarmi Cristo e di prostrarmi ai suoi piedi nel modo poc’anzi accennato, e talvolta persino nel corso della semplice lettura, mi accadeva di trovarmi improvvisamente pervasa da un sentimento così vivo della presenza di Dio da non poter assolutamente dubitare ch’egli fosse dentro di me e io tutta immersa in Lui (…). Tale stato tiene l’anima così sospesa, da darle l’impressione di essere completamente fuori di sé (…) come attonito di fronte alle molte cose che intende. (cfr. Vita 9, 4-6.10)

Bisogna imparare ad innamorarsi molto dell’umanità di Cristo (Vita 12,2)

Venendo ora parlare di coloro che cominciano a essere servi dell’amore (poiché il determinarsi a seguire sulla rotta dell’orazione Chi tanto ci ha amati ritengo non comporti null’altro), dico subito che la loro è una dignità così sublime da suscitare in me una strana euforia solo a pensarvi. Sì, perché il timore servile sparisce immediatamente se in questo primo stadio procediamo come si deve (…). Infatti, tutta la nostra colpa sta nel non sfruttare subito questa altissima dignità, perché qualora arrivassimo rapidamente a possedere in modo perfetto l’autentico amor di Dio, esso ci porterebbe insieme ogni bene. Purtroppo noi siamo tanto avari e lenti nel darci completamente a Dio, che, non volendo Egli lasciarci godere un bene così prezioso senza che noi lo paghiamo a caro prezzo, non ci disponiamo mai a disporci convenientemente.

Vedo bene che qui in terra non esiste valuta con cui si possa comperare un tesoro così inestimabile (…). Ci sembra sì di dare tutto, mentre poi in realtà offriamo a Dio soltanto la rendita e i frutti, trattenendoci il capitale e la proprietà.

Bella maniera di cercare l’amore di Dio! E poi lo vogliamo subito a piene mani, come si dice con frase fatta. Conservare le nostre affezioni (visto che non ci sforziamo di tradurre in atto le nostre aspirazioni e non siamo capaci di sradicarle definitivamente dalla terra, e al contempo pretendere molte consolazioni spirituali, è assurdo; a mio avviso, infatti, esiste un’assoluta incompatibilità tra le due cose.

Sconfinata è la misericordia che Dio prodiga a un’anima quando le dona la grazia e il coraggio di risolversi ad impegnare tutte le sue energie per conquistare questo bene. Se persevera nell’impresa, il Signore, che non si nega a nessuno, andrà a poco a poco incrementando il suo coraggio fino a farle conseguire la vittoria (…).

Questa è la via battuta da Cristo, e questa devono quindi battere quelli che vogliono seguirlo, se non vogliono perdersi (…).

Dovrò servirmi di qualche paragone, anche se per quanto sta in me vorrei evitarlo, poiché sono una donna e dovrei limitarmi semplicemente a scrivere ciò che mi comandano; sennonché questo linguaggio spirituale risulta tanto difficile da manovrare a quanti sono privi di istruzione come me che dovrò pur escogitare qualche modo per esprimermi (…).

Come muovere i primi passi

Ecco ora un paragone che mi piace. Chi muove i primi passi in questo campo deve far conto di cominciare a coltivare un giardino in un appezzamento di terreno sterile, pieno di erbacce, che va trasformato in luogo di delizie per il Signore. Sua Maestà strappa le erbe cattive e vi pianta le buone. Supponiamo che questo sia un lavoro già fatto quando un’anima si determina per l’orazione e ha preso a praticarla. Con l’aiuto di Dio, noi da buoni giardinieri, siamo tenuti a far sì che quelle piantine crescano, da aver cura di innaffiarle perché non muoiano, ma producano invece fiori fragranti e profumati per ricreare Nostro Signore, cosicché Egli venga spesso a dilettarsi in questo giardino (…).

Ma cosa fai tu, Signore, che non sia diretto al maggior bene dell’anima che sai già tua, che si consegna a te intenzionata a seguirti dovunque, fino alla morte di croce, determinata ad aiutarti a portarla e a non lasciarti solo con essa (…). Dio non ha mai lasciato in ansia i suoi amici. Persuadiamoci che tutto tende al nostro maggior bene. Egli ci guidi dove vuole, poiché ormai non apparteniamo piú a noi stessi, bensì a Lui. Ci fa già un grande favore permettendoci di zappare nel suo giardino stando accanto a Lui, che ne è il Padrone e ci vede al suo fianco con simpatia (…).

Va messo bene in rilievo – e lo affermo perché lo so per esperienza che l’anima, quando ha imboccato con piglio risoluto questa via dell’orazione mentale ed è riuscita a non dar molto peso né alle consolazioni né agli sconforti, dovuti al fatto che il Signore le lasci mancare queste soddisfazioni e questa tenerezza, ha già percorso un buon tratto di strada, ha cominciato ad erigere l’edificio su basi solide. Infatti, l’amore di Dio consiste nel servirlo con rettitudine, con fortezza d’animo ed umiltà. (cfr. Vita 11, 1-6.12.13)

L’orazione come amicizia…

L’atteggiamento più sicuro per l’anima intenzionata a darsi all’orazione è quello di scordarsi di tutto e di tutti per attendere solo a se stessa e a contentare Dio (…).

Sembra una perdita di tempo, mentre io credo questa perdita di tempo molto vantaggiosa; come ho detto, bisogna che si tengano alla presenza del Cristo, senza stancare la testa, che gli parlino e si rallegrino con Lui; senza stancarsi a comporre discorsi, che gli presentino piuttosto i loro bisogni e si ricordino i motivi che Egli avrebbe di non ammetterli neanche di fronte a sé (…).

Non ci si affatichi continuamente andando alla ricerca di spunti, ma si cerchi invece di starsene lì tranquilli con Lui, mettendo a riposo l’intelletto. Se si riesce, lo si occupi nel rammentare che Egli ci sta guardando; e quindi Gli si faccia compagnia, Gli si parli, Gli si presentino le proprie richieste, umiliandosi, godendo di Lui e ricordandosi che non si meriterebbe di starsene alla sua presenza.

L’anima s’immagini di essere alla presenza di Cristo: impari ad innamorarsi molto della sua Umanità e a portarlo sempre con sé, a parlare con Lui, a chiedergli aiuto per le sue necessità, a lamentarsi con Lui dei suoi travagli, a rallegrarsi con Lui nei momenti di gioia, senza dimenticarlo mai a causa di essi, senza ricorrere a preghiere complicate, ma usando invece parole semplici, rispondenti ai suoi desideri e alle sue esigenze.

È un modo eccellente di progredire in brevissimo tempo. (cfr. Vita 12.2; 13,10.11.22)

…per pensare “in grande”

Bisogna avere grande fiducia in quanto è ottima norma non limitare i desideri, nella certezza che Dio, se ci mettiamo con impegno, a poco a poco ci concederà di arrivare al traguardo raggiunto da molti santi (…). Mi lascia addirittura stupita il constatare quanto peso abbia in questa corsa l’animarsi a grandi cose; quand’anche l’anima per il momento non ne abbia ancora le forze, spicca subito un bel volo e arriva molto in alto, sebbene si stanchi e debba posarsi presto come un uccellino di primo pelo (…).

Quantunque in materia di desideri ne abbia nutriti sempre di grandi, cercavo tuttavia di praticare l’orazione e nello stesso tempo vivere a modo mio. Credo però che se ci fosse stato qualcuno capace di spingermi a volare, mi sarei certo messa con maggiore impegno a tradurre anche in atto questi desideri. (cfr. Vita 13, 2.6)

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