La missione di Teresa   I primi fratelli spirituali di Teresa    Santa Teresa di Gesù Bambino e i  Sacerdoti    Teresa amò i sacerdoti   Teresa e Celina




Madre Agnese di Gesù, sorella di Teresa


In generale, giudicava ogni cosa dal punto di vista della fede; non si fermava mai all’aspetto terreno e umano degli avvenimenti. Così, essendo maestra delle novizie, non ammetteva che si criticasse il modo con cui erano fatte le prediche e le istruzioni. Tuttavia non pensava che tutti i sacerdoti parlassero ugualmente bene, ma non ammetteva che si criticassero le imperfezioni della loro predicazione. Diceva anche che lo spirito di fede non consentiva di parlare dei difetti dei sacerdoti. Si confessò per la prima volta verso l’età di sei anni e mezzo. Fu per lei un grande avvenimento nella sua vita; fece il suo esame con molta cura, accanto a me. Poiché le avevo detto che le lacrime del piccolo Gesù sarebbero cadute sulla sua anima e l’avrebbero purificata al momento della benedizione del sacerdote, si rallegrava della sua confessione come di una grande festa. Poiché faceva il suo esame di coscienza con me molto candidamente, mi chiedeva ciò che bisognava dire. Ero molto imbarazzata nel non trovare nessun peccato, non avendola mai vista disobbedire o commettere alcuna colpa. La incitavo piuttosto all’amore e alla riconoscenza che alla contrizione. Prima di entrare al Carmelo, mi diceva che voleva farsi Carmelitana non fosse altro che per salvare una sola anima, che tutta una vita di sofferenza non sarebbe troppo per questo. Ma in seguito i suoi desideri seguirono una ben altra ampiezza: guadagnare anime al buon Dio divenne la sua costante preoccupazione; me ne parlava in continuazione. Al momento della sua professione, quando all’esame canonico (2 settembre 1890) le fu chiesto per quale motivo si sentiva attratta ad abbracciare questo santo stato, rispose: «È soprattutto per salvare le anime e per pregare per i sacerdoti». Una immaginetta di Nostro Signore Gesù Cristo Crocifisso grondante sangue le rivelò ciò che doveva fare per salvare anime; capì - mi diceva - che doveva raccogliere il sangue di Gesù e riversarlo sui peccatori: «Mi sentivo divorata dalla sete delle anime. Non mi attiravano ancora le anime dei sacerdoti, ma quella dei grandi peccatori». Più avanti l’attirarono maggiormente le anime dei sacerdoti perché le sapeva più care a Nostro Signore e più capaci di attirargli i cuori. Mi ripeté questo più di una volta dopo il suo viaggio a Roma, durante il quale aveva visto con stupore che se la loro sublime dignità li innalza al di sopra degli angeli, non sono, per questo, meno deboli e fragili degli uomini. Costantemente poi pregava per i sacerdoti e parlava della necessità di ottenere loro delle grazie. Fu molto contenta di offrire le sue preghiere e le sue mortificazioni specialmente per due missionari, al cui lavoro l’aveva associata la Madre Priora. Il 19 agosto 1897, festa di San Giacinto, offrì l’ultima comunione della sua vita per la conversione di un povero sacerdote del nostro Ordine che porta questo nome (padre Giacinto Loyson). Era del resto uno dei suoi più ardenti desideri; ma ne parlò spesso durante la sua vita dicendomi che faceva molti sacrifici a questo scopo.

Verso il 1895-1896, accettò l’ordine della Madre Priora, di stabilire una specie di fraternità spirituale tra lei e due missionari: il padre Bellière, dei Padri Bianchi, e il padre Roulland, missionario nel Sut-Tchuen. Non solo offriva per loro le sue preghiere e i suoi sacrifici, ma iniziò con ciascuno una fitta corrispondenza su argomenti spirituali. Durante la sua ultima malattia mi fece a questo proposito le seguenti osservazioni e raccomandazioni: «Più avanti, un grande numero di giovani sacerdoti, sapendo che sono stata sorella spirituale di due missionari, chiederanno qui lo stesso favore; potrebbe essere pericoloso. È solo con la preghiera e il sacrificio che possiamo essere utili alla Chiesa. La corrispondenza deve essere molto rara e non bisogna permetterla per nulla a certe religiose che ne sarebbero preoccupate, crederebbero di fare meraviglie e non farebbero, in realtà, che ferire la loro anima e cadere forse nei sottili tranelli del demonio. Madre mia, ciò che le dico è molto importante; non lo dimentichi in futuro».

Al tempo in cui era sacrestana, metteva nell’esercizio del suo ufficio una grande pietà, specialmente quando toccava i vasi sacri e preparava i lini e gli ornamenti dell’Altare. Quest’ufficio la spingeva a essere molto fervente e ricordava questa parola dei Libri Santi: «Siate santi, voi che toccate i vasi del Signore» (Is 52,11). Se nella Pisside o nel corporale trovava qualche particella, manifestava la più viva gioia. Una volta, avendo trovato un frammento abbastanza grande, corse in lavanderia dove si trovava la comunità e fece segno ad alcune di seguirla. Si inginocchiò per prima ad adorare Nostro Signore, rimise il corporale nella borsa e poi ce la fece baciare. Era in preda ad un’indicibile emozione. Un’altra volta il sacerdote, mentre distribuiva la Santa Comunione, lasciò cadere l’Ostia. La Serva di Dio tese l’estremità del suo Scapolare per non lasciar cadere a terra la Santa Ostia. Mi diceva poi con gioia: «Ho portato Gesù Bambino fra le mie braccia, come la Santa Vergine». Durante la sua malattia, le si portò il Calice di un giovane sacerdote che aveva da poco celebrato la sua Prima Messa. Guardò l’interno della sacra coppa e ci disse: «La mia immagine si è riflessa nel fondo del Calice, là dove si è posato il Sangue di Gesù e dove discenderà tante altre volte. Mi piaceva fare questo coi Calici quando era sacrestana».

Un altro giorno mi disse: «Non penso di essere felice di gioire, di riposarmi in cielo. Non è questo che mi attira. Ciò che mi attira è l’amore: è amare, essere amata e ritornare sulla terra per far amare il buon Dio, per aiutare i missionari, i sacerdoti, tutta la Chiesa. Voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra». Ciò che vidi brillare di più in lei durante la sua ultima malattia, è la semplicità, l’abbandono di se stessa, l’umiltà, il costante ricorso alla preghiera e la fiducia in Dio.

«Non smanio di godere, ma è questo che mi attira. Non posso pensare molto alla felicità che mi aspetta in cielo. Una sola attesa fa battere il mio cuore: è l’amore che riceverò e quello che potrò donare. Penso a tutto il bene che vorrei fare dopo la mia morte: far battezzare i bambini piccoli, aiutare i sacerdoti, i missionari tutta la Chiesa!…».

Ve ne sono [molte persone] che considerano [la Serva di Dio suor Teresa] il loro angelo custode e hanno prove sensibili della sua continua assistenza; i suoi scritti sono il codice di perfezione che guida la loro vita spirituale, e si sforzano di seguire la «sua vita». Ho rilevato questa influenza tanto sulle madri di famiglia quanto sulle religiose. Dove mi è parsa più ammirevole è sui sacerdoti. Ormai non conto nemmeno più il numero di quelli che la lettura di Storia di un’anima ha fatto passare dalla tiepidezza al fervore, dal fervore alla vita perfetta e persino talvolta dal peccato allo stato di grazia.

Come lo sa?

Dalle lettere che mi giungono costantemente. Ho anche ricevuto spesso al parlatorio dei sacerdoti il cui fervore si era ravvivato o accresciuto all’incontro con suor Teresa.


Suor Geneviève, sorella di Teresa


Ero diventata la sola confidente di Teresa, così non poté nascondermi il desiderio che aveva di entrare al Carmelo. La sua attrattiva per la vita religiosa si era manifestata fin dalla più tenera infanzia. Non soltanto ripeteva che desiderava essere religiosa, ma sognava una vita eremitica e talvolta si isolava in un angolo della sua camera dietro le tende del suo letto per intrattenersi con Dio. Aveva allora 7 o 8 anni. Più tardi, a 14 anni, dopo quella che lei chiama “la sua conversione”, la vita religiosa le apparve soprattutto come un mezzo per salvare le anime. Anzi pensò, per questo, di farsi religiosa delle missioni estere, ma la speranza di salvare un maggior numero di anime con la mortificazione e il sacrificio di se stessa la decise di rinchiudersi al Carmelo. La Serva di Dio mi confidò lei stessa il perché di questa determinazione: era per soffrire di più e così guadagnare più anime a Gesù. Stimava che era più duro per la natura lavorare senza mai vedere il frutto dei propri sforzi, lavorare senza stimoli, senza alcuna distrazione, che il lavoro penoso fra tutti è quello che si intraprende su noi stessi per arrivare a vincersi. Così, questa vita di morte, più lucrativa di tutte le altre per la salvezza delle anime, era quella che voleva abbracciare, augurandosi, come diceva lei stessa “di diventare al più presto prigioniera per dare alle anime le bellezze del cielo”. Infine, entrando al Carmelo, il suo scopo speciale fu di pregare per i sacerdoti e immolarsi per i bisogni della Santa Chiesa. Lei chiamava questo genere di apostolato fare il commercio all’ingrosso, perché attraverso la testa, arrivava alle membra. Così dichiarò con fierezza all’esame canonico che precedette la sua professione: “Sono venuta - disse - per salvare le anime e soprattutto per pregare per i sacerdoti”.

La Serva di Dio nutriva la sua anima con la lettura della Sacra Scrittura. Fin dalla sua infanzia, anche il libro dell’Imitazione la deliziava e lo sapeva a memoria. Ma soprattutto ciò che la assorbiva durante le sue orazioni era la meditazione del Santo Vangelo. Desiderò anche portare questo libro sacro sul suo cuore e si preoccupò molto di trovare i Santi Vangeli pubblicati separatamente per farli rilegare e procurarci la stessa felicità. Scrutava la Sacra Scrittura per “conoscere il carattere del buon Dio”. La differenza delle traduzioni la addolorava: “Se fossi stata sacerdote - diceva - avrei studiato a fondo l’ebraico e il greco per conoscere il pensiero divino, tale quale Dio si degna esprimere nel nostro linguaggio umano”.

La Serva di Dio amava tanto ornare gli altari e soprattutto l’altare dove, in certi giorni, veniva esposto il Santissimo Sacramento. Esercitò per lungo tempo l’ufficio di sacrestana. Era edificante vedere con quale rispetto e con quale gioia toccava i vasi sacri e la sua gioia quando scorgeva un minuscolo frammento dell’ostia santa dimenticata dal sacerdote. Ho assistito in tali occasioni a scene sublimi di pietà, in particolare una volta in cui si trovava dinanzi a un calice insufficientemente purificato: lo portò nel tabernacolo dell’oratorio con una devozione indicibile. Toccava i corporali e i purificatoi con una grande delicatezza: le sembrava, mi diceva, di toccare i panni di Gesù Bambino. Nel preparare la Messa per il giorno seguente, le piaceva specchiarsi nel calice e nella patena; le sembrava che lasciando specchiata nell’oro la sua immagine, era su di lei che sarebbero state riposte le sante speci.

Nel mese di giugno 1897, suor Teresa di Gesù Bambino, molto prima di ammalarsi, mi disse che pensava di morire in quello stesso anno: eccovi il motivo che mi diede nel mese di giugno. Quando si vide colpita da una tubercolosi polmonare mi confidò: “Vedete, il buon Dio mi prenderà in un’età in cui non avrei avuto il tempo necessario per essere sacerdote… Se fossi potuta diventate sacerdote, ciò sarebbe avvenuto in questo mese di giugno e durante quella ordinazione avrei ricevuto i santi Ordini. Eh! Allora, affinché non rimpianga nulla, il buon Dio permette che io sia malata e dunque, impossibilitata a partecipare alla cerimonia e pertanto morirò prima di aver esercitato il mio ministero”. Il sacrificio di non essere sacerdote le stava sempre molto a cuore. Quando, durante la sua malattia, le tagliavamo i capelli, ci chiedeva sempre di farle la tonsura; allora compiaciuta si passava la mano sulla testa. Ma il suo rimpianto non si limitava a degli infantilismi; essendo ispirato da un autentico amore per Dio, questo rimpianto le ispirò grandi speranze. Il pensiero che Santa Barbara aveva portato la Comunione a S. Stanislao Kostka la affascinava, ci diceva: “Perché non un angelo, non un sacerdote, ma una vergine? Oh, quante meraviglie vedremo in cielo! Sono del parere che quanti avranno desiderato sulla terra l’onore del sacerdozio ne saranno partecipi in cielo”.

Durante la vita da carmelitana, orientò le sue intenzioni specialmente verso la santificazione dei sacerdoti. Nel 1889 mi scriveva il 14 luglio (aveva sedici anni): “O mia Celina, viviamo per le anime, siamo apostoli… salviamo soprattutto le anime dei sacerdoti: queste anime dovrebbero essere più trasparenti del cristallo. Ahimè! Quanti cattivi sacerdoti, sacerdoti che non sono abbastanza santi. Preghiamo, soffriamo per loro… Celina, capisci il grido del mio cuore?”. Lo stesso pensiero me lo ripeteva in numerose lettere del 1889 e del 1890, come pure lo ripete nel suo manoscritto e nelle sue poesie.

Il pensiero che la glorificazione di suor Teresa sarebbe un incoraggiamento alla santità, suscita ovunque degli apostoli; in particolare i sacerdoti le sono specialmente devoti. Padre Flamérion, S.J., direttore una casa di esercizi spirituali per sacerdoti presso Parigi, ci ha fornito degli esempi toccanti. Nei seminari suor Teresa è molto conosciuta e amata. Tanti sacerdoti e religiosi la prendono come “sorella” o associata al loro sacerdozio. Abbiamo avuto qui parecchie visite di vescovi e abati i quali chiedono di vedere la cella di suor Teresa di Gesù Bambino. Con pia venerazione si sono inginocchiati davanti alla statua della Santa Vergine che le ha sorriso, e si sono fatti condurre in tutti i luoghi santificati dalla sua presenza… Le richieste di preghiere arrivano così numerose al Carmelo, che le visite al parlatorio e la corrispondenza sono diventate estremamente gravose. Pertanto, Madre Agnese di Gesù, suor Maria del Sacro Cuore ed io, essendo le sorelle della Serva di Dio, ci siamo dovute ritirare per quanto possibile da questo movimento, altrimenti non ci sarebbe più per noi vita religiosa possibile.


Padre Adolphe Roulland m.e.p.


Ecco in quali circostanze conobbi la Serva di Dio. Nel 1896, al momento di ricevere l’ordinazione sacerdotale e di andare in missione, ebbi l’idea di sollecitare le preghiere speciali di una religiosa carmelitana che fosse così spiritualmente associata al mio apostolato. Mi rivolsi per questo alla Madre Priora del Carmelo di Lisieux, che designò a questo scopo suor Teresa di Gesù Bambino. Io non la conoscevo. Prima di partire per le missioni, venni a Lisieux nel luglio 1896. Celebrai la santa messa al Carmelo ed ebbi, durante una mezza giornata, diversi colloqui con la Serva di Dio. Mantenemmo da allora una corrispondenza che si protrasse fino alla sua morte, cioè per un anno. Ricevetti da lei in questo periodo circa otto lettere.

I favori che ho ricevuto per intercessione della Serva di Dio sono per me una ulteriore prova che ella praticava le virtù a un alto grado, e che il Signore, che amava provarla, la ricompensava largamente, ancora in questa vita, con l’esaudire le sue domande. Senza voler insistere sui favori d’ordine spirituali che sono persuaso di aver ottenuto per sua intercessione, mi è gradito riconoscere che le sono proprio un po’ debitore della mia vocazione di missionario: «L’8 settembre 1890 - mi scrisse il 1° novembre 1896 - la sua vocazione di missionario veniva salvata da Maria Regina degli apostoli e dei martiri: in quello stesso giorno, una piccola carmelitana diventava la sposa del Re dei cieli. Il suo unico scopo era quello di salvare le anime, soprattutto quelle degli apostoli. A Gesù, suo Sposo divino, chiese in modo particolare un’anima apostolica; non potendo essere sacerdote, voleva che, al suo posto, un sacerdote ricevesse le grazie del Signore, avesse le stesse aspirazioni, gli stessi desideri di lei. Lei conosce l’indegna carmelitana che fece quella preghiera. Non pensa come me che la nostra unione, confermata il giorno della sua consacrazione sacerdotale, cominciò l’8 settembre? Credevo che solo in cielo avrei incontrato l’apostolo che avevo chiesto a Gesù; ma questo diletto Salvatore sollevando un poco il misterioso velo che nasconde i segreti dell’eternità, si è degnato donarmi, fin dall’esilio, la consolazione di conoscere il fratello della mia anima, di lavorare con lui per la salvezza dei poveri infedeli».
Ecco un favore temporale che ugualmente attribuisco a lei. In missione durante una persecuzione circa 200 donne e vergini si erano rifugiate presso di me. Ora i banditi approfittando della mia assenza, si preparavano ad assalire la mia residenza. Prima di mettersi in marcia, fanno un’ultima supplica alle loro divinità, facendo esplodere dei petardi in loro onore. Uno di questi mette fuoco alle polveri: la detonazione fa saltare il monastero buddista, uccide o ustiona un buon numero di banditi, il resto di quelli sani fugge da tutte le parti. L’allarme è dato; le mie cristiane sono salvate prima ancora d’aver conosciuto il pericolo. Non ho dubitato un istante della protezione di suor Teresa che mi aveva promesso di vegliare su di me e su i miei cristiani, e alla quale io raccomandavo tutti i giorni gli interessi della mia missione. Questi fatti accaddero verso il 1904.


Maria della Trinità, amica e novizia di Teresa


Quand’era sacrestana sono stata testimone dello spirito di fede con cui compiva il suo ufficio. Mi parlava della sua felicità di avere, come i sacerdoti, il privilegio di toccare i vasi sacri; li baciava rispettosamente e mi faceva baciare l’ostia magna che stava per essere consacrata. La sua felicità fu al colmo il giorno in cui, nel ritirare la patena dorata dalla mensa della comunione, vide che vi era un frammento assai grande. La incontrai sotto il chiostro, mentre portava il suo prezioso tesoro che proteggeva con cura: «Seguitemi - mi disse - porto Gesù». Arrivata in sacristia, depose solennemente la patena su un tavolo, mi fece mettere in preghiera vicino a lei finché arrivò il sacerdote che aveva fatto avvertire. Aveva una sete ardente della Santa Comunione, e la sua più grande sofferenza era di non poterla ricevere tutti i giorni. Avrebbe preferito tutte le sofferenze piuttosto di ometterne una sola. Un giorno di comunione, essendo molto malata, ricevette dalla Madre Priora l’ordine di prendere una medicina. Ora, in quel caso, era usanza qui di non fare la comunione. Davanti a questa decisione, suor Teresa di Gesù Bambino si sciolse in lacrime e perorò così abilmente la sua causa presso la Madre Priora che non solo ottenne di non prendere quella medicina se non dopo la Messa, ma, da quel giorno, si abolì l’usanza di perdere la comunione in simili circostanze.

Il suo amore per Dio le dava uno zelo ardente per la salvezza delle anime, in modo particolare quelle dei sacerdoti; offriva tutti i suoi meriti per la loro Santificazione e mi esortava a fare la stessa cosa. Ella chiamava i peccatori «suoi figli» e prendeva sul serio il suo titolo di «madre» nei loro confronti. Li amava appassionatamente e lavorava per loro con una dedizione instancabile. Un giorno di bucato, mi avviavo alla lavanderia senza affrettarmi, guardando, mentre passavo, i fiori del giardino. Anche suor Teresa di Gesù Bambino vi andava, camminando rapidamente. Ella mi raggiunse presto e mi disse: «È così che ci si affretta quando si hanno dei figli da nutrire e si è obbligati a lavorare per farli vivere?». E trascinandomi: «Andiamo, venite con me e affrettiamoci, perché se ci gingilliamo, i nostri figli moriranno di fame». Mi diceva ancora: «Un tempo, nel mondo, svegliandomi la mattina, pensavo a ciò che probabilmente doveva capitarmi nella giornata, e se non prevedevo che difficoltà, mi alzavo triste. Ora è tutto il contrario… Mi alzo tanto più gioiosa e piena di coraggio quanto più prevedo tante occasioni di testimoniare il mio cuore a Gesù e di guadagnare da vivere ai miei figli, i poveri peccatori. Subito bacio il mio crocifisso, lo poso delicatamente sul cuscino mentre mi vesto, e gli dico: «Gesù mio, Voi avete lavorato abbastanza, pianto abbastanza, durante i trentatre anni della vostra vita su questa povera terra! Ora riposatevi è il mio turno di combattere e di soffrire».


Padre Godefroy Madelaine O. Praem.


Al Carmelo è risaputa che ella era, in mezzo alle sue sorelle, un angelo di pace e di carità. Mi hanno riferito molto spesso fino a che punto era servizievole nei riguardi di tutte le sorelle, e in modo particolare verso quelle che erano più bisognose a causa di difetti e infermità. Ma quello che voglio soprattutto testimoniare è il suo amore eroico per le anime. La Serva di Dio mi ha spesso confidato gli ardenti desideri che aveva di consumarsi per guadagnare anime. Nella sua anima c’era una fiamma apostolica. Tali aspirazioni non erano in lei pura teoria, si traducevano in pratica per mezzo di costanti atti di preghiera, di opere buone e di mortificazioni. Credo che una delle sue più abituali intenzioni fosse quella di salvare anime. Volle essere missionaria ed è con un’attivissima generosità che accettò di unire la sua vita spirituale ai lavori di due missionari che chiamava i suoi «fratelli». Sono venuto a conoscenza di quest’ultimo particolare, non soltanto dalla «Storia della sua vita», ma dal racconto che me ne hanno fatto i genitori di uno di questi missionari, il reverendo Padre Roulland delle Missioni Estere.


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