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27 LUGLIO

Beato Tito Brandsma, sacerdote e martire

Memoria

27 luglio 1867

A Pau in Francia, Santa Mariám Baouardy entra al Carmelo della citta e ricevette l’abito carmelitano, prendendo il nome di Mariám di Gesù Crocifisso; la sua condizione di analfabeta la relegava fra le converse e per lei che voleva solo servire, andava bene così; ma fu deciso invece di ammetterla come corista e la obbligarono ad imparare a leggere e scrivere, purtroppo senza successo, per cui nel 1870 ritornò conversa. Dotata di doni carismatici, con le sue visioni, ebbe la facoltà di prevedere alcuni attentati contro il papa Pio IX, come la distruzione della caserma pontificia ‘Serristori’ di Borgo Vecchio, che saltò in aria il 23 ottobre 1869, da allora la Santa Sede prese ad interessarsi di quella novizia in Francia.

NARRAZIONE DEL TRANSITO DEL BEATO TITO BRANDSMA

Introduzione

L’anno dell’Incarnazione del Signore Nostro Gesù Cristo, 26 agosto 1942, domenica, Tito Brandsma, carmelitano, entra nella vita. Il Beato transito avviene nel lager di sterminio di Dachau in Germania.

Il tremendo viaggio verso Dachau

Nutrito la sera precedente del pane di Cristo, nonostante l’angoscia naturale che gli deve gonfiare il cuore, accompagnato dal suo coraggio, dalla fiducia insopprimibile del suo Signore, padre Tito parte.

Il viaggio di trasferimento è davvero lungo e penoso. Tutti i prigionieri viaggiano in carri bestiame, gli uni accanto agli altri, fissi sulle loro stesse lordure. Sono come bestie. Il loro cibo è proprio scarso: di acqua non ne danno. L’atmosfera intorno è terribilmente lugubre: pianti, disperazioni, canti, percosse. Sembra quasi un inferno. Il treno si ferma a Francoforte, per accogliere altri individui. Passano attraverso la Baviera; a Norimberga fanno, in una palestra, sosta per tre giorni. Arrivano finalmente a Dachau, nei pressi della città di monaco.

Molti prigionieri non scendono: rimangono nei carri bestiame, morti per gli stenti o perché schiacciati dalla massa umana. Degli autocarri attendono i prigionieri per avviarli al campo di concentramento.

Padre Tito si muove molto a fatica: alcuni uomini della S.S. lo aiutano nel loro stile a salire sull’autocarro, col calcio dei loro fucili.

Nell’inferno di Dachau

Così, questa nuova massa umana entrò in quello sconfinato mondo di sofferenza, di pena, di morte. Oltre a Dachau in Germania esistevano altri 16 campi di concentramento. Erano stati proprio inventati per spezzare ogni resistenza umana e spirituale dei loro nemici, veri o sospetti.

Lo scopo vero di questi campi era quello di disumanizzare, riducendo a larve animali le persone, tanto da renderle ridicole a loro stesse. Ne facevano, da uomini intelligenti, uomini bruti.

Il campo a Dachau, dove arrivò padre Tito, era vastissimo e fra i più antichi. Era lungo circa un chilometro e largo 300 metri, con uno stradone che lo divideva a metà. Il numero delle persone era molto grande: da un lato all’altro erano disposti 30 blocchi di baracche, contenente ognuna 208 persone. A volte il numero raggiungeva la cifra di 1600 persone per blocco.

Ci si può immaginare come regnasse la sporcizia sovrana: le condizioni d’igiene non esistevano e i prigionieri morivano come topi.

Il numero 30.492

Padre Tito arriva sul luogo, proprio come un brigante, il 19 giugno. Egli dà le sue generalità nel blocco di entrata del campo; risponde alle domande di prassi. Gli vengono fatte fotografie per lo schedario del campo.

In un’altra sala gli viene consegnato il vestiario del campo: una maglia di cotone, un paio di pantaloni, una giacca a strisce. Il suo numero personale di prigioniero è 30.492. D’ora in poi sarà solo un numero: 30.492.

I prigionieri vanno poi a farsi la doccia, vanno dal barbiere, poi da colui che deve togliere i pidocchi: tutto questo sempre col puntuale concorso di calci e di percosse. Sono poi messi dentro una grande vasca per una disinfezione generale. Si rivestono e vengono loro dati gli oggetti indispensabili per poter mangiare: ogni prigioniero deve portarli sempre con sé. C’è anche il cucchiaio che in altri campi di concentramento non esiste: le bestie infatti non lo usano!

In questo blocco di entrata i prigionieri passano tutti qualche giorno: devono così ambientarsi in questo nuovo mondo. Dovevano imparare i diversi gradi delle S.S., le loro canzoni; apprendono a fare diversi esercizi, a marciare, a tenere in ordine il letto e l’armadietto delle cose personali.

Cose molto normali erano pugni, calci, umiliazioni, derisioni. Il muro di cinta spinato di Dachau e il filo che portava l’alta tensione lungo tutto il perimetro del campo davano la possibilità di respirare l’aria di disperazione, di abbrutimento e di morte che regnavano nel luogo. Lì la morte era familiare e sorella.

La dolcezza di Dio nell’abbrutimento totale

Il padre Deimel, commosso e ammirato, vede padre Tito sorridente e sereno, avvicinarsi ai cancelli, per affrontare la suprema stazione del suo Calvario. Nessuna crisi spirituale, nessuna sofferenza potranno spezzare la fiducia nel Signore, che non abbandona mai chi soffre per Lui e in Lui.

Al blocco 28

Padre Tito, che fino a ieri camminava con passo zoppicante, cammina ora con andatura più sciolta. Riceve le debite istruzioni, è destinato al blocco n° 28, dove venivano mandati religiosi e sacerdoti. Poté così incontrare volti già noti: fra gli altri un giovane carmelitano olandese, fra Raffaele Tijhuis.

Tirò così un respiro di sollievo, incontrando qualche persona già conosciuta e disse: «Finalmente sono fuori da quell’inferno».

Ma gli altri lo assicurarono che proprio allora cominciava il peggio. Padre Tito rispose: «Farò del mio meglio per farmi notare il meno possibile e per disturbare il meno possibile quei signori».

Quei signori? Ma furono proprio loro, il capo blocco e il capo camerata a notarlo e a rimproverarlo: non rifaceva bene il letto, non riusciva a marciare come si doveva, inciampava negli zoccoli che non erano della sua misura.

Non importava niente che fosse vecchio e ammalato: gli davano botte e calci sui talloni, fino a farli sanguinare.

Qualcuno gli suggerì di fare un esposto al comandante del campo: egli si rifiutò: non voleva rispondere alla violenza con la violenza. Diceva: «Preghiamo per loro».

Un duro ed estenuante lavoro

Gli venne assegnato come lavoro di fare un paio di chilometri, camminando, fino a un luogo detto Liebhof. In questa località doveva togliere le erbacce dal terreno, i sassi e preparare un posto adatto per piantare erbe o piante medicinali.

Si alzava alle quattro del mattino, quando ancora era buio, mangiava un po’ di pane imbevuto in una brodaglia e alle cinque partiva con tutti gli altri per il lavoro. Lungo la strada i prigionieri dovevano marciare o cantare, perché alle persone del paese sembrassero gente serena e allegra.

Arrivati sul luogo, dovevano darsi da fare: se i guardiani non li guardavano, i compagni cercavano di nascondere padre Tito, perché potesse avere un momento di riposo.

Alle 11.30 ritornavano per il loro lauto pranzo: una zuppa con due patate.

Il giovane fra Raffaele qualche volta, in un momento di sosta, gli medicava le ferite e le piaghe dei suoi piedi. Ne aveva da padre Tito tutta la sua riconoscenza.

Alle 19.00 dovevano rientrare tutti per le adunate nel piazzale. Anche quelli che durante il giorno erano morti, dovevano essere presenti, portati a spalle dai propri compagni.

Dopo tutte queste barbarie padre Tito si stendeva sulla gradinata del piazzale, appoggiando la testa per il dolore e lo sfinimento. Se qualcuno poi gli chiedeva come stesse, rispondeva sorridendo: «Va di nuovo abbastanza bene! Si tira avanti».

Poi arrivava l’ora della cena: un po’ di pane col burro e due patate. Prima di andare a letto restava un po’ di tempo.

Padre Tito, mentre percorreva la larga strada che divideva il campo in due parti, ascoltava le confessioni di qualche prigioniero, recitava il Rosario, cercava di rincuorare e di rendere più salda la fede di chi gli si avvicinava. Era davvero un punto di riferimento, un padre per tutti.

Veniva spesso chiamato per incoraggiare i disperati, che tentavano molte volte di lasciarsi morire. I più deboli venivano derubati, violentati, sopraffatti. Sembrava che questa fosse la legge del campo.

Proprio in quel luogo, che sembrava fatto solo per abbrutirsi, padre Tito sapeva ritrovare la sua carica spirituale. Spesso poté fare la Comunione.

Nel blocco 26, dove c’erano sacerdoti tedeschi, si celebrava ogni giorno la Messa. Con vari sotterfugi si poteva avere da quel blocco l’Ostia consacrata.

Fra Raffaele, più volte, meno sospetto degli altri perché non sacerdote, si prestava a questi sotterfugi: padre Tito nascondeva con cura l’Ostia consacrata nella busta dei suoi occhiali. Assai spesso, non riuscendo a dormire per lo sfinimento, rimaneva in adorazione di Gesù per tutta la notte.

Accadde una sera che padre Tito, troppo affaticato e stanco, non si lavò bene i piedi. Per questo ricevette pugni e calci a non finire. Cadde per terra, con la busta degli occhiali sottobraccio.

Quando il capo camerata calmò le sue furie, padre Tito si rimise in piedi, aiutato da fra Raffaele e riprese la sua busta. Gli disse sorridendo: «Io sapevo Chi avevo con me».

E con quella busta, prima di andare a letto, benedì fra Raffaele. Le brutture del lager non gli toglievano quello che aveva ottenuto nei lunghi anni di colloquio con il suo Dio, la sua più che matura amicizia con Gesù Cristo: tutto questo gli serviva per trasformare la sua vita e abbandonarla nelle mani divine.

Questo non gli impediva però di sentire gli stimoli della fame: quando gli toccava di lavare le grosse marmitte, passava una carta, come tutti, per raccogliere quei miseri resti e mangiarli.

I suoi amici, vedendolo intento a fare come tutti, lo prendevano bonariamente in giro: «Che vergogna, zio Tito, gli dicevano, anche tu sei un uomo carnale!».

Abbiamo la testimonianza di un pastore protestante che, scrivendo su Dachau, dice a proposito di padre Tito Brandsma che un giorno gli consegnò il suo ultimo pacchetto di tabacco, dicendogli: «Prendi questo, a te può ancora servire».

Era di fatto ormai troppo affaticato, sfinito, stanco da morire.

«Ma sempre – aggiunge il pastore protestante – spiritualmente fermo, gentile e ilare nel Signore» (cfr. Processo Beatificazione 1979 p. 546).

L’ultima lettera

I giorni passano: padre Tito andava sempre al lavoro dondolando sul suo corpo fiacco e ritornava talmente stremato, che i compagni di prigionia dovevano sostenerlo. Diceva: «Ora io devo mettere in pratica quanto in passato ho insegnato agli altri».

Un mattino, partendo per il lavoro come tutti gli altri giorni, si dimenticò gli occhiali. Gli erano necessari per il lavoro. Padre Tito, approfittando di una momentanea assenza del capo, tentò di rientrare in camerata di nascosto: era infatti cosa proibita.

Lo raggiunse improvvisamente il capo camerata e gli diede bastonate e calci: padre Tito stramazzò a terra, sanguinando per le numerose botte ricevute.

Lo soccorse fra Raffaele, raccogliendogli gli occhiali. Ma i guardiani, approfittando della sua lentezza nel muoversi, si avventavano spesso per questo con forza su di lui.

Ma anche in queste così dolorose circostanze padre Tito non perdeva la sua calma e riusciva a pregare: era ridotto dopo sei mesi ad un’ombra umana.

Il 12 luglio, una domenica, giornata di riposo e di pulizie personali, scrive alla sorella Gatsche. Mancano quindici giorni alla sua morte. Le scrive: «Sto bene. Bisogna abituarsi alle nuove situazioni, il che riesce anche qui, con l’aiuto di Dio. Nostro Signore mi aiuterà anche in seguito».

Chiede poi notizie dei familiari, degli amici, del suo amico Uberto. Fa come se di lì a poco dovesse tutti rincontrarli. Al termine della lettera dice: «Rimaniamo uniti sotto la protezione di Gesù, della Madonna e di San Giuseppe. Non preoccupatevi di me. In Cristo, vostro Anno».

Con questo suo nome di un tempo firmò l’ultima sua lettera.

L’incontro con Dio nella lacerazione della morte

Verso la metà di quel luglio, causa la spossatezza, venne finalmente esonerato dal lavoro. Voleva dire questo che la sua morte era imminente. I piedi erano una piaga sola, le gambe gonfie d’acqua, i movimenti molto lenti.

Non si decideva però ad andare all’ospedale del campo. Fra Raffaele d’accordo con i compagni si presentò al blocco ospedale, chiamato il Rivier. Parlò al responsabile della situazione di padre Tito: sabato, 18 luglio, il giorno successivo, glielo avrebbero portato. Quando padre Tito lo seppe, disse: «Se voi siete tutti del parere che io vada all’ospedale, allora sia così in nome di Dio».

Il giorno dopo padre Tito e fra Raffaele andarono all’ospedale: furono stranamente accolti con gentilezza. Padre Tito si congedò da fra Raffaele, ringraziandolo assai di tutto quello che aveva da lui ricevuto. Gli disse: «È soltanto per qualche giorno; del resto fratello in agosto saremo tutti di nuovo a casa».

Padre Tito arrivò all’ospedale ormai spacciato, distrutto. Fu messo nella lista di quelli che dovevano morire. Un’inserviente cattolico gli portò due volte la Comunione e tenne comunicazione tra lui e l’esterno, fino a quando padre Tito persa la conoscenza non mangiò più.

Un’infermiera olandese lavorava nei pressi: quando padre Tito lo seppe, le disse: «Come mai sei capitata qui? Pregherò per te».

Ella ricevette da lui tanti gesti di vera premura, tanto che ella attribuì a lui, finita la guerra, il suo ritorno al Cristianesimo.

Padre Tito le regalò la sua corona del Rosario: ormai non gli sarebbe servita più.

L’infermiera gli disse: «Non so pregare».

Egli rispose: «Non occorre che tu dica tutta l’Ave Maria: basta che dica l’ultima parte: prega per noi peccatori».

La stessa infermiera raccontò poi che fecero degli esperimenti sul corpo di padre Tito.

Quando il padre deperì ancora di più, il medico ricorse al metodo più sbrigativo: preparò una siringa col veleno e glielo iniettò in vena: era acido fenico.

Dopo dieci minuti padre Tito era morto. Era il 26 luglio 1942, alle ore 14.00.

«Padre Tito è stato due giorni senza conoscenza… Poi il medico mi disse di fargli un’iniezione (iniezione di acido fenico); quando il medico disse questo era l’una e mezza del pomeriggio. Il medico stesso preparò l’iniezione; questo lo faceva sempre lui. Poi io personalmente feci l’iniezione al polso del Servo di Dio. Gli altri sapevano sicuramente a che cosa serviva questa iniezione. Per questo eravamo così odiati dai malati. Per questa ragione mi colpiva molto che padre Tito fosse sempre stato tanto gentile e cordiale con me. Gli feci l’iniezione verso le due meno dieci. Questo ebbe luogo il 26 luglio 1942. Tutto quel giorno mi sentii male. Quella iniezione mi aveva tanto impressionato, mentre in altri casi, non mi faceva alcun effetto. Egli si spegne alle due del pomeriggio. Ero presente alla sua morte. Il cuore cessò di battere. Il dottore era seduto vicino con uno stetoscopio, per salvare le apparenze. In quel momento il dottore mi disse: Quel porco di un cane è morto. Quindi il dottore ed io andammo via. In seguito non ho più veduto il cadavere. Non so cosa ne abbiano fatto. Il medico andò via subito con me ed immediatamente compilò il modulo con la causa della morte».

La notizia si sparse nel blocco 28: padre Tito Brandsma era morto. Fra Raffaele testimonia: «Il 26 luglio 1942 era una domenica. Quando, quel pomeriggio, passai davanti al capo blocco, questi mi chiamò e sogghignando mi mostrò un pezzo di carta su cui era annunciata la morte di padre Tito. Io lessi: Anno Sjoerd Brandsma, nato: 23.2.1881, Blocco 28-3. Dimesso per morte. Morto: 26 luglio 1942, ore 14.00. Campo di concentramento di Dachau 3 K.W.G. (Rivier: ufficio di registrazione).

Schernendo e beffeggiando, il capo blocco Fritz Becker mi riprese dalla mano il pezzo di carta con un profluvio di ingiurie e di invettive contro lo stato sacerdotale».

Il riso e lo scherno di quel capo blocco con il quale padre Tito aveva più volte parlato con gentilezza, sono l’ultima manifestazione di forza di una tirannia che crede di essere vittoriosa.

Ma ormai il numero 30.492 è sfuggito per sempre alla violenza e alla prepotenza degli uomini ed è tornato ad essere il padre Prof. Tito Brandsma, che l’Olanda già considera tra i suoi figli migliori.

Anche Fritz Becker, prima della sua esecuzione capitale per i crimini commessi, si riconciliò con Dio. Forse anche questa conversione fu un frutto misterioso di padre Tito.

Tre giorni dopo, il cadavere fu caricato assieme agli altri e portato al forno crematorio.

Fu comunicata alla famiglia la notizia: padre Tito era morto «per infezioni intestinali».

I superstiti di Dachau e soprattutto fra Raffaele hanno strappato al silenzio blasfemo la santa morte di padre Tito. Molto hanno testimoniato su di lui, cattolici e protestanti, compagni di sofferenza, ai processi di beatificazione.

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