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14 Dicembre 2021 giorno intero
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14 DICEMBRE

San Giovanni della Croce, sacerdote e dottore della chiesa, nostro padre

Solennità

La notte tra il 13 e il 14 dicembre 1591

A Úbeda, nei pressi di Avila, in Spagna, Giovanni della Croce accostando le labbra al Crocifisso che tiene in mano pronunzia lentamente le parole di Gesù sulla Croce: «Signore, nelle tue mani affido il mio spirito» e spira. Ha 49 anni. La festa è pure celebrata dal calendario romano e ambrosiano come pure dagli anglicani con questi titoli: poeta, maestro della fede.

14 dicembre 1631

A Bar-le-Duc in Francia fondazione del Convento dei nostri padri sotto il titolo dei Ss. Giuseppe Teresa di Gesù.

14 dicembre 1927

Pio XI proclama Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Patrona principale, al pari di San Francesco Saverio, di tutti i missionari, uomini e donne, e delle Missioni esistenti in tutto il mondo.

14 dicembre 1872

Nasce Giuseppe Tristany Pujol a Su vicino ad Ardevol, diocesi di Solsona, Provincia di Lérida in Spagna. Nel 1890 entrò nel noviziato del Deserto de Las Palmas e fece professione religiosa dei voti semplici col nome di Luca di San Giuseppe il 20 agosto 1891 e ad Avila, il 2 settembre 1894, la professione solenne. Fu ordinato sacerdote a Valencia il 27 maggio 1899. Ebbe vari incarichi nell’Ordine: Vicario Provinciale, priore di Barcellona, Vicario Provinciale negli Stati Uniti, Definitore Generale e nel 1936 Provinciale della Provincia di San Giuseppe di Catalogna, dove lo sorprese la guerra del 1936.

La notte tra il 13 e il 14 dicembre 1997

Alle 00.15 di domenica, solennità di San Giovanni della Croce, presso l’ospedale di Haifa in Israele, spira, stroncato da un mesotelioma, Maurizio di Gesù Bambino (Edoardo Vigani) sacerdote della Provincia Lombarda, membro della Comunità di El-Muhraka, il Sacrificio, sulla catena del Monte Carmelo. Padre Maurizio battezzato nella solennità della Santa Madre Teresa, in quella del nostro Santo Padre Giovanni della Croce se ne va con lui a cantar maitines al cielo. La sua salma riposa ora nel cimitero dei Padri Carmelitani sul Monte Carmelo; là attende il ritorno di Cristo.

NARRAZIONE DEL BEATO TRANSITO DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE

Nostro Padre

Introduzione

L’anno dell’Incarnazione di Signore Nostro Gesù Cristo 1591, la notte tra il 13 e il 14 dicembre, il nostro padre Giovanni della Croce, entra nella vita. Il Beato transito avviene nel Convento di Úbeda, nei pressi di Avila, in Spagna. Giovanni della Croce accostando le labbra al Crocifisso che tiene in mano pronunzia lentamente le parole di Gesù sulla Croce: «Signore, nelle tue mani affido il mio spirito» e spira. Ha quarantanove anni.

«mi getteranno in un angolo»

Come Giovanni della Croce aveva presagito, al terzo Capitolo Generale di Madrid gli si toglie ogni carica ed ogni autorità; non solo, ma ci si accanisce contro di lui cercando di allontanarlo dalla Spagna.

Siamo in piena estate dell’anno 1591, che sarà l’ultima della sua vita. Fra Giovanni della Croce torna al Convento di Segovia per prendere le sue poche cose personali e per salutare i suoi frati. È stato assegnato conventuale a La Peñuela.

A La Peñuela fra Giovanni sta vivendo giorni di intensa unione con Dio. La sua anima è giunta ormai a godere di quell’amore eccelso e perfetto che lui stesso chiama unione trasformante e che descrive proprio in quei giorni nella seconda stesura del Libro della Fiamma d’amor Viva, così:

«All’anima accade come al legno il quale, sebbene compenetrato dal fuoco da cui è stato trasformato e unito a sé, quanto più arde tanto più diventa infiammato e incandescente, fino a generare scintille e fiamme».

«nelle tue mani, o Gesù, consegno

il mio spirito»

Durante il mese di settembre alle sofferenze morali di fra Giovanni, si vanno aggiungendo in modo crescente quelle fisiche.

Il 12 settembre il male si acutizza e una febbre insistente comincia a tormentarlo da mattina a sera, mentre si accentuano i dolori alla gamba destra.

Le sue condizioni di salute si aggravano a vista d’occhio, per cui il Superiore gli comanda di andare a curarsi a Baeza o a Úbeda; fra Giovanni sceglie Úbeda perché, dice:

«a Baeza ho tanti conoscenti che mi vogliono bene, mentre ad Úbeda non mi conosce quasi nessuno».

Seduto su un mulo e accompagnato da un giovane, fra Giovanni parte per Úbeda febbricitante. I due toccano dapprima il villaggio di Vilches e si dirigono poi verso il Guadalimár che attraversano sul grande ponte in pietra rossa sotto le cui arcate fanno poi una breve sosta. Al giovane accompagnatore che insiste perché fra Giovanni mangi qualcosa, questi esprime un desiderio:

«Non ho appetito di niente, dice, se non di asparagi; ma sono fuori stagione…». E così non prende cibo.

Mentre si intrattengono allora a parlare di Dio quando scorgono, su una pietra non lontana, un bel mazzo di asparagi freschi, legati con un filo di paglia come quelli che si comprano al mercato.

Allora fra Giovanni dice al giovane di cercare il proprietario, ma non avendo trovato nessuno gli ordina di mettere sulla pietra due monete e di prendere gli asparagi. Il giovane e poi i frati di Úbeda ai quali li porteranno, riterranno il fatto per miracoloso.

Il Convento di Úbeda non è grande né ricco e, in quei giorni, non è neppure in pace. Il priore, quel padre Francesco Crisostomo che a Siviglia fu redarguito insieme al padre Diego Evangelista da fra Giovanni, è un tipo altero ed irritabile con i sudditi che lo temono e lo subiscono a malincuore. Egli accoglie freddamente ed anche con ostilità il nuovo venuto e, quasi a vendicarsi dell’antico rimprovero, gli rinfaccia che il Convento è povero e gli assegna la cella più piccola e buia.

Fra Giovanni lo ringrazia con dolcezza e si sottomette in tutto a lui, anche quando, febbricitante e pieno di dolori, è obbligato ad assistere agli atti comuni. Ben presto però la piaga al piede destro si dilata in cinque bubboni a forma di croce: viene chiamato il medico che decide di incidere.

L’operazione è compiuta in cella, senza anestesia: il taglio, che giunge a scoprire l’osso, è più lungo di un palmo. Vengono estratti pezzi di carne marcia e due scodelle di pus. Fra Giovanni subisce il terribile squarcio senza emettere un lamento. Alla fine dell’intervento chiede al chirurgo:

«Che cosa mi ha fatto, dottore?».

«Le ho aperto il piede e la gamba, risponde quello, e mi chiede cosa le ho fatto?».

Le medicazioni sono frequenti e dolorose, e si deve ricorrere alla carità di laici per avere le bende e per lavarle, perché il Superiore non vuole spendere soldi. Per lo stesso motivo anche i pasti vengono preparati fuori Convento da una buona famiglia di Úbeda, e tutto ciò umilia grandemente il malato. In compenso fra Giovanni è circondato dall’affetto dei frati, alcuni dei quali sono stati suoi religiosi al Calvario e a Granada.

Un giorno il priore, che non vede di buon occhio le premure che l’infermiere, fra Bernardo, ha per il malato, lo toglie dall’incarico.

Fra Bernardo allora, non sopportando il sopruso, ricorre al Provinciale che, come sappiamo, è il vecchio padre Antonio di Gesù (Heredia) con il quale fra Giovanni aveva iniziato la Riforma Teresiana a Duruelo.

Il padre Antonio viene ad Úbeda, riprende il priore, ristabilisce l’infermiere nella sua mansione e ordina che nulla manchi al malato. Poi, per consolarlo, il padre Antonio ricorda a fra Giovanni gli anni eroici di Duruelo e di Mancera e i sacrifici sopportati per amore di Dio, ma viene subito interrotto:

«Non mi dica ciò, padre, non mi dica ciò: mi parli piuttosto dei miei peccati…».

Il 12 dicembre, verso sera, fra Giovanni chiede il Santo Viatico che riceve con visibile amore.

Il 13 dicembre prega il priore di venire da lui: gli chiede perdono del disturbo e delle spese che ha causato al Convento e, indicando l’abito carmelitano, gli dice:

«Padre, ecco l’abito della Vergine che mi è stato dato in uso; io sono povero e non ho nulla con cui essere sepolto; prego perciò Vostra Reverenza di darmelo in elemosina».

Il priore allora si commuove, si mette in ginocchio e gli chiede perdono e la benedizione. Poi esce piangendo dalla cella.

Il giorno 14 fra Giovanni chiede che gli sia amministrata l’Unzione degli infermi e, ricevutala, prende in mano il Crocifisso, Lo fissa a lungo e a lungo Lo bacia sui piedi. I dolori che lo affliggono divengono sempre più atroci, ma non si lamenta e non chiede sollievo. Sulla spalla destra gli si è aperta una piaga grande come un pugno, ma non dice nulla, neppure al medico.

La sera del giorno 14 chiede all’infermiere che ora sia e, saputo che sono le 22, prega i frati che circondano il suo giaciglio di andare a riposare perché, dice, non è ancora giunta la sua ora. E si raccoglie in preghiera. Quando gli dicono che sono le 23 e 30 fa chiamare i frati e chiede al priore che gli porti il Santissimo Sacramento, per adorarLo ancora una volta sulla terra. Poi chiede nuovamente:

«Che ore sono?».

«Sono quasi le 24» gli vien risposto.

«Ebbene, a quell’ora sarò a cantare Mattutino in Cielo!».

Poco dopo si odono le campane della chiesa di San Salvatore che suonano la mezzanotte, l’ora della recita di Mattutino.

Allora lo si vede accostare il Crocifisso alle labbra e dirGli lentamente, parola per parola:

«Nelle tue mani, o Gesù, io consegno il mio spirito».

E con queste parole, senza rantolo né agonia va a vedere in Cielo quel Gesù che aveva tanto amato sulla terra.

Il corpo di fra Giovanni non riposa ad Úbeda: esso è ritornato a Segovia, nella chiesa del suo Convento, ove una tomba gli è stata eretta dalla pietà e dall’amore dei fedeli.

Ma il suo spirito è nella gloria di Dio; ed è accanto a noi, per guidarci ancora, come fece quando era vivente sulla terra, alla vetta del monte santo della perfetta e beatificante unione con la divina Trinità.

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